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SINDROME DI STOCCOLMA

07 Dic

SINDROME DI STOCCOLMA

Era il 1973 quando nella civilissima Stoccolma ci fu, guarda un po’, un sequestro di persona durante una rapina alla Kreditbanken, durante la quale furono presi diversi ostaggi.
40annidopoI sequestratori ebbero parecchio tempo, sei giorni per la precisione, prima della risoluzione della faccenda, per parlare con le loro vittime ed arrivarono, infine, a convincerle delle loro ragioni, al punto che questi, da ostaggi che erano stati, divennero improvvisamente i più strenui difensori dei loro carcerieri.
La particolarità della vicenda fu di tale rilevanza che, da allora, si usa la locuzione “Sindrome di Stoccolma”, creata dello psicologo che si occupò del caso, per indicare la dipendenza psicologica di chi difende i propri aguzzini.

* * *

Sabino da ragazzo andò un giorno a giocare a minigolf con alcuni compagni di scuola.
Era un divertimento innocente, quanto inusuale, al punto che un po’ tutti gli amici erano esaltati da quell’esperienza nuova; si rideva, si scherzava, ci si prendeva in giro: a volte la voce saliva di tono, come pure il volume delle risate, ma nessuno aveva da ridire a un gruppo di adolescenti che si stavano solo divertendo in modo innocuo.
All’ultima buca, la più difficile, si accorsero che era piuttosto tardi e sembrava impossibile superare quell’ostacolo finale.
Sabino era quello che avrebbe concluso il turno e così, dopo l’ultimo tiro di chi lo precedeva, rimandò la palla verso il punto di indexpartenza, correndole dietro; senza accorgersi mise il piede sulla pallina, procurandosi una brutta distorsione alla caviglia.
Lui urlava dal dolore e a tutti era passata la voglia di ridere.
Lo sorressero fino alla macchina del più grande di loro, l’unico con la patente e lo caricarono davanti.
Il dolore si era un po’ attenuato, ma la caviglia si era gonfiata e dovettero aiutarlo anche a salire le scale di casa.
Ci vollero due mesi e mezzo prima che la storta guarisse, ma quando ciò avvenne, il ragazzo continuò ancora a zoppicare per giorni: un po’ per paura del dolore, per il timore che questo ritornasse insopportabile come al momento dell’incidente, un po’ perché ci si abitua al dolore quando questo diventa meno intenso ma costante, al punto che, pare quasi assurdo, quando passa, viene quasi a mancare la sua presenza.
Allora si zoppica perché, in fondo, è comodo farlo, ci si sente in condizione di essere protetti, compatiti, coccolati e non si rischia di provare nuove fitte.
A Sabino venne in mente il curioso paragone con la sindrome di Stoccolma: gli mancava il dolore aguzzino, la menomazione, quasi li invocava.

* * *

Passarono gli anni, gli amici, le vicende della vita: alcune positive, altre meno e poi, col passare degli anni, sempre più quelle decisamente negative ed arrivò anche quel momento, che prima o dopo capita a tutti, in cui si concentrarono una serie di eventi negativi: lutti in famiglia, difficoltà sul lavoro, nei rapporti personali, una delusione sentimentale, la consapevolezza dei propri fallimenti.
Allora eccola lì, pronta, la peggiore delle malattie, la più subdola: la depressione.
In Sabino scoppiò all’improvviso, come un ponfo purulento e tutto gli parve subito nero e insopportabile.
Provava un dolore di vivere quasi intollerabile; voleva morire, ma si attaccava ad un barlume di istinto di conservazione, ad una allenpsichiatra_web--400x300breve fiammella di voglia di vivere, anche se al momento gli pareva che nulla più sarebbe più tornato come prima.
Ed è vero: nulla torna mai indietro: è una legge universale, forse qualcosa che ha a che fare con l’entropia, fatto sta che ogni giorno era una pena profonda.
Se usciva di casa aveva paura, voleva tornare fra le note mura protettive, ma quando era in casa si sentiva, invece, soffocare e voleva fuggire da lì.
E poi le notti insonni e gli scoppi di pianto improvvisi e il nascondersi per non farsi accorgere e la voglia di non vedere nessuno ma anche quella di essere aiutato: ma da chi?
Finalmente si decise ad andare in un centro specializzato, poi da un neurologo a pagamento; questo lo riempì di medicine che lo facevano stare solo più male di prima, mentre gli psicologi denunciarono la propria impotenza a curare quella forma di depressione così estrema.
Allora Sabino si accorse che era veramente solo, che non aveva scampo.
L’ultima speranza era nascosta dentro lui stesso: doveva trovare da sé motivazioni e cure, doveva decidere autonomamente se voleva veramente guarire.
Gettò le medicine, le cosiddette “pillole della felicità”.
Pianse, pianse ancora per un paio di anni e avrebbe pianto ancora anche dopo, perché la depressione lascia cicatrici indelebili, ma sempre un po’ di meno.
Si sforzò di uscire, di andare a correre, che è una cosa che non richiede una compagnia, un aiuto esterno, cercò di confrontarsi fisicamente e psicologicamente con se stesso, alla ricerca dei propri limiti, della propria resistenza.
Strinse i denti, pianse di nuovo, passò ancora notti insonni, ma ogni giorno sentiva che qualcosa si andava aggiustando, che poteva sopportare il dolore, forse cancellarlo, che qualche volta poteva anche ridere e si sforzò di farlo.
Passarono mesi e anni, ma ne uscì, ne venne fuori con dignità.
Ricordava senza imbarazzo, perché non ci si deve vergognare di essere stati malati, le lacrime in pubblico.
Gli sembrava lontana la voglia di urlare, perfino quella volta che si era svegliato con la voglia di correre a quattro zampe per la casa e si era domandato se non fosse per caso diventato pazzo.
Poi una mattina aprì l’armadietto dei medicinali, prese tutte le pillole che gli erano state prescritte e che aveva conservato come distorsione-caviglia_O2ultimo salvagente, ne fece una borsa e le portò in farmacia dove c’era il bidone per il riciclo dei medicinali scaduti o non più necessari.
Poteva riprendere gli studi universitari, il lavoro, lo sport, poteva uscire ancora con gli amici senza paura di rovinare loro la serata.
Rincominciò anche a sperare in un nuovo amore, senza aspettarsi da questo l’eternità e l’assolutezza. Poteva dirsi guarito, seppure si possa affermare di guarire da un male che ti ha lasciato dentro segni profonde e incancellabili.
Eppure…
Eppure c’era qualcosa che gli mancava; aveva vissuto tanto tempo con la sua depressione, giorno e notte, settimane e mesi, che qualcosa di quel periodo gli mancava.
Quel dolore, in fondo, gli era stato vicino come nessuno, gli era stato di compagnia e ora, quasi, gli mancava.
Gli mancava quella tolleranza che prima un po’ tutti avevano verso di lui, quella possibilità di urlare o tacere, di ridere o piangere, di vegliare la notte o dormire il giorno, di non avere regole.
Gli mancava quella malattia che lo aveva reso un proprio ostaggio per così tanto tempo da non ricordarsi, quasi, quando e perché tutto era iniziato.
Ripensò allora alla sindrome di Stoccolma e, per un po’ di tempo, riprese anche a zoppicare dalla caviglia distorta venticinque anni prima.

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Pubblicato da su dicembre 7, 2014 in Racconti

 

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