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UNA CLASSE DIFFICILE

16 Ott

UNA CLASSE DIFFICILE

 

Il suo nome era Charles Brown, professor Charles Brown, anche se tutti lo chiamavano Charlie Brown come il personaggio dei fumetti: gli assomigliava, almeno nel carattere, timido, passivo, uno sfigato, come dicevano i ragazzi.
Lui era un insegnante di fisica, brillante come intelligenza, come innovazione, forse troppo brillante, troppo avanti rispetto al metodo stantio di tanti colleghi e colleghe.
Gli piaceva insegnare puntando sulla riflessione, sul ragionamento e non sulla memorizzazione di formule e numeri, anche se in quel modo si sarebbe complicato meno la vita, come facevano tutti gli insegnanti che aveva incontrato fino ad allora.
Oltre che la passività caratteriale, era contraddistinto da un aspetto scialbo, anonimo, per nulla carismatico: basso di statura, stempiato e con un vistoso riporto, spessi occhiali dall’antiquata montatura nera.
A colpo d’occhio non piaceva ai ragazzi, ai suoi alunni; soprattutto alle alunne, ma poi spesso il suo modo diverso di insegnare, la passione che traspariva per il suo lavoro e l’amore per i suoi alunni, avevano la meglio sul suo aspetto, lo trasformavano e finiva per piacere.

