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SOLO!

27 Nov

SOLO!

Ecco, erano bastate poche decine di minuti davanti al giudice e tutto era finito: anni d’amore, di vita in comune, di sogni fatti insieme, di speranze irrealizzate, tutto era stato cancellato dalla sentenza di separazione.
indexAdesso lui e Piera erano un uomo e una donna liberi, ma ora lui era (si sentiva) anche terribilmente solo.
Ripensò ai suoi genitori, che avevano sfiorato le nozze d’oro ed erano stati separati solo dalla morte: in pochi mesi se n’erano andati entrambi, ma senza che nessuno potesse cancellare la loro vita in comune: quella sarebbe stata per sempre, oramai.
Michele ripensò agli anni vissuti con quella che adesso doveva abituarsi a chiamare ex–moglie: gli anni della passione da adolescenti, poi quelli dell’amore, la loro prima volta fatta di brividi e trepidazione e, subito dopo, quel senso di “tutto qui?” e poi ancora tutte le volte successive, quelle in cui s’impara a sincronizzare il proprio respiro, i propri tempi, il proprio piacere con quello dell’altra persona.
Non gli andava proprio giù che tutto fosse finito in quel modo freddamente burocratico.
E poi c’erano tutte le altre cose piccole e grandi vissute insieme: la scelta della casa, dell’arredamento, degli oggetti, come quel vaso di plastica multicolore: troppo brutto e kitch per non comperarlo; quanto ci avevano riso su insieme!
Insieme: una parola da scordare, da cancellare dal personale vocabolario che ognuno di noi si costruisce nella propria vita.
Michele non lo avrebbe mai detto, non se lo sarebbe aspettato, ma era sconvolto: piangeva.
Sarebbe tornato nella vecchia casa dei suoi, libero, libero dai tradimenti di lei, dalle liti quotidiane degli ultimi tempi, ma la libertà costava più della galera e lui non voleva essere libero a quelle condizioni.
Capì come si poteva amare una persona ed odiarla nel medesimo tempo.index44
Capì quelli che uccidevano per amore, anche se lui non sarebbe mai stato capace di farlo.
Su Firenze pioveva da giorni, quasi che il cielo piangesse insieme a lui: era un novembre umido e piovoso come non si vedeva da anni e non faceva certo bene al suo morale.
Faceva venire voglia di restare chiusi in casa, in famiglia: ma quale casa? Quale famiglia?
Tornò a piedi dal tribunale: in fondo Firenze è una piccola città che puoi girare facilmente in poco tempo anche senza usare i mezzi di trasporto, forse anche troppo piccola e troppo piena di luoghi di persone, di ricordi pronti a scavargli dentro quella ferita ancora troppo fresca.
Giunse sotto casa, quella che oramai avrebbe dovuto essere la sua futura dimora, quella dove avrebbe dovuto avere solo bei ricordi di un’infanzia e un’adolescenza piene di serenità, ma che acuivano il contrasto con lo stato d’animo che provava adesso; davanti al vecchio portone scrostato c’era la sua vecchia automobile, grigia e scura come il cielo, come novembre, come una sentenza di separazione.
Agì d’impulso, senza sapere come e perché: salì a bordo e, dopo ripetuti tentativi, riuscì ad avviare il motore fradicio di pioggia: index3voleva andarsene, fuggire ovunque senza sapere dove.
Pioveva, sempre più forte e i tergicristalli malandati non riuscivano ad essere efficaci contro quel muro d’acqua, ma c’era poco traffico, quasi nulla, perché la gente preferiva stare in casa con quel tempo, in famiglia, almeno chi ce l’aveva ancora.
Passò sopra il ponte sull’Arno e notò appena come il livello dell’acqua fosse alto, pericolosamente alto, ma a lui la cosa poco poteva interessare in quel momento.
Uscì da qualche porta della città, quale fosse non importava.
Andò verso la campagna; il fiume gli serpeggiava a fianco in direzione opposta alla sua, silenzioso e infido come una serpe.
Ora, fra pioggia ed oscurità, fra lacrime e animo sconvolto, non riusciva più a capire dove si trovasse: era solo, solo in mezzo alla campagna, in mezzo ad un’aria strana, che sapeva di marcio, d’ineluttabile.
Per la prima volta in quella giornata provò qualcosa di diverso dalla disperazione per i suoi problemi personali: provò paura, terrore di quella solitudine totale, assoluta.
Non un’auto, non una persona, non una luce: doveva esserci stato anche un black out.
Si sentiva perduto, voleva tornare indietro, alla sicurezza di un posto che conosceva, ma si era perso in quella buia campagna tutta uguale, non sapeva dov’era né dove andare.
Scese dalla vettura e si guardò intorno: pioggia, pioggia e nulla.
Ora ciò che bagnava il suo viso non erano più lacrime, ma acqua piovana, la più insistente che ricordasse.
Era fradicio, erano bastati pochi minuti all’aperto per inzuppargli qualsiasi indumento avesse addosso.
Poi, in lontananza, vide qualcosa scurire ulteriormente l’orizzonte, un mostro enorme, terrificante, spaventoso, il più terribile che si possa immaginare: un muro d’acqua che avanzava verso di lui a velocità impressionante.
Era il novembre del sessantasei: l’Arno aveva rotto gli argini ovunque, il fiume si stava mangiando la campagna, la città e, imagesinsaziabile, ora veniva verso di lui.
Avrebbe voluto risalire in macchina, fuggire, ma non c’era tempo, perché il fiume non gliene avrebbe lasciato.
In pochi istanti fu scaraventato a terra e sentì quell’acqua gelida e fangosa abbracciarlo in una stretta cattiva.
Avrebbe voluto urlare il suo terrore, ma l’acqua gli penetrava in bocca, nel naso, lo accecava, lo travolgeva, lo trascinava, lo spingeva in alto, per poi riprenderselo e seppellirlo nelle sua viscere avide.
Poco dopo e poco più a valle il fiume avrebbe devastato le strade, le case, i monumenti, le opere d’arte e proprio in quell’occasione si sarebbe vista la solidarietà della gente, il grande cuore della città e del paese tutto.
Era il quattro novembre del sessantasei, era un po’ prima dell’inizio degli anni della contestazione: giovani di tutte le fazioni sarebbero corsi a lavorare fianco a fianco, immersi nel fango fino alle anche per strappare tesori d’arte a questo e ai topi, ad aiutare quella città colpita a non sentirsi sola.
Solo lui, lì, in mezzo alla campagna autunnale era da solo, solo ad affrontare la propria paura, i fallimenti, la sua fine imminente e per lui non ci sarebbe stata solidarietà, amicizia, conforto, forse neppure più una tomba su cui portare un fiore di pietà.

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Pubblicato da su novembre 27, 2014 in Racconti

 

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