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AMLETO

17 Nov

AMLETO

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Fra Emilia e Toscana c’è l’usanza di dare dei nomi curiosi, a volte unici, ai nuovi nati.

Lui, che era venuto al mondo proprio sul confine fra le due regioni, era stato chiamato

Amleto: un nome, tutto sommato, neppure troppo strano, anche se abbastanza inusuale.

Aveva voluto assolutamente battezzarlo in quel modo suo padre, modenese verace e grande estimatore di William Shakespeare e così il piccolo Amleto era cresciuto con quel nome importante, strano ma, alla fine, inadatto a scherzi o giochi di parole; anzi, nessuno dei compagni di scuola del bambino, almeno fino agli ultimi anni delle superiori, aveva mai saputo chi fosse il personaggio del quale lui portava il nome.

Fra l’altro, curiosamente, la pronuncia dialettale, Amlét e la dizione originale inglese, Hamlet, risultavano abbastanza simili, accento a parte.

Il problema era che… omen nomen e, come il pallido principe di Danimarca, Amleto era cresciuto perennemente indeciso, dubbioso, pieno di paure immotivate e di ansie nell’affrontare le vicende della vita e le decisioni che quotidianamente tocca prendere a tutti noi.

Passarono gli anni per Amleto, come passano anche per le persone con nomi più normali e i suoi tentennamenti, i suoi dubbi, influirono non poco sulla sua vita adulta, prima e matura, poi.
index8Si sposò piuttosto tardi, quasi alle soglie dei quaranta, unicamente perché era sempre stato indeciso, fino ad allora, se fosse giusto o sbagliato farlo e così non ebbe neppure figli, anche perché quando decise che, forse, un matrimonio era completo soltanto con qualche esserino che ti gattona intorno, era oramai troppo tardi.

Poi, dopo pochi anni da quelle nozze incomplete, la sua Ofelia (che in realtà si chiamava semplicemente Maria), lo lasciò.

Intendiamoci: non morì, semplicemente se ne andò, stanca di quella relazione spenta e priva d’inventiva.

Così Amleto, oltre che dubbioso e ansioso, divenne anche triste e malinconico ed invecchiò precocemente, perché invecchiò prima dentro il proprio animo che non nel fisico.

Ovviamente Amleto, oltre a non avere più una compagna, non aveva neppure amici a causa di quel suo carattere strano e, spesso, irritante per i suoi tentennamenti.

I giorni si trascinavano tutti troppo uguali e penosi da portare avanti.

Forse un’altra persona avrebbe preso la decisione di dare finalmente un cambio di direzione alla propria vita, magari rivoltandola come un calzino, forse dedicandosi ad un altro lavoro, cambiando il suo giro di conoscenze, magari anche città di residenza: Amleto no, lui aveva sempre dubbi e, incerto se portare cintura o bretelle, indossava entrambe: idealmente e materialmente.

Poi, una notte sognò…

Si trovava in un posto sconosciuto, con una giovane donna sconosciuta che stava morendo e lui voleva aiutarla a terminare in fretta le sue sofferenze.

Nel sogno, in effetti, una decisione la prese, solo che era quella errata: colpì la donna al ventre con un falcetto e rimase lì, a vederla agonizzare mentre si teneva l’addome sanguinante.
falcetto

Capì il suo errore e allora la colpì nuovamente, questa volta al capo, con il dorso della lama.

Sentì il rumore dell’osso che si fratturava, ma la donna non moriva e allora avrebbe voluto tornare indietro nel tempo e darle una morte più dolce o magari cercare per lei, invece, una cura estrema…

Fu un sogno strano e terribile, inspiegabile come sono spesso i sogni e lui si svegliò sconvolto da quell’esperienza onirica e lo rimase per giorni.

Le vie dei sogni sono così misteriose che è quasi sempre impossibile comprenderne i meccanismi; inoltre spesso questi svaniscono rapidamente al mattino, mentre quello gli rimase per giorni vivido nel ricordo.

