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L’UOMO CHE RIVIDE L’ANGELO

19 Feb

L’UOMO CHE RIVIDE L’ANGELO
(Seguito, conseguenza e logica conclusione de “L’uomo che raccolse un angelo).

1139719151eE dunque l’angelo volò via, verso i suoi simili, lontano da Gianfranco, l’uomo che l’aveva     raccolto, curato e accudito.
Non è dato sapere se la creatura celeste avesse realmente compreso i sentimenti del suo salvatore: di sicuro non sono facili i rapporti fra specie diverse, che parlano lingue diverse, che vivono, probabilmente, in modo diverso le proprie emozioni.

* * *

Gianfranco vide, lui solo, l’angelo volare via: nessun altro se ne accorse e, a raccontarlo, nessuno ci avrebbe comunque creduto.

Ma in ogni caso lui non aveva alcuna intenzione di raccontarlo: se c’è una cosa di cui tutti indistintamente hanno pudore è dei propri sentimenti.

L’angelo volò via e con esso se ne andò la speranza.

 

Certo quell’amore, un amore ideale, non una semplice passione, un’attrazione fisica, aveva lasciato il segno: l’uomo era sconvolto, profondamente infelice, se mai era stato felice una sola volta in vita sua.

Gianfranco capì che non avrebbe mai più vissuto, che non avrebbe mai più amato.

È concepibile un’intera vita senza amore? Non che l’uomo non avesse mai amato prima d’incontrare l’angelo, di sicuro non lo avrebbe più fatto dopo, ma nessuno mai nella sua vita aveva provato quel tipo di sentimento per lui.

Perché? Come mai? Difficile, impossibile dirlo: forse perché a volte le cose vanno così perché è così che devono andare, perché forse è scritto da qualche parte, su di un libro segreto, che devono andare in questo modo.

Può la vita avere uno scopo senza l’amore? Non è forse il fine ultimo di tutti gli essere umani amare ed essere riamati?
Il denaro, il successo, sono sempre e solo un mezzo, anche se troppi a volte non lo capiscono, se scambiano la purezza angeladell’amore con ciò che sovente puro non è e magari non è nemmeno amore.

La scelta di Gianfranco, il suo dilemma, non era se vivere o non vivere, ma se sopravvivere o decidere che la cosa era inutile, solo un prolungamento di un’agonia, la sua, iniziata probabilmente alla nascita.

Neppure la donna che lo aveva lasciato l’aveva mai amato sul serio, neppure Peggy, la loro gatta, che si era lasciata portare via senza combattere per un amore che non provava, ma quella era una specie diversa, come lo era l’angelo, del resto: quasi impossibile capire i loro sentimenti.

A volte, quasi sempre, è duro decidere, è più comodo e semplice lasciarsi scivolare tutto addosso, cercando di non pensare per non decidere.

Ma farlo a mente lucida è così difficile…

E allora Gianfranco cominciò a bere, bere per stordirsi, così da non pensare e dunque non decidere.

Girava i bar del suo quartiere, non lavorava più andando a consumare quei pochi risparmi di una vita senza curarsi di cosa sarebbe accaduto dopo: non pensare, appunto.

A volte lo stordimento era totale, si addormentava, ma non era un sonno vero, al bancone di un bar fino a che non lo buttavano fuori, in mezzo al marciapiede: nessuna pietà per lui, come sempre e come da sempre.

10805579_884815564870758_974529398192887549_nAccadeva qualche volta che nel delirio alcolico lui mormorasse quella parola, che per lui era un nome: angelo.

La gente rideva: si chiedevano se angelo fosse un attributo di una donna che lo aveva lasciato o un nome di un amore diverso, immorale, che tutti dicono di tollerare, ma che in realtà condannano come sempre avviene quando non si comprende una cosa.

C’era stato un tempo, ora distante e dimenticato, in cui l’uomo aveva avuto degli amici, ma amici di quelli che spariscono appena vedono una persona in difficoltà, timorosi che venga loro chiesto qualcosa: lei, la donna che per alcuni anni aveva condiviso la sua casa, si era portata via anche loro insieme alla gatta.

Se questi pseudo amici l’avessero visto ora, probabilmente non lo avrebbero riconosciuto, o per lo meno avrebbero finto di non farlo, da tanto che era cambiato: barba lunga, capelli in disordine, abiti e pulizia approssimativi.

Gianfranco non mangiava quasi più: per lo meno non pasti normali e regolari, beveva, beveva birra, vino, liquori scadenti, qualunque cosa servisse a stordirlo, ma l’ebbrezza alcolica non portava l’oblio voluto, non lo faceva mai: anzi rinvigoriva il ricordo e il dolore.

La sua non era stata una passione senile, un amore normale: era l’amore per un angelo, una cosa al di fuori di ogni schema, di ogni comprensione, perfino di quella dell’involontario protagonista e vittima.

Poi il piccolo gruzzolo arrivò praticamente al termine, ma il tormento dell’uomo no: aveva bisogno di denaro, ne aveva bisogno per bere, per sperare, un giorno, di dimenticare il dolore che provava senza sosta.

Allora decise di trovarsi un lavoro, uno qualsiasi, pur di potere ancora cercare la catarsi in fondo a un bicchiere. Si rimise in sesto alla meglio, si tagliò la barba e i capelli, si mise abiti puliti e rispose ad un annuncio per un impiego.

Si mise alla guida di un’autovettura che faticò a mettere in moto, visto che era ferma da tempo immemorabile e andò verso l’appuntamento e il destino.

Il caso, forse crudele, lo riportò laddove aveva incontrato per la prima volta il suo amato: la stessa strada, lo stesso campo indexdesolato dall’abbandono invernale e per un attimo gli parve di rivedere la meravigliosa creatura, ma era solo un riflesso, un’allucinazione, forse un residuo del veleno che oramai gli scorreva nel sangue.

La distrazione di quella visione gli fu fatale: la macchina scivolò sull’asfalto insidioso, girò su se stessa, si capovolse, andò ad abbracciare un albero ed ogni luce si spense; per un solo attimo, l’ultimo, Gianfranco provò una grande pace e niente più dolore.

* * *

Poteva essere il nulla definitivo, ma così non fu.

Si risvegliò in un non-luogo fra altri non più vivi: tutti s’ignoravano, tutti cercavano una certezza, una faccia amica, un riferimento, ultimo brandello di una vita diversa, una della quale avrebbero dovuto abituarsi alla mancanza.

Anche Gianfranco, con l’ultimo residuo di pensieri della sua vecchia fase di esistenza, cercava, cercava qualcosa, qualcuno di speciale.

E lo vide, vide l’angelo, il suo angelo, perché gli angeli non sono tutti uguali e lui il suo amato lo avrebbe riconosciuto fra mille.

Anche la creatura lo riconobbe, gli sorrise: ora, forse, erano un po’ meno diversi, quindi un po’ più simili: ora, forse, anche l’angelo avrebbe potuto capirlo ed amarlo. Forse adesso, dopo la vita terrestre, anche per Gianfranco ci sarebbe stata una possibilità d’amore.

C’era tutta l’eternità per scoprirlo.

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Pubblicato da su febbraio 19, 2015 in Racconti

 

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