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URLATOIO N° 5

02 Ott

URLATOIO N° 5

C’è un fatto incontrovertibile, quasi un dogma assoluto: quando una persona è disperata e non vede via d’uscita, urla.
È sempre stato così e lo sarà sempre.

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Questo era successo anche ad Ennio.
Ennio aveva perso tutto; anni di sacrifici, di risparmi per veder realizzato il suo sogno: aprire un piccolo ristorante, una cosa di classe senza essere pretenziosa, un luogo intimo dove potersi sentire a proprio agio mangiando bene senza spendere una cifra spropositata e poter, nello stesso tempo, fare quattro chiacchiere in pace con gli amici o, meglio, con la persona del cuore.
Poi, poco prima dell’inaugurazione, quando quasi tutto era a posto: i frigoriferi pieni, le stoviglie nuove nei pensili d’acciaio, le cucine industriali appena arrivate, quando non mancava nient’altro che l’agibilità dei vigili del fuoco per poter poi stipulare le assicurazioni, un banale corto circuito e tutto era andato in fumo.
Ennio arrivò, chiamato da un negoziante che aveva la propria bottega vicina al suo ristorante, quando, oramai, tutto era solo un cumulo di macerie carbonizzate e fumanti.
Quello che il fuoco aveva risparmiato, aveva fatto l’acqua degli idranti.
Non scese neppure dalla macchina: di tanti sogni, gli restavano solo i muri inutilizzabili, visto che non aveva più denaro, anzi, aveva dei debiti che non sapeva come avrebbe pagato; così fece inversione e si diresse, senza meta, fuori città.
imagesSi trovò, ad un certo punto, in aperta campagna, in un luogo dove non era mai stato prima.
Non si vedeva neppure una casa nel raggio di diversi chilometri; allora Ennio spense il motore e attese che si fosse ristabilito il silenzio, quasi che nell’aria aleggiasse ancora il monotono ronzio del motore al minimo.
Quando, nel silenzio assoluto della campagna, udì solo il proprio respiro affannoso a causa dello shock subito, si mise ad urlare: lo fece con quanto fiato aveva in corpo ed anche di più.
Urlò fino a sentire la gola in fiamme, urlava e piangeva, picchiando i pugni sul cruscotto, ma quando, dopo venti buoni minuti smise, si sentiva meglio.
Adesso era anche più lucido, pur se nella sua mente si affollavano migliaia di pensieri.
Chissà perché gli venne in mente la scena di un film, del quale non avrebbe ricordato il titolo neppure sotto tortura, nella quale una coppia, che aveva appena perso un figlio in tenera età, partecipava alla riunione di una di quelle associazioni che mettono a confronto fra di loro persone con problemi simili.
“Scommetto che ti chiudi in macchina e urli…”, diceva un uomo del gruppo al protagonista maschile; “Esatto, e tu come fai a saperlo?” rispondeva questi.
“Lo so perché lo facevo anch’io, i primi tempi…”.
Ennio non ricordava come il film procedesse nella sua trama, ma notò la verità di quelle considerazioni.
Allora ebbe l’idea: aveva perso tutto, è vero, ma gli rimaneva il locale vuoto; non ci sarebbe voluto molto per ridipingerlo, insonorizzarlo e farlo diventare un luogo dove la gente disperata poteva andare a urlare il proprio dolore o la propria rabbia nella massima riservatezza.
Tornò in città, si recò a casa e si mise subito a calcolare quali lavori avrebbe dovuto fare per adattare il suo ex ristorante mai aperto al nuovo scopo.
Doveva certamente rifare pavimenti e intonacatura: in parte l’avrebbe fatto personalmente, per risparmiare, e in parte avrebbe chiesto aiuto a un amico artigiano che, sicuramente, gli avrebbe fatto credito.
Poi doveva insonorizzare le pareti e rendere il locale sicuro con imbottiture ai muri e facendo sparire qualsiasi cosa che avrebbe potuto essere usata dai suoi disperati clienti per farsi male.
Calcolando la superficie del locale, stabilì che poteva ricavarne almeno tre “stanze del dolore”, oltre ad un piccolo ufficio per lui.400_F_38681100_Zs7p9mMauIccuWGnCp4sG7EZPz43xkJN
Ovviamente l’iniziativa doveva essere pubblicizzata: ci avrebbe pensato un altro amico che possedeva una radio locale; e poi c’erano quei giornali distribuiti gratuitamente sui quali fare pubblicità a poco prezzo.
Ennio fu talmente fortunato, in questo caso che, visto che l’iniziativa era talmente clamorosa e insolita, diversi giornali ne parlarono, facendogli così risparmiare le spese per la pubblicità.
In capo ad un mese il luogo era pronto, compresa un’insegna, discreta, col nome del locale: “L’urlatoio”.
Il costo dell’ingresso dava diritto ad una permanenza nel camerino di venti minuti, che significava nove presenze totali ogni ora, per dieci ore al giorno ed un prezzo accessibilissimo col vantaggio, peraltro, di non avere spese di gestione per Ennio: lui stesso, infatti, era cassiere, contabile, uomo delle pulizie.
