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LA CITTA’ NEL DESERTO

17 Lug

La città nel deserto

 

Tutto era cominciato a cavallo fra gli ultimi anni del secondo millennio e i primi anni del terzo: terrorismo, poi falso terrorismo provocatorio, reazioni da una parte e dall’altra, invasioni, attentati ed infine erano saltate fuori dal cappello a cilindro del attenprestigiatore folle loro, le bombe nucleari, quelle che non lasciano nulla dopo il proprio passaggio.

Una di attacco, poi una di risposta dalla parte avversa, quindi ancora un’altra di reazione e, ad ogni bomba lanciata, scompariva dapprima una città, poi una nazione e milioni di persone.

La popolazione mondiale si riduceva, i superstiti erano spesso ammalati, degeneravano, divenivano sterili.

Poi così, rapidamente come era cominciato, tutto finì.

Finì perché non c’era più nulla da distruggere.

Gli abitanti della terra erano passati prima da miliardi a milioni, poi da milioni a centinaia di migliaia ed infine a poche decine di migliaia: il numero che un tempo era quello degli abitanti di una cittadina di provincia!

Non ci fu neppure bisogno di firmare dei trattati di pace, poiché non c’erano più nazioni contendenti, solo persone che, ad un certo punto, si voltarono indietro, si guardarono attorno, e videro il nulla: niente più città, niente più foreste, niente più animali, solo un deserto malato, radioattivo, mortale, laddove un tempo c’erano state cose meravigliose: per crearle c’erano voluti milioni di anni, per distruggerle era bastato un attimo di follia.

A questo punto si cercò di salvare il salvabile, anche se forse era troppo tardi per farlo: mai come ora l’umanità aveva rischiato l’estinzione.

Si cercò, dunque, di racimolare le risorse e le tecnologie rimaste e d’individuare il luogo dove cercare un’improbabile ricostruzione.

Gli strumenti indicarono che la zona meno inquinata e radioattiva era al centro di un vasto deserto asiatico: un deserto all’interno images2di quell’altro, immenso, deserto che era diventato l’intero pianeta.

Qui s’iniziò a costruire la città – pianeta, l’unico agglomerato di persone che riuniva i superstiti di tutte le razze dell’intera terra.

Si formò, dapprima, un governo militare con leggi ferree, mentre ingegneri e tecnici di varie etnie elaboravano il progetto di “Town”, la città, ultima e unica sulla terra: la città nel deserto.

Ci vollero decenni, poiché questa doveva essere garanzia di protezione per i suoi abitanti.

Alla periferia si costruirono enormi silos e capannoni dove erano immagazzinate le risorse minerarie residue che, però, necessitavano di un lungo periodo di decantazione dalle radiazioni prima di poter essere utilizzate.

Altri enormi magazzini divennero allevamenti intensivi di bestiame, pollame, pesci che, spesso, mostravano mostruose mutazioni: in tal caso l’intera mandria o branco del mutante veniva eliminata.

Per lo più si procedeva alla clonazione di cellule recuperate dai pochi, vecchi animali ancora non mutati o malati.

imagesTutte le trivelle che un tempo erano utilizzate nei campi petroliferi americani, africani ed asiatici, furono riciclate per la ricerca di profondi pozzi di acqua potabile da rubare al deserto.

Il recupero di attrezzature, risorse, e la loro bonifica richiesero il sacrificio di altre centinaia di persone, irrimediabilmente contaminate dalla radioattività che sarebbe durata ancora centinaia, forse migliaia di anni.

Si susseguirono decine di governi, intere generazioni di tecnici e lavoratori, ma alla fine fu completata lei, la città perfetta, interamente protetta da un’enorme cupola alta centinaia di metri, che garantiva persino la pioggia: una specie di gigantesco trompe-l’oeil tridimensionale.

Tutto era calcolato e perfetto, nella città: non c’era più neppure delinquenza, poiché tutti avevano ciò che serviva loro.

Gli ospedali erano efficientissimi e totalmente gratuiti, poiché ogni vita era preziosa per la collettività.

C’erano incentivi per chi procreava: addirittura tutti i figli oltre il secondo erano totalmente mantenuti dallo stato fino alla laurea o al diploma o, comunque, al momento di essere inseriti nelle attività lavorative.

Già, va detto che occorreva un titolo di studio anche per i lavori manuali, in quanto tutto doveva essere pianificato e perfetto.

Dopo decenni, finalmente, la popolazione cominciò a risalire di numero e le nascite di mutanti deformi erano ormai soltanto un ricordo.

C’era una sola legge fondamentale e marziale: non si poteva tentare di uscire dalla città, poiché questo poteva essere pericoloso per l’intera umanità.

D’altra parte qui la gente aveva tutto, doveva essere felice per forza: cosa mai avrebbe potuto chiedere di più?

Questo, però, dentro la città.

Sì, perché correva voce che non tutti vi fossero stati ammessi: i deformi, i malati, i contaminati, si diceva da più parti, erano stati lasciati fuori dalla cupola, per non inquinare la razza superstite, quella che doveva, a gioco lungo, ripopolare la terra, almeno nelle intenzioni di generazioni di governanti.

