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LUCE

05 Giu

LUCE

Io sono, anzi ero, il pericolo pubblico numero uno, come si diceva una volta, l’uomo nero, quello di cui tutti devono avere paura.

Anche quando credettero di avermi domato, anche quando mi infilarono in una gabbia come una bestia dello zoo, avevano ancora paura di me: forse non tanto di me come persona, ma delle mie idee, della loro forza, del fatto che a queste avevo gabbiasacrificato la mia vita e la mia libertà.

Dovevo, soprattutto, essere tenuto lontano dagli altri prigionieri, cosicché le mie idee non facessero proseliti.

Che io non fossi domo, che fossi ancora pericoloso, era, però, soprattutto una loro idee: in realtà io ero stanco, stanco di quello

che avevo visto, che avevo vissuto, perfino di quello che avevo fatto.

 

Non si creda che fare un attentato sia come uscire a bere un caffè: vuol dire mesi di preparazione, di studio, di paura, di dubbi, perché si sa che qualcuno morirà: ma è la legge della giungla, qualcuno deve morire perché altri vivano, e vivano meglio, se possibile.

Ho rinunciato alla mia vita, dedicandola agli altri: in fondo fra me e le mie vittime non c’era molta differenza, un sacrificio perché altri possano goderne.

Rinunciai così all’amore, alle amicizie, alla famiglia, al lavoro, agli svaghi.

Rimasi solo, sì, perché io sono sempre stato un individualista, così che non ci fosse mai pericolo di fughe di notizie o di spiate.

Forse per questo arrivai a fare perfino più di quanto mi ero prefisso, prima che mi fermassero.

Sono riuscito a farne fuori a decine di quelli che odiavo, quelli che rappresentavano l’ostacolo fra i miei ideali e l’interesse di pochi, prima di scivolare sulla mia sicurezza e fare l’errorino che, una volta o l’altra, tutti fanno e che mi è costato la libertà.CreativeState

Almeno mi avessero abbattuto, come quella bestia che mi ritenevano, mi sarei risparmiato anni di sofferenze, ma no, hanno voluto prendermi vivo, perché volevano da me una abiura delle mie idee, perché queste facevano e fanno ancora più paura del fucile di precisione che ho usato per mesi arrampicato su tetti, tralicci, finestre, nascosto dentro furgoni e cespugli.

Ma io non ho mai ceduto, nonostante quello che mi hanno fatto, nonostante il dolore, le privazioni, le torture psicologiche, quelle verso le quali nessuna associazione umanitaria insorge, quelle non condannate da nessuna legge internazionale.

Ho ucciso, è vero, ma solo persone (persone? forse è un termine eccessivo per le mie vittime) che lo meritavano: politici corrotti, ammanicati con i poteri economici e, spesso, con la criminalità organizzata, a scapito dei deboli, dei poveri, di coloro che sono costretti ad andare a frugare fra i rifiuti dei mercati per recuperare un mezzo frutto marcio, mentre altri gettano denaro che non sono più neppure capaci di contare, in feste vuote di significato, in alcolici, droghe, sesso a pagamento e senza amore.

A cosa è servito? C’è una teoria fisica, o forse filosofica, che dice che se m’immergo in mare e poi esco, il volume d’acqua diminuisce per quella che io ho addosso: vero, ma non se ne accorge nessuno, la differenza è insignificante: ne ammazzi cento, ce ne sono altri mille…

Allora, invece che un eroe, un Robin Hood, un Batman, mi hanno considerato a livello di Hannibal Lecter, the cannibal, non mi hanno messo in una cella, ma in una gabbia al centro di un ampio locale, sorvegliato giorno e notte da guardie armate con quella luce al neon, fredda, accecante, accesa giorno e notte, quasi che col buio io potessi sparire quale novello Houdini, io l’inafferrabile uomo – ombra, capace di mischiarmi a queste e di fuggire dalla gabbia.

La luce, che per tutti è vita, che è alla base della vita, per me è divenuta tortura, e forse questa è stata la peggior vendetta del potere: farti apparire come punizione ciò che per tutti è simbolo di vita, di gioia, di bellezza.
articleNon ricordo neppure per quanto tempo non ho dormito: mesi, anni, sono arrivato sull’orlo del baratro della follia, per poi tornare indietro ogni volta, sostenuto solo dalla mia rabbia, dalla mia voglia di ribellione e di un’ultima vendetta contro quel potere che non accetta di essere sconfitto.

Provai a chiudere gli occhi, a mettermi un braccio sul volto, per poter dormire, trovare un po’ di pace nel buio, ma la luce, quella luce che proveniva da ogni punto della gabbia, trovava sempre il modo di filtrare sotto le coperte, sotto il mio corpo, sotto qualsiasi riparo.

Morire, darmi la stessa morte che tante volte avevo dato ad altri, sarebbe stato facile, sempre che fossi riuscito a distrarre le guardie, ma avrebbe significato darla vinta al potere, riconoscergli di avermi sconfitto: l’avrebbero spacciato all’opinione pubblica come il pentimento e il rimorso di un terrorista, ed io terrorista non sono: sono un patriota, un nuovo partigiano, solo che da sempre la storia la scrivono i vincitori.

Washington: eroe per gli americani, terrorista per gli inglesi.

Bresci: terrorista.

Garibaldi: eroe.

Guevara: eroe a Cuba, terrorista per gli americani.

Bolivar: eroe.

Bin Laden: terrorista.

Partigiani: eroi.

Guerriglieri: terroristi

La storia è piena di eroi che avrebbero potuto essere tramandati ai posteri come terroristi e terroristi che avrebbero potuto essere considerati come eroi nazionali, se solo le cose fossero andate diversamente.Picture2

È una questione di punti di vista: credo che abbia qualche attinenza con quella storia dei bicchieri mezzi pieni o mezzi vuoti.

No, signori, la rabbia, l’urlo dei deboli, degli oppressi non si può fermare.

E il mio urlo fu terribile, quando riuscii a rubare alle guardie il cucchiaio di plastica che avrei dovuto restituire dopo il pasto della belva.

Le guardie si erano assopite: il caldo estivo, la pancia piena, la coscienza messa a tacere, ma il mio grido le svegliò di soprassalto.

Gridarono anch’esse quando mostrai loro il cucchiaio con dentro i miei occhi, quando videro le mie orbite finalmente vuote dei bulbi e piene del mio sangue.

imagesccChiamarono un dottore, ma gli occhi non si possono riattaccare come una mano o un piede.

Ora, finalmente, la luce si è spenta nella mia gabbia; ora posso finalmente dormire, sognare, perfino sognare un mondo migliore.

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Pubblicato da su giugno 5, 2015 in Racconti

 

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