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Per anni aveva insegnato in scuole private in piccoli centri di un piccolo stato agricolo dell’Unione, poi aveva dovuto trasferirsi a New York perché il suo unico fratello che viveva là si era ammalato, forse ne aveva per poco e lui voleva stargli vicino, più per senso del dovere che per vero amore fraterno, data la differenza d’età e la distanza che li aveva sempre divisi.
E qui, nella grande mela, le cose erano cambiate: gli incaricati dei consigli d’amministrazione delle prestigiose scuole private lo guardavano, lo classificavano subito come “sfigato”, gli lanciavano un “le faremo sapere” e poi, in realtà, non gli facevano sapere nulla.
In quella megalopoli meravigliosa ed orrenda ad un tempo gli affitti costavano un botto, lui doveva lavorare, ma anche così.. ed allora trovò un minuscolo quanto squallido bilocale in un quartiere dove col calare del sole calava anche il coprifuoco.
Già durante il giorno era difficile passarvi, soprattutto passare inosservato fra gruppi di perdigiorno, che però non perdevano le notti, che impiegavano in varie attività criminali.
Molti di quei gruppi erano in realtà bande: bande di irlandesi, portoricani, neri, uniti tutti dal disagio di non essere ciò che avrebbero in segreto voluto essere: bianchi americani integrati nel sistema.
L’avevano insultato per settimane, l’avevano subito identificato con il bambino dei peanuts, l’avevano chiamato finocchio, nano, vecchio, quattrocchi e, naturalmente, sfigato.
Poi si erano stancati e lui era, come sempre, diventato invisibile, ma non abbastanza, comunque, per poter uscire dopo il coprifuoco.
Doveva lavorare, doveva guadagnare, non per garantirsi qualità di vita, ma solo il minimo indispensabile, la sopravvivenza, così ad una delle sue domande fu chiamato da una scuola pubblica proprio del suo grande quartiere degradato.
Il preside lo accolse con uno sguardo squadrante, un’alzata di spalle e uno sbuffo: probabilmente l’avrebbero ammazzato entro il primo semestre, ma tanto quel posto non lo voleva nessuno, quindi tanto valeva sacrificare Charlie Brown; fu assunto a uno stipendio giusto da sopravvivenza, giusto da bilocale in condivisione con ratti e scarafaggi che, per fortuna, erano troppo impegnati a divorarsi a vicenda per accorgersi di lui.
Aveva una seconda liceo di quindicenni di varie razze ed etnie, di vari padri, ma per lo più tutti di madri che facevano lo stesso, antico lavoro.
indexQuando si presentò in classe per la prima volta fu accolto da risa soffocate, ma neppure poi tanto: alcuni di quei ragazzi, e ragazze, li conosceva di vista, perché li trovava a pazzeggiare sulle scale dei seminterrati quando usciva per fare il minimo sindacale di spesa: niente mall, il centro commerciale, in quel quartiere, niente banche o uffici postali, solo botteghe di messicani o coreani e una lavanderia cinese.
Erano ragazzi che sapevano stare al loro posto, cioè nella fogna dove erano nati e dove, probabilmente, sarebbero morti prima di vedersi vecchi e responsabili, morti sparati, morti col cervello spappolato da droghe varie vecchie e nuove, morti di malattie vergognose, morti squartati, sgozzati, come diceva Edgar Lee Masters: “Sottratti al male a venire”.
Nel momento stesso, però, in cui Mr. Brown entrò in classe quelli diventarono i suoi ragazzi; il problema era che lui non sarebbe mai stato il loro professore, per il semplice fatto che a loro non fregava nulla della scuola e degli insegnanti.
Glielo avevano detto i più vecchi e disincantati fra i suoi colleghi, rottami che trascinavano dietro parole stantie da anni, “Lascia perdere gli ideali e le ideologie: bada solo che non si ammazzino in classe, se vedi armi sequestrale, ma poi rendile a fine ora se non vuoi guai. Non convocare genitori, che tanto non verrebbero, non fare rapporti che sono inutili e fanno solo incazzare il preside, tira solo fine mese per avere quei quattro soldi che ci danno malvolentieri. Se vuoi fare il missionario, vai in africa, non in questo quartiere, che è partita persa”.
Eppure lui non voleva ancora arrendersi: aveva tante cose da dire, tante cose belle da insegnare ed era sicuro che se solo fosse riuscito a fare una lezione, a spiegare come sapeva fare lui, li avrebbe conquistati, lo avrebbero amato, lui e la scuola.
Già il primo giorno di lezione nel suo cassetto erano finiti quattro coltelli a serramanico e tre pistole e questo solo perché alcuni si erano rifiutati di consegnargli le armi e lui non aveva il fisico per prendergliele con la forza.
A fine mattinata si trovò i proprietari dei coltelli e delle pistole davanti con la mano tesa in attesa che venisse loro restituito il maltolto.
Come conquistarli? aveva provato con gli assurdi di Zenone, con la tartaruga e il pié veloce Achille impegnati nei loro cento metri piani ad handicap, col solo risultato di vederli contorcersi dalle risate: una tartaruga che vince una gara di corsa contro una specie di Usain Bolt greco: ma Charlie, cosa ti sei fumato?
Allora aveva fatto un passo indietro: era passato alle più semplici formule del moto, dell’accelerazione, ai tre principi della dinamica, che forse potevano riguardare la loro vita di tutti i giorni, le gare sulle auto rubate, li aveva scritti alla lavagna col gesso che si era portato da casa, perché in quella scuola non veniva passato né quello, né la carta igienica nei bagni.
