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MI FAMILIA

17 Gen

MI FAMILIA

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Ognuno di noi, almeno biologicamente e salvo eccezioni, ha due genitori, quattro nonni, otto bisnonni, sedici trisnonni e via dicendo: pensate, quindi, in un tempo relativamente breve come e quanto la nostra storia si allarghi.
Se qualcuno la conosce, pensi alla favola di quell’uomo che chiese al suo re, come compenso per i servigi resigli, un chicco di riso messo sulla prima casella di una scacchiera, due sulla seconda, quattro sulla terza e via dicendo: arrivati alla sessantaquattresima casella non ci fu abbastanza riso in tutto il regno per ricompensarlo!
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Matematicamente era un due elevato alla sessantaquattresima potenza sommato a tutte le altre potenze a scalare; in una famiglia si potrebbe fare la stessa operazione e sessantaquattro generazioni non sono poi così tante rispetto alla storia dell’umanità.

Ma senza arrivare a sessantaquattro generazioni, bastano le ultime quattro o cinque per avere un già considerevole numero di persone; fra tanta gente, dunque, pensate quanti aneddoti, quali avventure, piccole o grandi, quale romanzo è la storia di ogni famiglia, che piano, piano, diventa la storia di tante famiglie che si sono incrociate casualmente: ci sono episodi curiosi, eroici, tristi, drammatici, esilaranti, storie che non è necessario inventare, ma solo andare a recuperare nella memoria.

C’è perfino, come giustamente ha scritto Natalia Ginsburg, un lessico famigliare, che spesso è un misto di dialetti antichi, mescolatisi insieme col passare delle generazioni.

Io avevo una zia, mancata da una decina di anni, che teneva un quaderno col racconto delle vicende della nostra di famiglia, almeno da parte del suo ramo, che è quello di mia madre e che avrebbe voluto che qualcuno scrivesse tale storia.

Ora quel quaderno è andato perduto ma qualcosa è rimasto nella mia memoria, forse l’ultima a conservarle, grazie ai racconti fatti a tavola, nel dopo pranzo di tanti Natali e Pasque felici e malinconici allo stesso tempo.images333

Questo è quanto mi ricordo, senza l’aiuto di quegli appunti: glielo devo alla zia Mirta che tanto ci ha amati tutti, anche se a volte ci assillava coi suoi consigli, per cui inizierò proprio dalla famiglia di mia madre.

* * *

I miei nonni materni erano entrambi del 1884 ed ebbero cinque figli; oltre mia madre c’erano altre due sorelle, l’ultima delle quali nata mentre mia nonna era in cura per la menopausa, difatti aveva già 45 anni, un record, per quell’epoca! E poi c’erano anche due fratelli maschi.

Mio nonno faceva il guardiano di centrali idroelettriche e scampò per pochi anni al crollo della diga del Gleno.
Lui aveva una particolarità, che forse era vera filosofia: cantava; non che fosse un cantante, ma quando era triste, preoccupato, arrabbiato, cantava o fischiettava, facendo così imbestialire mia nonna.

Sui testi, poi, è meglio sorvolare: per lui la Lucia di Lammersmoore era la “Lucia di laver smort” (Lucia dalle labbra smorte).
Quando vivevano a Pavia, mia zia, la maggiore dei 5 figli, ebbe il suo primo, grande e forse unico amore: uno studente di medicina peruviano che, dopo la laurea le propose di andare con lui in Sud America, ma la zia rifiutò per non lasciare la sua famiglia e così si ritrovò con un figlio naturale che, per quei tempi era un vero scandalo; mia nonna non glielo perdono mai, credo, mentre mio nonno fu più comprensivo, ma pensate cosa voleva dire essere una ragazza madre nel ’39!
Già, mio nonno, che per un certo periodo, non ricordo per quale motivo, se ne andò a vivere per conto suo in una casetta isolata in campagna, solo con i suoi cani da caccia, con una batteria di pentole costituita da vecchie latte di pomodoro, di quelle grandi images9da ristorante.

Non era del tutto solo, ma aveva un vicino quasi settantenne come lui, con il quale erano litigi continui, tanto che un giorno si affrontarono armati di roncola: la cosa, per fortuna, si limitò alle minacce!

