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VICINI DI NIDO

03 Apr

VICINI DI NIDO
(ispirato ad una canzone di Edoardo De Crescenzo)

Io e lui non eravamo fratelli: eravamo più che fratelli, eravamo amici.
Lui era nato da una covata sull’albero accanto al mio; all’inizio erano tre le uova, ma una era stata rapita da non so quale animale; dalle altre due erano nati il mio amico e sua sorella.
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Anche nel mio nido le uova erano tre ed ero nato io e i miei due fratelli, sempre affamati, sempre a gridare incuranti che il nostro pigolio potesse attrarre qualche predatore.

Certo che eravamo brutti: tutto becco, ali minuscole e totalmente inutili ed inadeguate, corpo nudo e roseo.

Il mio amico, almeno quello che sarebbe diventato poi il mio minore amico e a dire il vero anche l’unico, non lo avevo ancora visto, ma lo sentivo pigolare perfino più forte di me e dei miei fratelli, per non dire della sua sorellina: lo sentivo e avevo deciso che volevo conoscerlo, fare amicizia, giocare e volare con lui.

A furia di vermi, di insetti e di tutto ciò che i nostri genitori ci portavano, cominciammo a cambiare; io vedevo il mio cambiamento guardando i miei fratelli: io dovevo essere come loro, assomigliare loro salvo che, forse, per qualche sfumatura di colore.

Ci crebbero le piume e le penne, le ali divennero più grandi e il becco più proporzionato: per quanto ne so io eravamo proprio bellini.

Certo la mia specie non era delle più grandi: guardando il cielo vedevo volare altri uccelli, alcuni grandi, alcuni enormi, alcuni maestosi: noi eravamo una specie piccola, decisamente, ma almeno così potevamo sopravvivere con poco.

Mano a mano che la stagione si inoltrava verso un’altra più calda diventavamo sempre più grandi e belli e forti; poi un giorno i nostri genitori ci fecero capire che dovevamo imparare a volare; purtroppo noi non siamo in grado di comunicare con suoni fra di imageswwnoi, ma abbiamo un’eccellente mimica e comprendiamo tutto.

Io fui il primo a buttarmi, perché volevo vedere le cose dall’altro, volevo sfidare gli uccelli più grandi, volevo conoscere il mio amico e magari anche sua sorella, perché sapevo che prima o poi un maschio e una femmina devono formare una nuova nidiata e non lo possono fare due maschi, anche se si vogliono bene e sono amici e vicini di nido.

Questo non ce lo insegnano i genitori: questo ce lo dice l’istinto che la nostra specie per non morire ha sempre bisogno di nuovi individui.

Che paura la prima volta! Credevo proprio che mi sarei schiantato al suolo, ma poi comparve un’ombra accanto a me: dapprima ebbi paura che fosse un predatore, ma poi, anche se non lo avevo ancora mai visto, capii che era il mio amico, quello che era destinato ad esserlo ed allora guardai come faceva lui e riuscii a volare, ad alzarmi oltre le cime degli alberi, a vedere le montagne e una distesa d’acqua che nulla aveva a che vedere con quella che si formava fra le pieghe dei rami dell’albero dove ero nato.

Oramai ero indipendente, sapevo volare, anche se non sarei mai stato un fenomeno come il mio amico: lui pareva fatto di vento, raggiungeva altezza inimmaginabili, velocità che neppure mi sarei sognato, faceva evoluzioni difficili da ripetere: c’è chi nasce volatore e chi vola per natura, lui era un campione, il migliore.

Quando tornai al nido scoprii che i miei genitori se n’erano andati e così pure i miei fratelli: per noi uccelli è così: non appena siamo in grado di volare e di nutrirci da soli i genitori e i fratelli ci abbandonano alla nostra sorte per invogliarci a formare la nostra famiglia.

Io avrei voluto che il mio amico venisse a stare con me nel mio nido, ma è una cosa che non si usa: lui continuava a vivere sull’albero accanto al mio e alle prime luci dell’alba ci mandavamo un richiamo e ci trovavamo in cielo a volare a scoprire a giocare, ma anche a cercare di nutrirci, di bere da quell’enorme distesa di acqua, di lavarci, di tenere le nostre piume pulite ed efficienti.

A volte non volavo col mio amico: a volte mi posavo su di un ramo e lo osservavo fare le sue inimitabili evoluzioni, magari in controluce, col sole alle spalle ed anche lui pareva fatto di luce e di aria e di vento.
Le stagioni avanzavano, era quasi ora di decidersi a mettere su una famiglia nostra, ma c’erano dei cambiamenti anche nell’aria e non solo per la temperatura che cambiava, per la durata del giorno che mutava anch’essa:c’era come una certa agitazione in quasi tutti gli animali, quasi una cautela nel canto, nei movimenti .

index2E poi, un giorno, cominciarono quei rumori forti, simili al tuono dei temporali, anche se non così forti.

Non sapevamo cos’era, ma sapevamo per istinto che dovevamo avere paura, tenerci alla larga da quei rumori che non lasciavano presagire nulla di buono.

E così un giorno, all’alba, ero in giro col mio amico quando cominciarono delle esplosioni vicino a noi, troppo vicino: eravamo terrorizzati e sentivamo degli animali abbaiarci contro, farci fuggire dove volevano loro.

 

Anche il mio amico sembrava impazzito di paura e poi un’esplosione troppo vicina e lui cadde; lo vidi cambiare colore, vidi le sue piume colorarsi sempre più di rosso.

Per un momento i suoi occhi mi guardarono come a dirmi: “Va, scappa, resta libero, resta vivo, vola anche per me” poi i suoi occhi si chiusero, una zampa di un animale che camminava solo su quelle posteriori lo prese e lo attaccò alla sua vita.

Avrei voluto piangere, ma la nostra razza non è capace di farlo; fuggii via, ma rimasi quasi subito impigliato in un intrico come di imagesrami sottilissimi, poi una zampa prese anche me e mi mise dentro una specie di nido dal quale, però, non si poteva volare via.

Chiusi gli occhi per non vedere: avrei voluto morire, raggiungere il mio amico che era stato tale per troppo poco tempo.
Invece sono vivo, ma per modo di dire: non posso più volare in alto a vedere le montagne e la grande acqua, non posso più giocare fra le nuvole e il vento: il mio cielo, il mio mondo, hanno uno spazio limitato.

Non riesco a volare in così poco spazio, posso solo saltellare dal trespolo all’altalena, da questa al trespolo e così fino a sera.

Ho un nido, ma non una compagna e soprattutto non ho più un amico.

A volte, credendo di farmi felice, mi mettono col mio piccolo mondo fuori, sul muro di un grande nodo di roccia liscia, ma non sono felice a vedere gli altri uccelli volare, a ripensare a quel breve tempo in cui io e il mio amico ci sfidavamo nel volo e lui mi batteva.

A volte guardo verso il sole e mi sembra di vederlo, lui, il mio grande amico vicino di nido, è trasparente come l’acqua e splendente come il sole e le stelle: allora mi si stringe il cuore, perché io sono vivo, è vero, ma lui è libero, lui vola ancora lassù sempre più in alto e lo farà per sempre.

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Pubblicato da su aprile 3, 2015 in Racconti

 

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