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VERSO IL SOLE

07 Nov

VERSO IL SOLE

Quando Ferruccio aveva solo tre anni, si ammalò, si ammalò gravemente, ma nessuno se ne accorse mai.
Mentre la madre, seduta su un plaid posato sull’erba del prato appena fuori del paese di montagna dove passavano la villeggiatura dell’intero mese di luglio, stava lavorando ai ferri per fare un golfino nuovo al suo piccolino, mentre suo fratello index2maggiore giocava a pallone con gli amici poco distante e sua sorella leggeva un libro, lui correva per il prato, quando, ad un tratto, stramazzò al suolo di colpo: una forma improvvisa quanto fulminante di infiammazione del midollo spinale che, probabilmente, se fosse sopravvissuto, lo avrebbe costretto su di una sedia a rotelle per il resto dei suoi anni.
Ma il piccolo, piombato a terra senza capirne il motivo, vide che quello che a lui era sempre apparso solo come un tappeto verde, era invece una cosa viva: poteva sentire l’erba crescere, osservare le formiche muoversi in file ordinate, udire l’intera terra vibrare.
Da quel giorno amò in maniera assoluta la natura.
Sdraiato a terra a fatica si voltò sulla schiena, guardò il sole, lo sentì caldo e fu subito sicuro che lo avrebbe guarito, che sarebbe stato in grado di alzarsi di nuovo.
E così fu.
“Ferruccio, cosa fai per terra? Alzati che ti sporchi tutto!” Così dicendo la madre lo prese per una manina e lo sollevò… e lui si alzò e camminò.
Il piccolo Ferruccio divenne un adolescente, poi un ragazzo, quindi un uomo e, forse, dimenticò per anni l’episodio in sé, ma gli grande-sfida-verona-bambino-carrozzinarimase sempre dentro quell’amore per la natura, un amore che era fatto soprattutto di rispetto e venerazione, un riconoscimento alle sue potenzialità.
Fu dopo i quarant’anni, nella seconda parte della sua vita, che Ferruccio si ammalò nuovamente, però questa volta si ammalò di una di quelle malattie che quasi mai lasciano scampo.
I medici, comunque, lo esortarono a non perdere la speranza e gli prospettarono tutta una serie di terapie chimiche, radianti, chirurgiche.
Sulle prime lui accettò, ma ben presto si rese conto di quale calvario, di quale sofferenza, di quale strazio per lui e per chi gli stava vicino fosse quel rituale di appuntamenti, di attese, di terribili postumi delle cure e così, di punto in bianco, smise di sottoporsi ad ogni terapia e ogni tipo di esami.
Fu allora che ricordò quella misteriosa ed immediata guarigione che aveva avuto nei suoi primi anni di vita, di come la luce e il calore del sole avevano ridato vita alle sue gambe morte ed allora decise di farlo di nuovo, di affidarsi al sole: era sicuro che questo ancora una volta avrebbe combattuto per lui, avrebbe bruciato le cellule cattive, gli avrebbe ridato modo di gioire, di soffrire, ma comunque di vivere.
Il grosso problema è che si era in quella stagione, che a Milano dura quasi sei mesi, in cui il sole sparisce per giorni, per settimane, dietro un cielo grigio di polveri, nuvole e nebbie.
Per guarire, invece, lui avrebbe avuto bisogno di un sole caldo e luminoso, non di un astro più spento e malato di lui.
Così, all’improvviso, senza dire nulla a nessuno, sparì, deciso ad andare verso il sole.
images7Affrontò il viaggio, l’ultimo di tanti, con le forze ridotte al lumicino, da solo, sulla sua vecchia automobile, che avrebbe dovuto essere oramai sostituita, ma un moribondo non pensa certo a cambiare la macchina.
Decise di andare verso sud, spostandosi sulla costa orientale, alla ricerca del sole di allora, quello della sua infanzia.
I primi cento chilometri furono terribili, col freddo e il riscaldamento dell’auto irrimediabilmente guasto, con una nebbia che non dava idea di potersi mai più diradare.
Stette male, più volte dovette fermarsi nelle aree di parcheggio e dare di stomaco ed altrettante dovette sostare agli autogrill per un caffé forte e dolce che gli ridesse un briciolo di energia.
Dopo fu un po’ più facile, una volta fatta l’abitudine alla temperatura dell’abitacolo e allo stress della guida in quelle condizioni.
Al chilometro centocinquanta ci fu l’incidente: doveva essere accaduto da non più di un’ora, quando lui, dopo una lunga coda, arrivò alla sua altezza; due auto erano quasi abbracciate e arrampicate a metà sul guardrail.
Negli ultimi cinquanta metri prima del groviglio, agenti della stradale e volontari, segnalavano il rallentamento con fiaccole fluorescenti.
Le ambulanze stavano arrivando in quel momento; a terra, pietosamente coperti da teli, c’erano quattro mucchi di carne e ossa: uno era molto piccolo.
Ferruccio ricacciò in gola un conato e un singhiozzo.
Ora la coda di auto si era sciolta e il traffico era tornato di nuovo a scorrere, ma ancora non c’era traccia di diradamento della nebbia e delle nubi.
I chilometri si susseguivano sul contachilometri con un piccolo rumore meccanico che sembrava martellare nella testa dell’uomo.
Era sfinito, aveva consumato in poche ore le energie che gli erano rimaste, forse, per un mese.images99
Si avvicinava la sera, che non era certo l’ideale per cercare il sole.
Si fermò in un’area di parcheggio, prese dal sedile posteriore un vecchio plaid polveroso e tarlato, ricordo di avventure giovanili e reduce da generazioni di automobili, vi si avvolse e si addormentò.
Si svegliò prima dell’alba, con un freddo pungente.
Stette nuovamente male e a fatica raggiunse il più vicino autogrill.
Dopo due caffé doppi recuperò un po’ di forze.
Ora il cielo e la nebbia parevano aprirsi leggermente.
Ancora qualche centinaio di chilometri, poi decise di lasciare l’autostrada e portarsi sulla panoramica costiera.
Ora non c’era più nebbia e le nubi svanivano sotto un sole appena tiepido.
Ancora decine di “tic” della rotella numerata sul cruscotto, altri giri di lancetta dell’orologio; ora il sole era alto e caldo, il cielo images5sgombro e terso.
Accostò l’auto, che si fermò con un sobbalzo e un sospiro, alla sinistra della strada, in un punto in cui c’era uno spiazzo sterrato e a fatica scese sulla spiaggia sassosa.
Oramai non aveva più forze: più che sedersi a terra, vi si accasciò.
A poche decine di metri da lui dei bambini in età prescolare giocavano felici sotto il tepore del sole.
Sorrise.
Adesso non gli importava più di morire, sapeva che oramai era troppo tardi, ma almeno aveva raggiunto e visto ancora il sole, ne aveva goduto il tepore.
Chiuse gli occhi e sorrise per l’ultima volta.
Il chiasso dei bambini si spense per sempre nelle sue orecchie.

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Pubblicato da su novembre 7, 2014 in Racconti

 

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