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LE TENDE E LE COSE

12 Mar

LE TENDE E LE COSE

Elvio diede ancora un’occhiata alla propria casa: dava esattamente il senso della sua vita, disordine e abbandono.
Un tempo non era così, quando c’era ancora Ludovica, detta Luvi, la loro casa era ordinata e felice.

Sembra impossibile, eppure anche una casa può essere felice, sorriderti al mattino al tuo risveglio e tutto perché le case assorbono gli umori delle persone che le abitano.
E così è per gli oggetti, che ricambiano con amore l’amore con il quale sono stati scelti, curati, inseriti in una casa felice.
E sorridente.

index7Elvio gettò anche un fugace sguardo alla sveglia col vetro copri – quadrante crepato e ricordò che non funzionava da quel giorno che…
Cercò l’orologio e lo ritrovò, dopo una rapida investigazione, sotto i calzini sul comodino dalla parte di lei del lettone che avrebbe avuto un urgente bisogno di un cambio di lenzuola, visto che era altamente improbabile che quello attuale fosse il loro colore originale.

Era tardi, tardi per cosa? Forse per qualsiasi cosa, tranne che per il lavoro che aveva perso oramai da mesi.

 

“Domani chiederò alla portiera di venire a farmi un po’ di pulizie” pensò Elvio: era un proposito che faceva all’incirca un paio di volte alla settimana da mesi, oramai, da quando… da quando la sveglia si era rotta; forse avrebbe dovuto buttarla, come tante altre cose in quella casa che non era più capace di ridere, ma in fondo che fastidio dava lì, sul comodino?

È vero che non segnava l’ora esatta se non due volte al giorno, ma non faceva neppure alcun male e nell’uomo era rimasto ancora un briciolo d’amore per gli oggetti che lo avevano accompagnato per buona parte della sua vita.

Loro non lo avevano lasciato e allora perché lui doveva fare quella carognata di buttarli via?.

L’orologio emerso da sotto i calzini gli diceva che era ancora presto, non tardi: era tardi solo per ricominciare una vita normale, ma presto per qualunque altra cosa, visto che a quell’ora i negozi e gli uffici erano tutti ancora chiusi.

Gli uffici lo interessavano meno, o affatto, ma i negozi sì: appena possibile avrebbe dovuto andare a fare un po’ di spesa, visto che il frigorifero aveva assunto anch’esso l’aria triste e desolata del resto della casa.

Le calamite variopinte sulla sua porta erano storte e disordinate; con quelle a forma di lettere dell’alfabeto Luvi gli lasciava dei messaggi affinché lui potesse leggerli al suo risveglio, se lei usciva presto quando lui ancora dormiva, oppure al suo rientro a casa.

Ora stavano scivolando sempre più in basso sulla porta che cominciava a mostrare qualche puntolino di ruggine.

Elvio si lavò e si mise abiti puliti: almeno il rispetto di se stesso non lo aveva ancora totalmente perduto, poi bevve un caffè riscaldato e gettò vestiti e biancheria sporchi nella cesta dei panni da lavare: “Prima o poi dovrò decidermi a fare un bucato – pensò – non ho quasi più biancheria pulita”.

Alzò le tapparelle e vide che c’era il sole e allora caricò la lavatrice, anziana coetanea del frigorifero, e la avviò.
Si senti, per un attimo, soddisfatto di sé e di quell’invisibile colpo di pennello dato al pittoresco disordine della sua casa.

 

Per un attimo sorrise, poi si ripromise “…e domani stiro tutto e butto via un po’ di roba”.

Dopo la missione lavatrice riguardò l’orologio che oramai aveva individuato e mappato e valutò che poteva cominciare ad avviarsi 0verso il supermercato: sarebbe andato a piedi, tanto non era il tempo che gli mancava, a lui mancava…
Nonostante tutto dovette attendere alcuni minuti l’apertura dei cancelli; nel frattempo immaginò la lavatrice compiere i suoi monotoni cicli di lavaggi, risciacqui, centrifughe.
Si soffermò a guardare il depliant in bacheca con le offerte della settimana, senza vederlo in realtà: era sempre così, c’era un pensiero preponderante, fissatosi fra cuore e pancreas dal momento in cui…
Vide, però, che c’erano in offerta delle tende azzurre e pensò subito a quelle del suo studio, ridotte oramai a brandelli da anni di sole, uso e incuria.
Le tende furono il primo articolo che infilò nel carrello, poi tornò indietro e le lasciò giù, ma arrivato in fondo alla corsia fece un nuovo dietro – front e le riprese per la seconda volta.