E allora, forse, fuori c’era una folla di contaminati o dei loro discendenti, che avevano recuperato tutto ciò che era stato 9010818_9000005_bibliotecaaulla1abbandonato dagli “eletti”, ed aveva costituito una comunità a se stante e segreta, altrimenti sarebbe stata distrutta.

Ma i segreti, si sa, sono fatti per trapelare, prima o poi.

Nella città era giunta notizia di questa comunità che si era formata ben distante da loro, al di là del deserto, in una terra che stava ridiventando fertile.

Oramai tutti gli abitanti della città perfetta erano nipoti di nipoti dei superstiti della guerra nucleare, ma anche fra di loro c’era chi, in segreto, si riuniva ad ascoltare le storie tramandate che parlavano dei vecchi tempi.

Alcuni avevano libri, ereditati con pericolo dai nonni dei nonni, che li avevano salvati dall’indice al quale erano stati messi; in questi avevano letto di cose mirabolanti e raccontavano agli altri adepti a questa specie di sette segrete, dei tempi antichi, quando c’erano boschi e foreste, quando si praticavano la caccia e la pesca, quando c’erano praterie con animali mitici, estinti da secoli: giraffe, rinoceronti, tigri, cavalli.

Johnathan, fin da piccolo era stato portato in queste cellule segrete di nostalgici dai genitori e, fino da allora, aveva fantasticato su come doveva essere stato eccitante vivere in un mondo forse imperfetto, ma vario: non perfettamente piatto e monotono come quello in cui lui era nato.

Ne aveva parlato a scuola, ma gli insegnanti gli avevano più volte detto che erano tutte favole, che non c’era nulla fuori la cupola, perché nulla c’era mai stato, che la terra era un pianeta inospitale dove si poteva sopravvivere solo nella città; ogni riferimento alla guerra e al vecchio mondo era stato cancellato dai documenti e dalla memoria, tranne che nei vecchi libri proibiti.

Questa era, ormai, la versione ufficiale di Stato, dell’unico Stato.

Ma Johnathan sapeva, perché ciò che gli avevano raccontato era troppo fantastico per poter essere inventato.

Spesso, quando era divenuto più grande, si era spinto fino ai sorvegliatissimi margini della cupola: al di là non si vedeva nulla, ma s’intuiva dal cambiamento di colori che fuori c’era un mondo diverso, forse mortale, forse desolato, ma qualcosa c’era.

tunnE Johnathan crebbe con quel desiderio irresistibile di uscire dalla città ed andare a vedere con i suoi occhi.
Gli avevano raccontato che, nel corso dei decenni, diversi avevano tentato di farlo e qualcuno c’era riuscito.

Ma nessuno era più tornato.

Il monito per tutti era che al di fuori della cupola non era possibile vivere, che appena usciti la radioattività avrebbe bruciato quasi all’istante chi vi si fosse avventurato.

Ma allora, si chiedeva Johnathan, perché mai darsi la briga di difendere con guardie armate i confini, visto che chi fosse uscito sarebbe comunque morto e che, se non c’erano altri sopravvissuti, nessuno avrebbe potuto entrare?

Per tutta l’infanzia, l’adolescenza, la giovinezza, prima desiderò e poi pianificò la propria evasione dalla città.

Si poteva fare, pur con enorme rischio, alla sera quando le luci fossero state abbassate e creata la notte artificiale, quando c’era il cambio della guardia.

Fra la cupola e i silos c’erano dei tunnel di collegamento: questo era il luogo più adatto ad ingannare la sorveglianza.

Fu verso il suo venticinquesimo anno, che Johnathan, avendo preparato e progettato ogni cosa (del resto preparazione e pianificazione erano insegnate a scuola fino da piccoli agli abitanti di Town), decise di agire.

Riuscì a rubare una divisa da magazziniere e cominciò ad aggirarsi attorno ai tunnel, affinché la sua fisionomia diventasse familiare, ai guardiani armati.

In questo modo divenne praticamente invisibile, quasi fosse parte dell’ambiente.

Poi, una sera (se fosse sera anche fuori non era dato saperlo), durante il cambio della guardia, s’infilò nel tunnel, nascondendosi nel condotto di servizio.

Strisciò per un tempo che gli parve interminabile fino a che sbucò in un capannone, tanto enorme quanto deserto.

Girò per ore, ma alla fine trovò una porticina: la forzò e fu fuori.

Non fu incenerito e respirò, finalmente, un’aria diversa.index

S’incamminò subito con in spalla uno zainetto con poche cose: acqua e viveri sintetici.

Ormai aveva messo abbastanza distanza fra sé e Town da poter affermare che la sua fuga era riuscita.

Si fermò un istante e guardò verso il tremolante orizzonte: forse là in fondo c’era veramente qualcosa, un’altra comunità.

O forse no.

Prima o poi l’avrebbe scoperto.

L’importante era che lui, adesso, era fuori ed era finalmente libero.

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Pubblicato da su luglio 17, 2015 in Racconti

 

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