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IL CECCHINO

18 Giu

Il cecchino

Sento, in lontananza, i rumori dei festeggiamenti, le grida, le risate, i botti dei fuochi d’artificio: è il capodanno del 2000.

capodanQualcuno dice che è il primo anno del nuovo secolo e millennio, altri, forse a ragione, sostengono che sia l’ultimo di quelli vecchi. Io sono solo in casa, oramai, un vecchio triste che, fra poco più di un mese compirà ottant’anni.

Fra non molto dovrò anche preparare l’ultima valigia per l’ultimo viaggio e lo farò senza avere avuto risposte definitive a quello che feci oltre mezzo secolo fa. Io, da parte mia, mi sono assolto e non rinnego nulla: del resto occorre prendersi la responsabilità delle proprie azioni.

Certo che questa data fa impressione: 2000, l’abbiamo sempre visto come l’inizio di una nuova era, ce l’hanno raccontato come un futuro fatto di astronavi e di cose meravigliose.

Prima, però, bisognerebbe dimenticare quelle vecchie e, francamente, non so quanto sia giusto farlo.

Sono nato, cresciuto e ho sempre vissuto in mezzo alle montagne del cuneese che, da verdeggianti d’alberi, improvvisamente diventano grigio granito: la dolcezza che sa farsi dura di colpo.

Erano tempi in cui ci si accontentava di poco, era la società contadina e montanara che viveva soprattutto di quello che riusciva a produrre; erano tempi in cui tutti ci si dava una mano, nei piccoli borghi.

Avevamo poco, però ci bastava perché eravamo sereni, con la pace delle nostre montagne, silenziosi ed enormi guardiani della nostra tranquillità, e del nostro isolamento.

Per noi la festa era quando ci si riuniva, d’inverno, attorno al camino nel quale il paiolo con la polenta mandava il suo calore e il profumo delle cose semplici.

A volte a spargere il loro odore nell’aria erano, invece, le caldarroste da mangiare in compagnia nei pomeriggi di un autunno che qui, fra i monti, è già inverno, magari con un buon bicchiere di rosso.

Una mangiata assieme agli amici, dunque, qualche bottiglia di vino, senza esagerare e un grappino per concludere: tutto ciò ci bastava.

Poi venne lei, la maledetta guerra, coi nostri giovani strappati alla terra e mandati al massacro per un ideale nel quale non credevano.Ero giovane anch’io, oh se lo ero, ma io avevo un’altra missione.

Molti fra di noi, i più adulti, non accettarono né la guerra, né la tirannia con tutte le sue barbarie; conoscevamo abbastanza delle nostre montagne per trovarvi rifugio e, così, la terra dell’amicizia senza troppe smancerie, la terra dell’uva e delle castagne, divenne terra di lotta partigiane. Io feci una scelta: lasciai il mio compito e andai con loro.

Avevamo i nostri canti: “Bella ciao”, “Quei briganti neri”, “Nui auti ad Boves”, che ci tenevano compagnia nelle gelide notti alla macchia, quando il camino di un tempo era diventato un semplice fuoco di pochi legni gelati, pronto ad essere spento ad ogni segno di pericolo.

Forse eravamo pochi, sicuramente male armati e disorganizzati, ma facevamo male al nemico, oh, se facevamo male. luger03

Purtroppo, tante volte, questo non era solo lo straniero, ma i nostri compatrioti che avevano optato per il fanatismo e il proprio tornaconto personale, a prezzo di tante, troppe vite innocenti.

E allora contro la belva anche noi ci facemmo belva, solo che noi eravamo la belva affamata e, quindi, più spietata. Così, incredibile a dirsi, noi, i montanari ignoranti e stracciati, vincemmo: altro che americani liberatori! Fummo noi a spianare loro la strada coi boicottaggi e le imboscate, senza aerei o navi, senza carri armati, ma con la nostra rabbia e con l’amore per la nostra terra.

Noi, i partigiani disorganizzati, diventammo un unico grande e terribile esercito, dal Piemonte alla Toscana, dalla Liguria alla Sicilia. Tutto ciò non fu senza prezzo, un prezzo fatto di lacrime e dolore.

La bestia nazista, che non voleva morire, una volta ferita mostrò ancora più la sua ferocia; a S. Anna di Stazzema, al padule di Fucecchio, a Boves, i civili: vecchi inermi, donne, bambini, furono massacrati per colpire noi, gli inafferrabili, per spezzare la resistenza.