Alla cassa ebbe per un attimo la tentazione di lasciarle giù definitivamente, appoggiandole sul cestello delle gomme da masticare, ma resistette e le pagò.

Giunse a casa che la lavatrice aveva finito il suo ciclo ed attendeva l’ultimo input per la centrifuga finale e lo svuotamento.

Prima, però, estrasse dalle due borse di plastica i surgelati e li ficcò a forza nel congelatore che pareva pronto per una guerra atomica di lunga durata.

Giunto alle tende, le guardò pensieroso, domandandosi il perché di quell’acquisto: doveva imparare a gestire meglio il suo denaro.

maxresdefaultVero che le tende vecchie erano indecorosamente rotte e grigie, ma per gli ospiti che riceveva lui da allora… potevano fare ancora il loro servizio.

Stese il bucato al sole, mentre già andava rannuvolandosi, poi si costrinse a introdurre la propria persona nel ripostiglio ingombro di borse di rifiuti cartacei in attesa di essere portati nei cassonetti condominiali per il riciclo; erano soprattutto pubblicità e depliant, visto che lui non aveva più comperato un quotidiano da quando…

Arrancò fino alla scala pieghevole (scaleo, lo chiamava Luvi che era di origine toscana e a questo ricordo risentì la voce di lei che gli parlava da quel posto strano a sud del cuore) e la trascinò fuori dal ripostiglio, maledicendo l’idea che aveva avuto di comperarne una così pesante.

Se avesse atteso un po’ non avrebbe mai attaccato le tende nuove, quelle azzurre, che forse non s’intonavano alla stanza, ma già, per certe cose ci vuole la mano di una donna: se non altro non erano a buchi come le loro antenate, ma quelle le aveva scelte lei, le avevano acquistate insieme appena avevano messo su casa.

S’inerpicò sulla scala con quel recondito timore che se fosse caduto nessuno lo avrebbe soccorso per mesi, forse e fece cadere a terra quelle che oramai erano diventate un nido di acari: queste si afflosciarono sfinite da una vita di duro lavoro, quindi ridiscese, prese dalla confezione quelle nuove, risalì e le appese: stavano bene, ma odoravano di novità e solitudine.

Le tende vecchie giacevano inerti a terra.

Elvio aveva in mano un sacco nero della spazzatura, che teneva pudicamente nascosto dietro la schiena, quasi per non farlo ?????????????????????????????????????????????????????????????????????????vedere alle tende, un po’ come l’accalappiacani che nasconde il laccio alla vista dei randagi.

Pensò a tante cose, a un turbine di cose ed emozioni che facevano un ping – pong fra la sua mente e quel punto a nord del pancreas, poi lasciò cadere a terra il sacco, prese le tende con delicatezza e si apprestò a ripiegarle.
All’inizio fece un po’ di fatica, da solo: l’orlo era disfatto e non riusciva a pareggiarle.

Per un attimo ebbe un singhiozzo ed emise un urlo silenzioso, ma non versò una lacrima, perché quelle erano finite da tempo.

Mise le tende, finalmente ripiegate alla meglio, in un sacco di cellophane trasparente, quelli che si usano normalmente per riporre i cappotti e ne ripiegò la sommità, chiudendola poi con lo scotch, quindi sgusciò nuovamente in ripostiglio e le ripose su fondo dell’armadio; era come per la sveglia: quelle tende erano legate a troppi attimi e ricordi della sua vita e non se la sentiva di gettarle via.

Presto qualcuno l’avrebbe fatto in sua vece, quando anche lui avrebbe finito di perdere pezzi e sarebbe stato definitivamente inutile e da gettare insieme a tutte le altre cianfrusaglie, inutile come una tenda bucata o una sveglia col vetro incrinato.

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Pubblicato da su marzo 12, 2015 in Racconti

 

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