Quando tornò a casa, mia nonna se ne andò a dormire nella camera della figlia maggiore, per non essere “molestata” da lui la notte: c’era questo contrasto fra lei, pudica e religiosa che ogni sera recitava il rosario e per la quale il sesso era solo finalizzato alla riproduzione e lui, scanzonato e libertino; allora il nonno Paolo si mise a corteggiare una “sposina”, come la chiamava lui, che aveva cinquantacinque anni!

Certo che per lui che era vicino all’ottantina, era una ragazzina…

Come detto il nonno era un cacciatore e, anche dopo smessa tale attività, conservò lo “schioppo”, la doppietta in un baule in camera sua. Un giorno mia zia stava rassettando la camera, seguita da mio cugino, che era ancora un bambino; a un certo punto lui, non visto, estrasse il fucile dal suo nascondiglio e premette il grilletto, fortunatamente nello stesso momento in cui sua madre si chinava; proprio dove pochi istanti prima c’era la testa della zia, ora c’era un buco nel muro, dato dalla rosata dei pallini sparati dalla doppietta incoscientemente lasciata carica: evidentemente c’è un angelo custode per i bambini e le loro mamme, o almeno a quei tempi esisteva ancora!
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Il maggiore dei due zii maschi da ragazzo non aveva molta voglia di studiare, così mio nonno lo costrinse ad arruolarsi in marina: tre anni di ferma! Poi, durante la guerra, lui ripartì: era già sposato con una donna che tutti noi vedevamo con terrore, perché pensavamo fosse una strega (e lo era, anche se non cavalcava scope o faceva incantesimi) e che quando lo zio tornò ammalato di polmonite, lo buttò fuori di casa, accusandolo di avere la tubercolosi; lo zio se ne andò allora a lavorare in Francia, dove si risposò, risultando così bigamo per la legge italiana, e là ebbe due figli dalla nuova moglie.

La storia più romanzata, alla quale non abbiamo mai saputo se credere fino in fondo, è quella della famiglia di mio nonno: pare che fosse di ascendenza benestante e che suo nonno girasse addirittura in carrozza a cavalli, con appresso un codazzo di approfittatori che gli chiedevano di continuo prestiti che non sarebbero mai stati restituiti; ciò che si salvò dalla sua generosità, pare fu sperperato al gioco e così un giorno il padre di mio nonno lo trovò impiccato ( o “sparato”) in cantina.
Mio nonno aveva anche un numero imprecisato di fratelli (due o tre, non so): qui ci vorrebbe il quaderno della zia! Uno di questi pare fosse un ragazzino piuttosto difficile, indisciplinato e ribelle, così fu affidato all’attrice Lina Cavalieri, in partenza per una tournée in Argentina e non se ne seppe più nulla; perché poi proprio alla Cavalieri e come la conoscessero è un altro dei misteri imagesdi casa, la cui soluzione è scomparsa con la zia e suo padre.

Fu sempre uno dei crucci di mio nonno che, un giorno, sostenne di avere sognato il fratello maggiore e che questi gli rivelava di essere morto: da notare che a quel tempo mio nonno era già vicino alla novantina!

Anche la famiglia di mia nonna, si racconta, stava bene economicamente.
Avevano un albergo ristorante, che poi andò in malora, sul lago e all’ingresso c’era un pappagallo che, ogni volta che un cliente usciva, lo apostrofava in dialetto: “ T’è pagà il cunt, stupid?” (hai pagato il conto, stupido?).

Leggenda? Realtà? La famiglia di mia madre era, dunque, un misto lombardo, fra pavese, bresciano, bergamasco e aveva un lessico con termini di vari dialetti; il grembiule per noi era la bigaröla, mentre la tuta, da operaio o sportiva che fosse, si chiamava “toni”, mia nonna preparava delle polpettine di patate, a volte salate, a volte dolci, che chiamava munighili e, quando da bambino le raccontavo qualche marachella che avevo combinato esclamava, ridendo: “Oh che minchiun d’un scett!”.

L’altro mio zio maschio, Erminio era, come me, un pescatore; era uno di quegli uomini geniali, capaci di costruire o riparare qualsiasi attrezzo.

