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SOLO UNA MAMMA

29 Lug

SOLO UNA MAMMA…

Questo non è un racconto di fantasia come quasi tutti gli altri che ho pubblicato fino ad ora, ma un capitolo di uno dei miei volumi dedicati alla scuola, la scuola vista da dentro, con le sue carenze, le sue storie, storie di ragazzi e di insegnanti, ognuna diversa, ognuna un romanzo, perché tutti siamo diversi, perché tutti abbiamo una storia da raccontare, perché tutti siamo una storia.

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* * *

In un anno fra quelli sicuramente meno positivi, ho avuto, come detto, un corso piuttosto disastrato.
In particolare la seconda era formata da ragazzi e ragazze quasi tutti con problemi più o meno gravi: c’erano quattro alunni con diritto al sostegno, un’altro che soffriva di crisi epilettiche, uno ammalato di diabete, un’altra era una ragazza che era sta tolta alla madre, che perasltro era l’unico genitore che avese, in quanto incapace di gestirla e così via.

Uno dei ragazzi, apparentemente senza problemi fisici o psichici, ma con parecchie problematiche comportamentali, era Stefano, quello che s’abbassava i pantaloni in classe se appena gli si diceva di tirarli un po’ più su perché aveva le mutande a images3vista, un ragazzino piccolo e magro, scatenato, assolutamente incontenibile, più volte richiamato ed una volta già anche sospeso.

Naturalmente, visto che pare che il mio destino sia oramai quello di essere il paladino dei figli di un Dio minore, fu quello al quale mi affezionai maggiormente e per il quale avrei voluto fare molto più di quanto feci.

Mi disse un giorno: “Lei è l’unico insegnante che mi vuole un po’ di bene!”.

Il fatto che io fossi il solo insegnante che aveva un minimo di rapporto con lui, indusse quindi il consiglio di classe a incaricare me di comunicargli la sua sospensione.

Così lo chiamai fuori dall’aula in un’ora buca, gli dissi quali erano state le decisioni dei suoi insegnanti e gli feci un discorso personale: “Vedi, gli dissi, tu mi hai appena detto che, in fondo, la sospensione non è altro che un giorno di vacanza, durante il quale puoi dormire di più e fare ciò che ti pare.Ma pensa soprattutto a tua mamma, al dispiacere e all’umiliazione che le arrechi. Vedi, io ho perso la mia che ero già adulto, ma comunque troppo presto; nonostante io fossi già grande lei era quella che, se io avevo la tosse, di notte si alzava a darmi un quadretto di cioccolato per alleviarla, se avevo la febbre alta, sedeva accanto al mio imagesletto per ore a mettermi un fazzoletto bagnato sulla fronte. Quando, già io trentenne, mi morì il cane, durante la sua malattia piansi per giorni abbracciato a lei e la supplicavo di non darmi un dolore e lei mi rispondeva che non dovevo essere io a dare un dolore a lei, perché il vedermi in quello stato, incapace di reagire ed accettare l’inevitabile, le dava un grande dispiacere: il mio dolore era il suo. Ovviamente allora c’era anche mio padre, al quale volevo altrettanto bene, ma certe cose, le notti insonni, le cure, i sacrifici, gli stessi fatti sia quando ero neonato che quando ero già adulto, solo una mamma, non solo la mia, ma qualunque madre è in grado di farli. In cambio di tutto questo enorme amore, credo che il minimo che ci tocchi e di non ricambiare con umiliazioni e dispiaceri l’immenso dono che una mamma ci fa ogni giorno con la sua presenza accanto a noi e con il suo amore”.

Questo fu il discorso che feci a Stefano e lui non mi rispose, non fece un commento: abbassò solo gli occhi e il capo e rientrò in silenzio nell’aula.

Questo è quello che non mi stancherò di dire, di raccontare a tutti i miei allievi ai quali un richiamo, un brutto voto, una sospensione, non sembrano fare né caldo né freddo: a Carlo, ad Alessio, a Francesco, a tutti gli Stefano che incontrerò nei miei anni a venire.

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Pubblicato da su luglio 29, 2015 in Racconti

 

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