RSS

LA LUPA

15 Giu

LA LUPA

Quando tutto ebbe inizio?

Una data precisa ci fu: successe durante quella scampagnata con tutta la famiglia, per festeggiare la Pasqua e la “Pasquetta”; era la metà del mese di aprile del settantasette ed Alina, allora, aveva sei anni.

Erano partiti la mattina di Pasqua molto presto da Ferrara, dove vivevano, perché volevano arrivare con i camper almeno fino sulle prime alture dell’Abruzzo per godersi i boschi e l’aria pura di quelle zone.
indexcc

Della comitiva facevano parte loro, cioè lei, la mamma, il papà che guidava, e i gemelli, che allora avevano tre anni, Nicolò e Michael e poi c’era l’altro camper con lo zio, il fratello di papà, insieme alla moglie e i due figli, Marino e Adele, un po’ più grandi di loro: rispettivamente di otto e dieci anni.

Al loro seguito altri tre caravan di amici di papà che avevano fondato una sorta di “Camper fans club”, il che voleva dire dover passare ogni sacrosanto week-end (per non parlare dei “ponti”), a fare interminabili code per concedersi un paio d’ore in mezzo alla natura nonché insieme ad altre decine di amanti della “solitudine” dei boschi.

All’ora di pranzo comparivano incredibili quantità di cibo, che andavano dalle lasagne, alla parmigiana di melanzane, all’agnello al forno con patatine novelle, visto che si era in periodo pasquale.

Dopo un paio d’ore di pranzo e di bevute dei grandi che portavano, inevitabilmente a risate sguaiate, conseguenza di barzellette che, per fortuna, loro bambini non erano ancora in grado di capire, Alina, i suoi fratelli, i cugini e gli amichetti, erano arrivati al punto di saturazione della noia e così, mentre i più piccoli si erano addormentati loro, i più grandicelli, si dedicavano, con mille raccomandazioni delle mamme, all’esplorazione dei dintorni.

Alina, quella volta, non seguì i cugini e gli amichetti, ma si allontanò per conto proprio, seguendo un suo personale romanzo di fantasia che era un po’ un compendio di tutti quelli che conosceva.

Giunse in una radura scoscesa dove si apriva una buca che sembrava penetrare in orizzontale la montagna: era proprio quello che ci voleva per completare la sua personale versione di “Tarzan – Crusoe sull’isola del tesoro contro i corsari e i lillipuziani”.images

Carponi, incurante dei frammenti di roccia che le graffiavano le ginocchia nude, la bimba infilò la testa nel buco e, appena si fu abituata un poco all’oscurità, lo vide: sembrava un peluche, ma questo si muoveva: era un piccolo, tenero, adorabile cucciolo di lupo.

Senza pensarci un momento lo afferrò, se lo strinse al petto e corse verso il parcheggio dei camper per mostrare a tutti il suo nuovo amichetto.

All’improvvisato campeggio, qualcuno, vinto dal cibo e dal vino, si era addormentato, alcuni degli altri bimbi erano tornati alla base ed ora giocavano a palla mentre le donne, mamme e zie, rigovernavano quella specie di tsunami che erano i resti del pranzo di Pasquetta.

Alina comparve di corsa, come un’apparizione mistica, piombando in mezzo al folto gruppo col lupacchiotto in braccio.
“Guarda mamma che ho trovato: lo posso tenere?”

Come in una scena al rallentatore, all’unisono le donne si girarono, un paio di uomini si svegliarono, i bambini smisero i giochi.

C’era Alina che arrivava di corsa, felice col suo cucciolo in braccio e dietro di lei, a un paio di centinaia di metri, mamma lupa che aveva seguito le tracce olfattive del proprio piccolo.

La mamma di Alina gridò, portandosi le mani alle tempie e lasciando cadere una pila di piatti che andò in mille pezzi, il papà balzò in piedi, ma senza saper bene come agire; anche la lupa si fermò indecisa sul da farsi.

La bambina si spaventò per la reazione dei presenti e si mise a piangere, qualcuno gridò ed anche il cucciolo si spaventò e la morse ad una mano.

