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LE COSE CHE NON PUOI CAPIRE

28 Ott

LE COSE CHE NON PUOI CAPIRE

Fu uno spettacolo strano ed inconsueto, per certi versi bizzarro, se non avesse avuto un ché di angosciante e di drammatico, quello che si presentò ai colleghi di Ivano quella mattina di autunno, quando giunsero in ufficio.
Ivano era già lì, come di consueto era giunto per primo perché era stato sempre abituato così, fino dai tempi della scuola, forse per una forma di ansia e di paure represse che gli faceva temere che, se non fosse giunto con almeno mezz’ora di anticipo, sarebbe stato ufficialmente in ritardo; sì, Ivano era già in ufficio, in ginocchio per terra e piangeva, ma più che altro singhiozzava disperato.

pianto mani
Che fosse sempre stato un po’ strano, era cosa nota a tutti: strano, non matto, solo strano, con la sua mania di arrivare per primo, con il suo isolamento, col non partecipare mai ai capannelli di discussione coi colleghi, fossero di politica, di calcio, di gossip, col rifiutare costantemente le cene o le pizzate fra amici. Fosse pure un’amicizia di lavoro.
Lui non dava e non si prendeva confidenze: svolgeva il suo compito da solo, pur essendo sempre cortese con tutti, poi a sera se ne andava, le spalle sprofondate fra le spalle, forse per tenere cuore e pensieri vicini fra loro, arrivava a casa e chiudeva il mondo fuori a doppia mandata.
Mai nessuno aveva saputo nulla della sua vita privata, se avesse avuto amici, se avesse amato e fosse stato amato, neppure la sua età era nota ad alcuno (tranne all’ufficio personale) ed era difficile quantificarla, visto che poteva avere quaranta o sessant’anni, a seconda delle giornate, come una sorta di strano camaleonte che, invece che all’ambiente, si adatta, camuffandosi, al tempo e all’umore.
Lui era così, aveva eretto una saracinesca fra se e gli altri, si era costruito una cassaforte inespugnabile dove aveva riposto e richiuso i suoi pensieri e i suoi sogni.
Ma quel giorno no, la cassaforte si era aperta e, per la prima volta, ne erano trapelati i suoi sentimenti.
“Ivano, che ti succede: stai male, è capitato qualcosa in famiglia? Noi non sappiamo nulla di te, ci hai sempre tenuti fuori dalla tua vita: come facciamo ad aiutarti, se non sappiamo nulla?” chiese qualcuno dei colleghi con insospettabile dolcezza e preoccupazione.
Ivano non rispondeva: piangeva a singhiozzi che spaccavano il cuore, soprattutto perché non si capiva cosa poter fare per lui.
Chiamare un’ambulanza? Ma se fosse stato male non sarebbe venuto in ufficio.
Una disgrazia, un lutto familiare? Ma anche in questo caso non sarebbe certo venuto a lavorare con un simile peso nel e sul cuore.
Allora? Eppure si era aperto, dopo anni, uno spiraglio nella sua cassaforte dei sentimenti ma cosa ne fosse fuoruscito non si riusciva a capire.
Arrivò infine anche il direttore, che nonostante il suo ruolo era una persona affabile, umana e comprensiva ed anche a lui apparve2 D-77-6 quello spettacolo inquietante: un uomo adulto con l’anima messa a nudo che piangeva, sicuramente vergognandosene, ma proprio per questo più coinvolgente nel suo dolore, questo era sicuro.
Anche lui cercò di interrogarlo su ciò che non capiva, ma invano.
Allora, aiutato da un altro anonimo impiegato, lo sollevò e lo fece portare nel suo ufficio e qui lo fece sdraiare sul divano in pelle che era stato posto lì per rappresentanza e quasi mai usato.
Ivano si coricò, con le caviglie su di un bracciolo e il capo sull’altro e il braccio destro a coprirsi gli occhi arrossati; alcuni dei colleghi sostavano sulla porta a guardarlo, fino a quando il direttore li fece allontanare, poi chiuse la porta e si mise al lavoro, fingendo di ignorare quell’imbarazzante presenza nel suo ufficio, ma scuoteva la testa, come sempre si fa quando non si riesce a capire il perché di qualche cosa.
Ma non era il solo a non capire…
Ivano aveva avuto una vita piatta, perché lui era una persona piatta, senza molti slanci, senza qualità tali da attirare le persone, eppure aveva avuto persone che lo avevano amato: una madre, un padre, parenti, un paio di donne, un amico, perfino un cane.
Ora qualcuno non c’era più: i genitori e il cane, mentre donne e amici se n’erano andati altrove, pur senza traumi, come tante altre cose che nella vita iniziano e finiscono senza un motivo, solo perché è il loro naturale corso. Quindi non era di certo quella la ragione del suo pianto che durava dall’inizio della mattina, non i rimpianti, perché ogni cosa era avvenuta nel più naturale dei modi.
Guy-sleeping-on-the-couch-next-to-my-MacBookIl fatto era che quella mattina un po’ nebbiosa e nuvolosa, si era svegliato con un fastidioso sogno che non ricordava, e si era posto delle domande sulla sua vita, che si accorgeva ora a posteriori che era stata troppo rigida, limitata e priva di slanci naturali.
Ma non erano nulla di tutto ciò la ragione di tutto quel trambusto che aveva provocato nell’ufficio: il vero motivo era che non capiva, che non riusciva a rendersi conto del perché ci fossero state persone gli avessero dato tanto, tanto amore, tanto del loro tempo rubato ad altre occupazioni.
Non capiva perché ci fosse stata così tanta gente, non ultimi i suoi colleghi quella mattina, che si fosse accorta di lui, che si fosse preoccupata di lui e per lui.
Ecco, era quello, quel non capire i misteriosi meccanismi dei rapporti fra le persone, soprattutto verso uno come lui.
Pianse fino a che si rese conto che la domanda non aveva risposta, che era come domandarsi dove sono i confini dell’universo, cosa c’è al di là di essi, cos’è e dove è Dio: domande che l’uomo non può capire e che, se ci si prova, va via di testa perché le risposte sono oltre alla nostra capacità di discernimento. .
Allora Ivano smise, smise di piangere, smise di soffrire, richiuse la sua personale cassaforte, si soffiò il naso, mormorò fra i denti uno: “Scusatemi tutti” e tornò al suo lavoro e al suo isolamento di prima, dimenticando che una volta, non si sa per quale motivo, qualcuno aveva perso del tempo per dedicare il suo amore ad uno come lui..

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Pubblicato da su ottobre 28, 2014 in Racconti

 

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