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QUEL GIORNO IN CHIESA

27 Gen

QUEL GIORNO, IN CHIESA

L’anno scolastico di cui qui si parla è quello oramai lontano e remoto del 2001/2002 e quei ragazzi qui presenti sono oramai quasi uomini, lontani, forse dimentichi di ciò che sono stati e che forse in un angolo nascosto dentro di loro sono ancora.
In primavera venne a mancare il padre di una mia collega di lettere, precisamente la professoressa della seconda con la quale avevo iniziato le supplenze a settembre, la prima supplenza in quella scuola dove non sarei poi più ritornato.

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Considerando che la chiesa era vicino a casa mia, unito alla stima per la collega e all’empatia col suo dolore, decisi di andare al funerale.
C’erano, ovviamente, oltre a molti insegnanti, i suoi alunni, tutti, indipendentemente dal loro credo religioso, perché come diceva Totò, la morte ci rende tutti uguali, è una livella.
C’erano ragazzi, alcuni genitori, diversi insegnanti e bidelli e persone estranee alla scuola.
Io li attendevo fuori dalla chiesa i miei ragazzi che non erano più miei, ma lo erano stati e lo sarebbero, dunque, stati per sempre, per entrare insieme a loro.
Arrivarono tutti in fila, in silenzio, seguendo il prof-parà, lo stesso che io avevo supplito e che pochi anni più tardi se ne sarebbe andato anch’egli improvvisamente e inopinatamente ed ognuno di loro aveva in mano due fiori.
Poi ad un certo punto della cerimonia, in chiesa, ad uno ad uno quei fiori andarono a deporli sulla bara ed infine, sempre nella massima compostezza, fecero la comunione.

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Forse non si erano neppure confessati, ma io credo che non ce ne fosse bisogno.
Questi ragazzi erano considerati una delle classi più indisciplinate della scuola, eppure stavano dando una bella dimostrazione di sensibilità d’animo.
Nel vederli deporre i fiori sulla bara piangevano tutti: i ragazzi, i genitori, i bidelli e i docenti, senza distinzione di casta e senza vergogna, perché non ci si deve vergognare del dolore, ma di non provarlo.
All’uscita dalla chiesa Giacomo, il più scatenato, nonché distruttore di porte della scuola, scoppiò a piangere inconsolabilmente.
Io lo strinsi a me per una spalla dicendogli: ”Dai, non fare così, altrimenti fai piangere anche me e poi che figura ci faccio?”.
In realtà più volte in chiesa avevo dovuto reprimere un singhiozzo, fino a quando potei farlo, cioè fino alla deposizione dei fiori: poi non mi trattenni più neppure io.
Lui replicò: ”Ed io che figura ci sto facendo, allora?”.

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Quella di un bambino buono e sensibile”, gli sussurrai, stringendolo ancora più forte.
Quel giorno, in chiesa, non fui l’unico ad avere gli occhi umidi vedendo quelle creature piccole, ma dal cuore grande avviarsi coi fiori in mano verso la bara.
Quel giorno, in chiesa, forse più di un insegnante dovette ricredersi su come sia troppo facile giudicare i ragazzi senza cercare prima di conoscerli a fondo.
Quella fu l’ultima volta che vidi quei ragazzi, se non di sfuggita, perché il dolore fa crescere, perché ora mai non avevano più bisogno di me per asciugare loro le lacrime, perché quando cresc ono i ragazzi noi li perdiamo: siamo noi che rimaniamo un po’ bambini mentre loro crescono, maturano, diventano uomini, e poi volano via come farfalle che abbandonano il bozzolo.

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Pubblicato da su gennaio 27, 2015 in Racconti

 

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