Alina lo lasciò cadere e il lupacchiotto, dopo una goffa capriola, si mise a caracollare verso la madre che, appena avutolo a tiro, lo prese fra i denti, fece dietro – front e se ne andò soddisfatta da tutto quel caos: aveva recuperato il suo piccolo e tanto le bastava.

Poi ci furono una confusione e una cacofonia ancora peggiori: le mamme gridavano, i padri si muovevano intorno freneticamente ma senza scopo, i bambini piccoli, appena svegliati dal trambusto, strillavano il loro disappunto.

Quindi, finalmente, il papà di Alina prese la figlia in braccio, la caricò sul camper e, abbandonata la comitiva, comprensiva di moglie e figli, si avviò il più velocemente possibile, in considerazione anche di quanto aveva bevuto, al più vicino pronto soccorso: ci volevano dei punti, occorreva disinfettare la ferita, forse un’antitetanica o un’antirabbica, ma bisognava fare in fretta tutto quanto.

Il morso dell’animale era poco più di un graffio, ma si dovette, in effetti, procedere all’antitetanica, all’antirabbica e ad una serie di altre “anti” che misero al tappeto Alina per una settimana con febbri altissime.

Presto l’incidente fu dimenticato e rientrò solo nel novero delle leggende familiari, quelle da tramandare ai nipoti.

Alina, al momento, non mostrò di aver subito conseguenze: al momento, però.

Passarono gli anni ed arrivarono il 1983 per il cristianesimo e i dodici per la bambina e con questi qualcosa successe dentro di list_640pxlei: certi ormoni si misero in azione, certi organi cominciarono la loro funzione che sarebbe proseguita per trenta o quarant’anni: era l’inizio della vita puberale della ragazzina e si avvicinava il suo primo ciclo mensile.

Già da un paio d’anni, a scanso d’equivoco, la mamma aveva provveduto a spiegarle cosa le sarebbe successo, così Alina non si trovò impreparata; ciò nonostante si sentì strana e non era solo per il mal di pancia e per l’emorragia là sotto; casualmente il culmine della mestruazione coincise con un sereno plenilunio: appena spuntata la luna piena, Alina si alzò dal letto, si spogliò completamente, uscì sul balcone della sua camera (ora ne aveva una tutta per sé senza i gemelli) e, mentre il sangue le colava fra le cosce, si rivolse alla luna, alzò la testa verso questa ed ululò a lungo.

Nel dormiveglia qualcuno in casa sentì, o gli parve di sentire l’ululato, ma poi il sonno ebbe il sopravvento.
Passarono gli anni per Alina ed ogni anno corrispondeva a dodici cicli mensili, a dodici pleniluni, e ogni mese qualcosa cambiava nella bambina, che oramai era una ragazza e si avviava a diventare una donna.

E donna divenne, e che donna: alta, bellissima, solo che ad ogni plenilunio coincidente col suo ciclo mensile, oramai c’era un cambiamento completo: la sua pelle serica diventava ispida, le spuntavano lunghi peli, il suo dolce volto diveniva un muso animale, la sua bianca chiostra di denti si trasformava in due file di zanne, mani e piedi diventavano zampe dotate di lunghi artigli.

Alcuni psichiatri la considerano una malattia mentale e la chiamano licantropia: etimologicamente lupo – uomo, o uomo – lupo, ma nessun luminare ha mai visto un essere umano trasformarsi nella bestia e, soprattutto, nessuno ha mai saputo della sete di sangue e della fame di carne umana, almeno, nessuno che sia rimasto vivo per raccontarlo.

Fortunatamente non sempre il ciclo lunare e quello di Alina, meno regolare di quello astronomico, coincidevano, così in un anno non erano molte le trasformazioni della donna in lupo, quel morbo trasmessole anni prima da un innocente cucciolo spaventato.

Fu verso i venticinque anni che Alina raggiunse la sua piena maturità di donna lupo, il culmine della sua trasformazione.