Aveva portato lui anche quella, l’aveva messa nell’armadio insieme col gesso e un paio di pacchi di assorbenti e fazzoletti di carta ed ogni tanto qualcuno sfacciatamente si alzava, senza chiedere il permesso, prendeva orgoglioso il rotolo di carta igienica e andava nei bagni a litigare lo spazio a creature innominabili, poi tornava trionfante, come se fosse partito per una missione di salvataggio e ne fosse tornato da eroe.
Quando finì di scrivere le formule alla lavagna rovinata si girò, stupito che non ci fosse il solito caos: Ellie si era spostata di index3posto, andando di fianco a Rick, un nero vestito da rapper, con pantaloni lucidi da tuta ginnica, arrotolati in vita in modo da essere più bassi possibile, con berretto da baseball costantement4e in testa e al collo una R legata ad una catena, il tutto fatto di finti brillanti; Ellie gli aveva infilato la mano nei pantaloni e, dall’aria sognate di lui, se lo stava lavorando a dovere.
Mr. Brown le lanciò un urlo e lei tornò imbronciata al suo posto tirandogli fuori la lingua ed asciugandosi la mano che era stata nei boxer del compagno sulla minigonna macchiata.
Peter, irlandese ottuso quanto grosso, aveva preparato una serie di palline di carta masticata sul banco ed ora si sforzava di pensare come lanciarle in testa ai compagni o, più probabilmente, al suo insegnante di fisica.
Jack aveva appoggiato i piedi sul banco, stava sfogliando un giornale porno con una mano, mentre l’altra si era sprofondata nelle profondità dei suoi pantaloni, jeans di almeno tre taglie più grandi della sua.
Jimmy si stava pulendo le unghie lunghe e lerce di grasso di macchina con un coltello che dalla lunghezza avrebbe passato da parte a parte qualunque dei suoi compagni, tranne Doug, l’obeso, che a turno mangiava panini, ruttava e scoreggiava.
Questa era la sua classe, quella che non gli avrebbe dato certo soddisfazioni, a parte quella miseria di stipendio che pagava amala pena affitto e vitto, ma non tutto quello che doveva vedere e subire.
Tommy, il più piccolo della classe, un biondino carino con capelli lunghi e con occhi celesti che dimostrava almeno due anni di meno della sua età e chiacchierato di essere una checca impenitente, era inginocchiato davanti alla cattedra e lo guardava con aria sognante da dietro gli occhiali dalla montatura dello stesso blu delle sue iridi: gli fece perfino l’occhiolino e un inequivocabile gesto con la lingua che guizzava da sinistra a destra fra le sue carnose labbra di adolescente, ma forse non era un invito, forse era solo provocazione.
Mano a mano che Mr. Brown si spostava, Tommy si spostava con lui, senza mai togliergli gli occhi di dosso: questa era la sua adolescente ragazzoclasse difficile, anche se difficile era solo un eufemismo, un palliativo per descrivere il peggio del peggio che l’incubo onirico di un insegnante possa partorire.
Provò a conquistarli con giochi matematici, riuscendo solo a fare incazzare il collega di matematica che si sentì usurpato nella sua funzione e nei suoi diritti; provò con le storie di Galileo e Newton, ma lì dentro il difficile non era riuscire a spiegare, ma anche il solo riuscire a parlare fra caos, urla, musica rap che veniva da un paio di cuffie, risa, mugolii di orgasmo e poi Tommy che non smetteva di guardarlo… la sola volta che perse la pazienza e lanciò un urlo intimandogli di andarsene al posto, il ragazzino ci andò, ma a metà strada fra la cattedra e questo abbassò i pantaloni mostrando due natiche glabre e rosee che dovevano essere state già più volte aperte come le porte del paradiso per più di un pretendente.
Forse fu per lui, o per Ellie, o per Dan che fumava una pipa di crack dietro l’altra, che Charlie Brown si decise.
Una sera uscì dopo il coprifuoco, a suo rischio e pericolo, ma lo lasciarono stare perché sapevano che era l’insegnante di alcuni di loro e quindi sarebbe stata semmai una loro prerogativa il farlo fuori, ma non lo fecero, non quella sera, né poterono farlo in futuro.
Raggiunse un gruppo di neri di cui aveva saputo, la banda più temuta del quartiere, in tasca aveva, pericolosamente, almeno tre mesi di stipendio e gli ci vollero tutti per concludere la transazione.
L’indomani si presentò in classe con una borsa ventiquattrore: “Ragazzi, esordì, voglio la vostra attenzione, ho qualcosa da mostrarvi”.
Ciò detto estrasse dalla valigetta una pistola mitragliatrice con tanto di silenziatore innestato e finalmente la ebbe la loro attenzione, perché quello era il loro linguaggio: la violenza; ci furono fischi di ammirazione: forse il prof era meno scemo e meno sfigato di quanto pensavano.
Qualcuno applaudì, qualcuno urlò l’entusiasmo e l’ammirazione, ma presto tutto si spense in un silenzio meravigliato.images
I primi a cadere furono i più grossi e pericolosi, poi Tommy, Ellie, Etta, Doug, Bob, Jimmy e tutti gli altri, fino all’ultimo.
Ci vollero dodici secondi precisi, meno di uno a testa, poi finalmente fu silenzio e Mr. Brown riuscì a spiegare come l’impossibilità di Achille di raggiungere la tartaruga altro non è che una metafora filosofica, quella dell’impossibilità dell’uomo di raggiungere i propri traguardi, come ad esempio il suo, quello di conquistare quei ragazzi sbandati.
Adesso, se non altro, aveva finalmente la loro attenzione, il silenzio giusto per poter spiegare il suo programma; in fondo lui li amava, li aveva amati fin dal primo momento, come un insegnante dovrebbe sempre amare i suoi alunni, anche con i loro difetti.
“Sottratti al male a venire”.

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Pubblicato da su ottobre 16, 2014 in Racconti

 

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