Ma tanta ferocia richiamò sempre di più la nostra di furia: giurammo che avrebbero pagato ancora più caro tutto ciò, gli anni di privazioni, la serenità che ci avevano rubato, i nostri cari inutilmente assassinati. Io ero presente, nascosto e impossibilitato ad agire, quando successe anche qui da noi, quando massacrarono la nostra gente; d’altra parte che avrei potuto fare? Sarei solo morto con loro. Vivo, invece, potevo vendicarli.

La guerra partigiana mi aveva indurito, eppure piansi vedendo quell’orrore: non scorderò mai l’Agnese che, piangendo e col suo bambino di pochi mesi in braccio, supplicava i soldati di risparmiare almeno la sua creatura.

Prima spararono in faccia al piccolo e poi a lei. Piansi, mi morsi il labbro a sangue per non urlare, poi persi i sensi: quella vigliaccheria era stata troppo anche per me.

Fu il penultimo ruggito del mostro morente, poi si ritirarono ma, per non smentire la loro infame codardia, lasciarono un cecchinoIl_nemico_alle_porte(film_sfondi_wallpaper_foto_immagini_poster)(281009122151)ilnemicoalleporte_2 appostato sul campanile della chiesa: altri inutili morti quando, oramai, era tutto finito.

La gente usciva per le strade a festeggiare la vittoria e cadeva, stupita, incredula, sotto quell’ultimo, inutile fuoco nemico.

Il cecchino andava fermato e decisi che l’avrei fatto io: quello era stato il mio territorio. Io, che in quella chiesa avevo predicato: io, il prete partigiano sospeso dal vescovo perché la posizione ufficiale della Chiesa doveva essere di neutralità, vale a dire con la testa sotto la sabbia.

Ma non ero il solo: erano molti, come me i preti, gli ex preti, partigiani, che avevano deciso, prima di servire Dio, di servire i propri fratelli, o forse di servire entrambi in quel modo.

Conoscevo quella chiesa come le mie tasche, sapevo del vecchio passaggio segreto che portava ad un antico convento di clausura, oramai diroccato.

La gente del paese, oramai, era tutta chiusa in casa e nessuno osava più uscire. Io mi mossi solo la notte, quando l’oscurità del novilunio e il mio maglione nero mi rendevano quasi invisibile.

Raggiunsi le rovine dell’abbazia e, scostati i rovi, entrai nell’angusto passaggio.

Dopo qualche centinaio di metri nel buio spezzato solo dalla mia piccola torcia, arrivai alla chiesa: il più era fatto.

preteScalzo, per non farmi sentire, la pistola ben salda nella mano, una Luger presa a un tedesco morto, cominciai a salire con cautela gli scalini del campanile; anche quelli li conoscevo a memoria: quante volte li avevo contati! Evitai quello che sapevo cigolante e, finalmente, fui davanti alla porta della cella campanaria. S

apevo che sarebbe stata sprangata, ma il legno era vecchio e non troppo spesso: d’altra parte, cosa mai si dovrebbe proteggere in cima a un campanile? Una canaglia, un assassino.

Con una sola, decisa spallata la porta cedette ed io fui dentro, la pistola impugnata con entrambe le mani.

Per un attimi rimasi quasi paralizzato dallo stupore: il cecchino era solo un ragazzino, poteva avere forse diciassette anni, sicuramente era uno degli ultimi richiamati in quell’esercito in rotta.

Stava fumando una sigaretta che, dall’odore, giudicai drogata: d’altra parte era lassù da tre giorni senza mangiare né dormire. Anche lui rimase stupito dalla mia irruzione: alzò le mani, fece cadere il fucile di precisione e cominciò a piangere.

Una larga chiazza di bagnato gli si allargò all’altezza del cavallo dei pantaloni; era terrorizzato, aveva paura di morire, era sì imagespoco più di un bambino, ma era anche un assassino. “Pietà” mi chiese e ripeté più volte con quel suo accento duro come il suo cuore.

Come potevo uccidere un ragazzino? Potevo: potevo farlo pensando ai nostri morti, al mio paese decimato, all’Agnese e al suo bambino, a quelli che erano morti mentre festeggiavano la pace, la fine di tutto.

Quel che doveva essere fatto andava fatto senza pensare al poi. “Pietà”, chiese e supplicò ancora una volta.

No, pietà l’è morta: chiusi gli occhi e sparai.

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Pubblicato da su giugno 18, 2015 in Racconti

 

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