Si trovava con un amico sulla spiaggia dei Lidi Ferraresi, era notte fonda e non c’era nessuno; il cielo era velato, poi le nubi si aprirono e ne uscì una luminosissima luna; allo stesso tempo Alina sentì il sangue scorrerle fra le cosce, sentì i propri muscoli gonfiarsi come se volessero fuggire dal suo corpo, sentì la sua mandibola crescere, ma soprattutto sentì l’odore del sangue: del1525209_600567566752197_1363357181398149852_n proprio e di quello caldo e dolce che scorreva nelle arterie del suo amico; questi guardava avanti a sé e, al momento, non si accorse della trasformazione e quando lo fece era troppo tardi: Alina stava penetrando con i suoi artigli il suo petto, ne stava estraendo il cuore ancora pulsante, mentre le sue zanne affondavano nella sua gola paralizzata dal terrore.

Fu una cena divina e, per qualche mese, non ce ne sarebbero state altre.

Il giorno seguente qualcuno trovò sulla spiaggia i resti sbranati dell’incauto accompagnatore di Alina e ci fu chi parlò della presenza di uno squalo bianco in quelle acque: era la soluzione più probabile e nessuno ne volle prendere in considerazione altre.

Alina, però, era una donna intelligente ed era oramai conscia della propria doppia natura, così cominciò a spostarsi di continuo: prima l’Europa, poi l’America, poi l’Asia: morti rare e sparse per il mondo che nessuno avrebbe mai collegato e poi c’erano sempre gli squali, oppure i leoni, i varani, in centro America fu perfino tirato in mezzo il chupacabre, mitico animale divoratore di greggi e, si diceva, anche di persone: nessuno pensò mai a un lupo mannaro e, soprattutto, nessuno avrebbe mai pensato ad un lupo mannaro così avvenente.

Poi la nostalgia, il ritorno, dopo tanti anni, in Europa, Venezia, con le sue meravigliose lune e tanti canali e tanti motori fuoribordo che ogni tanto straziavano un poveretto.
Alina non aveva bisogno di lavorare: con la sua bellezza trovava sempre un ricco amante disposto a mettere il mondo ai suoi piedi: era sufficiente allontanarsi da lui in quei giorni particolari.
Proprio a Venezia, in una serata di gala al casinò, conobbe Vladimir, nobile moldavo, che fu il primo uomo del quale s’innamorò veramente.

indexVlad, come lo chiamava lei, era un po’ più vecchio di Alina, ma l’affascinava: era un uomo misterioso e strano.

Fra i suoi capelli spuntava un lungo ciuffo bianco ed i suoi occhi erano così neri da essere impenetrabili; con lui la donna visse notti di passione, ogninotte solo con lui, ma poi si avvicinò quella particolare…

Alina cercò di trovare una scusa per non incontrarlo proprio durante il plenilunio, ma il magnetismo di lui la costringeva a seguire la sua volontà, per cui non riuscì a disfarsene: peccato, avrebbe fatto la fine degli altri, ma in fondo un uomo, anche se bello, ricco e nobile, non è mai insostituibile.

S’incontrarono al casinò, come sempre e poi lui la trascinò sulla spiaggia: si baciarono, si amarono con un trasporto mai provato prima.

Poi la luna sorse da qualche parte nel cielo: Alina ululò, si inarcò, allungò zampe, artigli e zanne, si ricoprì di pelo; Vladimir la guardò e scoppiò in una lunga risata: “Permetti che mi presenti per bene: il mio nome non è Vladimir, ma Vlad, proprio come mi hai sempre chiamato tu, conte Vlad, anche se alcuni nella mia terra mi chiamano , invece, Dracul: demonio”.

Guardò anch’egli la luna e dal suo dorso spuntarono due enormi ali nere, come quelle di un pipistrello, un pipistrello molto, molto grande: anzi, un vampiro; poi i due ultimi superstiti di razze estinte si lanciarono uno verso l’altro e le loro zanne cominciarono a cercare il sangue dell’altro: alla fine ne sarebbe rimasto uno solo.

vampire_werewolf_fight_by_mindsiphon

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 15, 2015 in Racconti

 

Tag: , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: