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DIPINTO MONOCROMATICO AL CREPUSCOLO

15 Mag

DIPINTO MONOCROMATICO AL CREPUSCOLO

Il paese di mare era praticamente deserto in quel periodo e a quell’ora: fine marzo e le diciotto e trenta di sera.
Per giunta aveva appena smesso di piovere.
indexCosa Davide facesse lì, non lo sapeva neppure lui: forse scappava, ma lo faceva dall’unica persona che non sarebbe mai riuscito a seminare: se stesso.
Più che da se stesso come uomo, cercava di fuggire dai propri fallimenti, dai disastri che aveva sempre causato, seppure involontariamente.
Fino da ragazzino quella era stata la sua caratteristica: muoversi con tale impaccio da causare danni; ben presto i compagni di classe avevano preso a chiamarlo Paperoga, come il papero imbranato dei fumetti, e quel soprannome tanto innocuo, quanto crudele, l’aveva accompagnato per praticamente tutti gli anni della scuola.
Se sul tram si alzava per lasciare il posto ad una persona anziana, inevitabilmente finiva per pestarle i piedi; se un compagno di scuola lo invitava a pranzo, lui non poteva esimersi dall’aiutare a sparecchiare, finendo immancabilmente per rompere qualcosa.
Lui diceva di essere sfortunato, ma la sfortuna non c’entrava, era il suo impaccio, la sua paura di sbagliare, che lo portavano a strafare e, quindi a sbagliare.
Dopo il diploma superiore, aveva fatto la sua scelta di vita: restare solo e dedicarsi alle sue due grandi passioni: la fotografia e la pittura.
Per un certo tempo aveva avuto un discreto successo, non fosse altro per l’originalità delle sue inquadrature fotografiche e dei quadri che poi ne ricavava, ma ben presto, passato il primo entusiasmo del pubblico e dei critici, era lentamente scivolato nel dimenticatoio.
La sua caratteristica erano le visioni notturne della città, prima fotografate e poi dipinte su tele di grande formato, soprattutto indexwwdopo una pioggia che aveva reso l’asfalto viscido e lucido, tanto da riflettere le luci dei lampioni, dei semafori, delle insegne al neon, delle lampadine delle automobili, e poi le targhe e le ruote delle stesse: macchie di colore nel grigio dato dall’assenza della luce diurna.
Erano visioni estremamente suggestive, che non potevano non colpire all’istante chi le osservava, ma ben presto la gente si accorgeva che, appese in casa, finivano con creare angoscia a causa di ciò che volevano rappresentare: una realtà priva di colore, di speranza, un ineluttabile scivolare verso la notte e lo spegnersi di ogni aspirazione.
Anche la sua vita sentimentale era stata un disastro, anche in queste occasioni lui era rimasto l’eterno Paperoga, impacciato, imbranato, incapace di esprimere i propri sentimenti e di farsi accettare dalle persone che lo interessavano.

Ecco, ora, alla soglia dei quarant’anni si ritrovava solo, con fra le mani un’arte che si disgregava come un vecchio muro incrostato di salnitro.
Era giunto in quel luogo così, vagando senza meta, armato di delusioni, macchina fotografica e pennelli.

Era capitato vicino al porto della cittadina, su una rotonda dove una serie di pennoni reggevano le bandiere di varie nazioni, ma solo d’estate: ora i pali verdi e un po’ scrostati si slanciavano verso il cielo quasi in una posizione di supplica e preghiera.

imagesvvFra le nuvole nere ancora cariche di pioggia, che si spostavano ad est, spuntava un piccolo spicchio di sole rosso incapace di scaldare corpi ed animi.

Sull’asfalto il suo gemello riflesso tremolava sotto una leggera brezza gelida.
I lampioni gialli si erano accesi in anticipo non appena il temporale aveva portato quel crepuscolo innaturale.

Anche questi proiettavano la propria immagine malata fin dentro l’asfalto lucido.
Infine c’erano le luci rosse delle posizioni e degli stop delle rare automobili che s’avviavano tristemente verso mete sconosciute, che creavano riflessi colorati in contrasto col monocromo del resto dell’ambiente.

Il semaforo era rosso, poi cambiava in verde, poi giallo, ancora rosso, all’infinito, paziente nel suo compito ripetitivo e stanco, all’unisono col suo gemello riflesso.

Il tempo trascorreva con un suo ritmo indefinibile, dissonante da quello dei pensieri cupi di Davide.201310261845-400sq-1

D’un tratto questi di distolse da dolori antichi e osservò il paesaggio del porto in lontananza, la rotonda coi suoi colori danzanti nel mezzo di un contorno che dal seppia delle ultime luci del giorno, scivolava verso un grigio monocromatico, senza ombre o sfumature: sembrava uno dei suoi quadri, quello che non aveva ancora dipinto, il più bello e il più angosciante della sua pittorica.

Con mano tremante estrasse la macchina fotografica dalla sua custodia, con una esasperata lentezza che contrastava col ritmo del suo cuore accelerato da antichi ricordi e vecchi dispiaceri.

Scattò alcune foto, poi si voltò, non senza fatica a causa della cintura di sicurezza che non aveva mai slacciata, così come non aveva spento il motore della vettura, e appoggiò l’apparecchio fotografico sul sedile posteriore; nonostante le immagini riprese, non era convinto di poter fermare per sempre quell’istante, quei colori, così prese dal sedile stesso una tela vergine e la cassetta dei colori.

In questo modo, scomodamente stretto fra il sedile e il volante che gli serviva da cavalletto, iniziò a fermare quel momento sulla tela.

Dapprima, con pochi movimenti rapidi ed esperti, tracciò il contorno del paesaggio con un carboncino appuntito, poi sparse 4_9bigun’abile miscela di grigio e nero sulla tavolozza incrostata di ambizioni abbandonate ed iniziò a trasferire nel quadro il nero che aveva nel cuore.

Non era in grado di valutare il tempo che trascorreva, rapito fra i suoi rimpianti e quell’effimera esaltazione della momentanea creatività, conscio di stare per creare qualcosa di unico, qualcosa che sarebbe sopravvissuta, che avrebbe raccontato al mondo, o meglio, a quella parte di esso in grado di capirle, le sue emozioni.

Tac, tac, tac, faceva il semaforo a ritmo, ogni volta che cambiava i propri messaggi colorati.
Poi un ultimo tac e si spense: per fortuna il suo terzo gemello, dopo quello affondato nel grigio asfalto, era già stato fermato sulla tela nel suo severo monito di fermarsi a riflettere sulla grandezza dell’universo e sulla potenza rabbiosa di quelle nuvole nere che brontolavano ormai lontane all’orizzonte dentro una notte incombente.

Le ultime auto dirette verso destini sconosciuti lasciavano effimere strisce di sangue sull’asfalto che le beveva avido come un vampiro: pochi istanti e sparivano.
in bianco e nero, senza altri colori che quei pochi impressi sulla tela che andava asciugandosi e, nello stesso tempo, spargendo imagesodore di trementina nell’angusto abitacolo della vettura; con un piccolo singhiozzo anche il motore, stanco di lavorare per nulla, si spense.

Davide piangeva: si asciugò le lacrime coi palmi delle mani e in quel momento passò un’ultima automobile: il rosso dei suoi fanalini si rifletté sulle mani bagnate, insanguinandole.

Mio Dio!, pensò Davide, che cosa ho fatto!” e in quel momento, solo nel buio monocromo che lo circondava, si convinse di essere stato lui ad uccidere il sole.

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Pubblicato da su maggio 15, 2015 in Racconti

 

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