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I BAMBINI NON CAPISCONO

25 Giu

I BAMBINI NON CAPISCONO

Discuteva un giorno Don Carlo Gnocchi con un collega insegnante e dibattevano se i bambini fossero come spugne vuote, pronte ad essere imbevute di sapere oppure se il sapere fosse insito in loro e andasse tirato fuori dalle abilità degli educatori.

Fatto sta che i bambini, proprio in quanto tali, non sanno, a volte non capiscono, soprattutto perché manca loro quella parte indeximportante di conoscenze che si può acquisire solo col passare degli anni e che si chiama esperienza e che va ad aggiungersi alle nozioni e alla capacità di ragionare, di sfruttare le capacità del proprio cervello.

Oltre il sapere, i bambini devono anche apprendere e immagazzinare emozioni e sentimenti e devono farlo da soli, perché non esiste scuola che lo insegni loro.

Simone era un bambino come tanti, con una famiglia assolutamente normale appartenente alla piccola borghesia: il padre impiegato, la madre casalinga, due sorelle più grandi che facevano la loro vita disinteressandosi di quel moccioso piangente e urlante appena arrivato e che circolava per casa a gattoni.

Come tutti i bambini anche lui piano, piano imparò delle cose, perché era una spugna vuota pronta ad assorbire conoscenze (ma anche le spugne, quando sono nuove, non mostrano appieno la loro capacità di farlo): imparò a camminare, a parlare, immagazzinò informazioni che andavano ad occupare caselle vuote del suo cervello ancora dotato di tanto spazio per poterlo fare.

Simone imparò, e lo fece solo vivendole, anche emozioni e sentimenti mai provati prima, ovviamente, forse in modo elementare: imparò quasi subito, nei primi mesi di vita, ad amare la madre che lo nutriva e lo teneva pulito e poi il padre che lo faceva giocare e sì, forse anche un po’ le sorelle che, comunque, vedeva per casa e quindi facevano parte del suo piccolo, grande mondo, un mondo che gli dava calore e sicurezza..

Forse, anzi quasi di sicuro, i bambini sono egoisti e per loro i primi sentimenti sono una mera questione di opportunismo.
Simone crebbe ed imparò tante cose: nei primi anni di vita se ne imparano più che in tutto il resto della propria esistenza.

Dapprima fu attratto dalle figure dei libri che il padre gli mostrava e così conobbe gli animali, poi cominciò a leggere, quando imparò a farlo, di loro e gli piacquero subito quegli esseri così strani e diversi gli uni dagli altri e soprattutto dalle persone, come mq2O4IEirayW9Bd5g3Epntgpiacciono a tutti i bambini, a volte con un po’ di timore come lo si ha verso tutto ciò che si conosce poco, altre con incoscienza, andando a toccare tutti i cani che incontrava, rischiando così le loro reazioni di autodifesa, ma comunque affascinato ed ipnotizzato dalle loro misteriose forme, colori e abitudini.

Non si può non amare un tucano col suo enorme becco o la gigantesca balena o la bellissima tigre e il panda così ciccione e il dolce Koala e le leggiadre farfalle, ma erano tutti animali lontani, solo figure sui libri o piatte immagini in movimento sullo schermo del televisore.

I cani, soprattutto gli piacquero subito e tanto, perché quelli li poteva vedere e toccare quotidianamente e se ne invaghì al punto che per i suoi sette anni gliene regalarono uno, un bastardino di piccola taglia e di indole dolce e tranquilla.

Simone se ne innamorò e divenne il suo inseparabile compagno di giochi.

Ma poi Birillo morì e così Simone imparò, per la prima volta nella sua vita, a conoscere la morte e il dolore.

Cucciolo-di-barboncino-nero-20140916083047Ma dimenticò presto, perché le cose che non si conoscono non è facile apprenderle subito alla prima occasione; pianse per un giorno, poi dedicò le sue attenzioni ad altro, ai giochi, ai personaggi della televisione.

Passarono gli anni, venne la pubertà, l’adolescenza e il padre si ammalò e Simone vide circolare per casa il dolore degli altri, la disperazione, imparò lo strazio dell’attesa dell’inevitabile.

Il padre se ne andò e Simone pianse ancora, per la seconda volta dopo la scomparsa di Birillo, ma anche questa volta dimenticò, perché aveva ancora tutta una vita davanti, la prospettiva di altri affetti.

Poco dopo i vent’anni, molto presto, a dire la verità, si mise con una compagna: così come non aveva ancora capito il dolore, non aveva capito neppure l’amore e quando la loro storia finì soffrì, ma per la terza volta dimenticò in fretta il dolore.

Forse quell’amore non era vero amore, ma altro: passione, orgoglio, possesso.

Vennero altri anni ed altri amori ed altre fini di questi: ogni volta, però, era peggio e non perché fossero amori più intensi, ma index66perché cominciava a capire cosa voleva dire veramente l’amore e, di conseguenza, il dolore.

È l’esperienza.

Avvicinandosi ai trent’anni si calmò un poco, i suoi slanci emotivi divennero più ragionati, anche perché dentro di lui erano più intensi; comprese che si ama e si soffre con tutto, con la testa e con il cuore, con lo stomaco e con le membra e con i visceri tutti.

Evidentemente quella sua famiglia normale non era, però, fortunata: fu in quegli anni che anche la madre si ammalò.

Le sorelle grandi erano ormai fuori casa e Simone si trovò ad affrontare quel dolore da solo ed era più intenso, era una fase della sua vita che si avviava a finire definitivamente.

Stavolta pianse per tutta la durata della malattia della madre e lo fece di nascosto, perché con l’età s’impara anche a fingere i propri sentimenti davanti agli altri.

Simone rimase solo, ma non per molto; conobbe una nuova ragazza e, questa volta, ciò che provò fu qualcosa di mai provato prima, capì che fino ad allora non aveva mai amato veramente, perché ci vuole tempo anche per imparare ad amare.

Quell’amore gli portò gioia e sofferenza ed entrambi con un’intensità da spaccati dentro.

947362465-ferdinand-guillaume-infermiere-titolone-vegliardoPassarono gli anni, come natura vuole i sensi persero d’intensità, ma si svilupparono di più le emozioni e allora ripensò alla madre, al padre, al suo primo ed unico cane, a tutte quelle persone entrate e uscite dalla sua vita come da un supermercato e si rese conto che quelli provati fino ad allora non erano stati veri amori e veri dolori, perché questi sono cose troppo importanti e troppo grandi per un bambino, ma anche per un giovane uomo.

Si rese conto che non aveva saputo amare e soffrire e non aveva saputo dirlo agli altri quanto li amasse e quanto soffrisse.
Come avviene per tutti ad un certo punto della vita, Simone realizzò che i bambini non capiscono, non sanno veramente cosa siano amore e dolore e, quando iniziano a farlo, spesso è troppo tardi.

 

 

la-guida-del-gattino1

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Pubblicato da su giugno 25, 2015 in Racconti

 

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