Ogni volta che gli ritornava alla mente aveva voglia di piangere, di correre ad abbracciare qualcuno per farsi perdonare di ciò che aveva fatto in sogno.

Ma nella sua vita non c’era alcuno da abbracciare, nessuno con cui confidarsi; sembra assurdo, ma questo era veramente il colpo di grazia alla qualità della sua vita, sconvolta da un incubo, non da una vicenda reale.

Cadde in una depressione abulica all’apparenza, ma disperata nella sua intimità.

Aveva perfino il terrore di andare a dormire, per paura che quell’incubo orribile ritornasse.

Ma, per fortuna, non fece mia più un sogno come quello: invece, una notte fredda di un freddo febbraio, sognò suo padre.

Il padre di Amleto, quello che amava così tanto Shakespeare, non c’era più da ormai molti anni.

Il loro colloquio onirico non era proprio come quello della tragedia: Amleto non teneva certo in mano il teschio del genitore, ma indexerano semplicemente due uomini che parlavano fra loro in un luogo qualunquemente indefinibile e poco importante: ciò che era importante erano le parole, non l’ambientazione.

Il padre di Amleto, modenese da generazioni, al contrario dei suoi conterranei espansivi e ciarlieri, era stato un uomo di poche parole, uno che preferiva pensare e dedicarsi alla lettura piuttosto che parlare, magari davanti a un fiasco di lambrusco, come facevano i suoi conoscenti.

Anche con Amleto, suo figlio, aveva sempre parlato poco e non perché non ci fosse fra loro amore reciproco, ma perché quello era il loro carattere.

Era tanto che l’uomo non pensava più al padre, e ci volle il sogno per riportarglielo vivo alla mente, per fare sì che i due parlassero, seppure senza voci, come avviene spesso in sogno.

Amleto, finalmente, davanti a quella persona che, sola, poteva capirlo, tirò fuori tutto ciò che aveva dentro, quasi cinquant’anni di frustrazioni, di sogni irrealizzati, di fallimenti e di umiliazioni.

Nel sonno piangeva, singhiozzava, bagnando il cuscino.

Il padre lo ascoltò in silenzio, a testa bassa, con quella curiosa posizione che gli era solita anche quando era di questo mondo.

Poi, finalmente, fu il più anziano dei due uomini a parlare: lui aveva l’esperienza, la saggezza che gli derivavano dall’età e dalla morte.

Amleto lo ascoltò in silenzio, senza lasciarsi sfuggire neppure una sola parola.

Quell’uomo gli voleva bene, gliene aveva sempre voluto e ora gli stava dando le giuste motivazioni per tirare avanti.

La vita non è facile per nessuno, ma non per questo deve diventare una sofferenza.

È possibile trovare nella semplicità delle piccole cose quotidiane delle motivazioni che rendano meno pesante affrontare l’incerto del domani, affrontare la parte sicuramente meno bella della propria esistenza.UpkPfA5XLji7TLmzH9jQTYLMf0c7bkWzaQ9lu4YeQGo=--cartello_denuncia_sulla_lapide___che_tristezza__ti_riduci_a_rubare_i_fiori_da_una_tomba_

Questo gli disse: ci volle tutta la notte, ma al mattino, al suo risveglio, Amleto era sereno come non lo era più stato da anni, forse come mai era stato nella sua intera esistenza.

Non cambiò nulla di significativo nella sua vita, eppure ora riusciva ad apprezzarne molti più aspetti.

Spesso, molto più frequentemente di prima, si recava al cimitero sulla tomba del padre e gli parlava a lungo.

A volte, perfino, sorrideva.

E soprattutto aveva finalmente scordato il suo terribile incubo

“Non c’è rimedio alla nascita e alla morte, salvo godersi l’intervallo”

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Pubblicato da su novembre 17, 2014 in Racconti

 

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