Nella seconda parte della sua vita, quando era ritornato a vivere con i nonni e la zia Mirta, faceva il guardiano notturno in un garage, dove dormiva su una sedia a sdraio, della quale, scherzavamo, aveva preso la forma; prima di allora, però, era stato sposato e aveva un figlio e una figlia e faceva l’operaio a Sesto S. Giovanni; un giorno ebbe un terribile incidente con la moto e 1rimase a lungo in coma: sua moglie fece la stessa cosa della cognata, lo mise fuori casa, perché non aveva voglia di curare un ammalato, tanto più se fosse rimasto invalido e così lui tornò alla famiglia d’origine e si rimise fisicamente, ma non ebbe quasi più contatti, se non qualche rara telefonata, con la sua di famiglia. Non so neppure se sapesse con esattezza quanti nipoti aveva acquisito nel frattempo.

Anche da parte di mio padre il romanzo non è da meno. Mio nonno era di Basilea, di madre svizzera e padre berlinese (la sorella di mio padre sosteneva che il nonno Federico fosse primo cugino del famosissimo pittore Max Ernst: leggenda? realtà?). Conobbe mia nonna, che era di Augusta, in provincia di Siracusa, durante un viaggio di lavoro in Sicilia, se ne innamorò e le disse di aspettarlo, che sarebbe tornato a sposarla: tornò, ma dopo sette anni e lei era lì, da brava donna del sud, ad aspettarlo e così si sposarono; poi lui ebbe un incarico dirigenziale a Milano e anticipò la famiglia, vivendo per un certo tempo in una camera in affitto presso una signora con la quale intrecciò una relazione; poi, finalmente, portò la famiglia a Milano dove vivevano in una villa nei pressi di piazzale Loreto, a Milano, e giravano con una lussuosa Citroën con tanto di autista.

Mio nonno, da buon tedesco, era una persona onesta e tutta d’un pezzo (relazione extraconiugale a parte) così, quando l’industria della quale era dirigente, volle adottare una politica che lui giudicava scorretta, minacciò le sue dimissioni, sicuro che in tal modo avrebbero optato per la sua linea: accettarono, invece, le sue dimissioni e così iniziò la sua decadenza: non c’erano più soldi e in compenso avevano una serie di creditori che premevano, fra cui l’ufficio imposte, al punto che la mia bisnonna materna, che viveva con loro, quando veniva l’esattore si fingeva sorda, scambiando “Tasse” con “Gasse” (Gas, in dialetto).
A nulla valse lo stratagemma di quella povera donna: gli ufficiali giudiziari pignorarono, piano, piano, ogni cosa: l’automobile, i mobili, e loro si trovarono praticamente in miseria. Nonostante ciò mio padre e mio zio terminarono gli studi e si laurearono entrambi in matematica (capite da chi ho preso…).sfratto13bocedi_5991
La sorella di mio padre, rimasta poi sola con mia nonna Amelia, si trascinò le difficoltà economiche, fabbricando mole smeriglio in casa, dove questa era un unico stanzone diviso in due da una tramezza: da una parte vivevano le due donne, dall’altra c’era il laboratorio e i servizi erano, ovviamente, in cortile: la vita non è stata facile, dunque, per nessuno della mia famiglia, anche se non so se tutto ciò che ho riferito e che mi ricordo di quanto narratomi sia veramente reale.

Solo noi figli, a furia di sacrifici dei miei genitori, abbiamo avuto una vita più facile e spianata, quindi dovevo questo piccolo risarcimento a mio padre e mia madre, a nonni e zii che hanno dovuto attraversare mille traversie, fra cui due guerre: questo è il mio piccolo contributo postumo.

Io so solo scrivere, io che ho avuto una vita certamente più comoda della loro, grazie ai loro sacrifici ma, suppongo, grazie anche alle loro lacrime.

Ora di tutti coloro che vi ho nominato, non è rimasto quasi più nessuno: il tempo li ha portati via, ma io spero di aver restituito loro almeno la memoria.

Ditemi se tutto ciò non è un vero romanzo? Avevo ragione?

Esa es mi familia.

Ah, vi ho raccontato di quella prozia della quale si innamorò re Zoglu d’Albania, che le mandava mazzi di centinaia di rose?
Questa, magari, forse un’altra volta…

Red roses

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Pubblicato da su gennaio 17, 2015 in Racconti

 

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