Il successo del luogo, che non aveva certo concorrenza, fu immediato e insperato, tanto da doverlo tenere aperto dodici ore al giorno senza neppure un momento di stanca; venivano persone che avevano subito lutti, impiegati stressati, pensionati truffati e chiunque avesse depressioni e rabbie da sfogare.
In pochi mesi le spese effettuate ed i debiti che erano stati contratti per il ristorante bruciato, erano completamente ammortizzati e cominciarono i guadagni.
Certo, c’erano delle modifiche da fare; per esempio, fu posta una seggiola imbottita, saldata al pavimento, affinché il cliente potesse sedersi ad urlare.
Le precauzioni erano necessarie perché le persone disperate possono tendere a farsi del male; lì non era possibile picchiare la testa contro il muro, né rompere i vetri delle finestre, né altro.
Quando poté permetterselo, l’uomo mise anche un metal detector all’ingresso, affinché nessuno potesse introdurre pistole o coltelli o altre armi da usare su se stesso; non erano ammessi neppure gli ombrelli.
Tutto ciò era anche indispensabile perché, va detto, il locale non era ben visto da tutti: ne parlarono anche in televisione, dove alcuni psicologi e sociologi condannarono apertamente l’iniziativa, adducendo la scusa che invogliava le persone a lasciarsi andare alla disperazione, invece di combatterla.
Gli fu consentito di proseguire la sua attività, ma occorreva che non succedesse mai nulla che potesse scatenare i suoi detrattori.
Ennio sospettava che in questo avversarlo ci fosse molta gelosia professionale, perché molta più gente frequentava l’urlatoio invece degli studi degli psicologi, ma lui, comunque, tirò per la sua strada e la gente continuava ad andare da lui.
Così, dopo un paio d’anni, poté aprire un secondo urlatolo, al quale ne seguì un terzo, poi un quarto, un quinto e così via, fino ad arrivare ad averne otto.
indexNon ci furono mai intoppi, fino al momento che all’urlatoio cinque successe il fattaccio.
Era il diciassette di aprile, quasi a voler dare ragione a chi sostiene che tale numero porta sfortuna; alla cassa del quinto locale, quello più grande, capace di dieci camerini, si presentò un uomo di una quarantina d’anni, pallido, con gli occhiali leggermente storti sul viso: era particolarmente teso e con l’aria stralunata e assente.
Pagò per due ore, invece che per i classici venti minuti, e si avviò al camerino assegnatogli.
Al passaggio sotto il metal detector, questi suonò.
Ennio, che era in quel momento alla cassa, gli chiese di depositare tutti gli oggetti metallici nell’armadietto, al quale corrispondeva una contromarca di gomma.
L’uomo estrasse due mazzi di chiavi, diverse monete e una pistola: “Ho il porto d’armi per questa”, dichiarò con voce atona e sguardo assente.
“Non importa – rispose con gentilezza Ennio – la deve depositare lo stesso: è la regola” e così dicendo gli mostrò il cartello che recitava “E’ VIETATO INTRODURRE ARMI, OGGETTI METALLICI O, COMUNQUE PERICOLOSI”.
L’uomo con gli occhiali storti non replicò e depose il tutto, pistola, monete e chiavi, nello stipetto: questa volta il metal detector non suonò più al passaggio di quello strano individuo.
Passarono le due ore ma, dalla cabina assegnatagli, non accennava ad uscire nessuno.
Ennio, allora, andò a bussare con discrezione ed educazione, alla porta del camerino (in precedenza aveva già azionato il segnale acustico e luminoso di termine del turno), ma non udì risposta dall’interno.
“Non sarà uno di quei maniaci che vengono a masturbarsi nel camerino e poi mi costringono a disinfettare tutto?” pensò il proprietario dell’urlatoio, anche se il cliente in questione non gli sembrava proprio il tipo.
Bussò ancora, ma non ebbe riscontro.
La porta era chiusa con la serratura elettrica, azionabile dall’interno mediante un pulsante di gomma.broken-glasses-2_2379465
Per aprirla dovette sbloccarla dal quadro centrale.
L’uomo con gli occhiali non aveva più questi sul viso: li aveva spezzati e con una delle lenti, che erano del vecchio tipo, in vetro, si era tagliato le vene dei polsi; giaceva in una pozza di sangue nero che cominciava già ad addensarsi e a coagulare.
I soccorsi, chiamati immediatamente, furono inutili: l’uomo, come scoprirono poi, era un medico e sapeva il fatto suo.
Non aveva tagliato le vene di traverso, bensì per il lungo; doveva averlo fatto quasi subito, appena entrato, ed aveva avuto due ore di tempo per dissanguarsi.
Lo scandalo fu immediato, i detrattori degli urlatoi fecero sentire le loro voci critiche, arrivò anche una denuncia per istigazione al suicidio ed omessa sorveglianza.
La famiglia dell’uomo, indagato per corruzione e per un giro di tangenti su forniture sanitarie e in procinto di essere arrestato, non perse l’occasione per chiedere ad Ennio un indennizzo milionario.
La buona stella era durata pochi anni, ora l’uomo aveva veramente perso tutto: i locali, la casa, che dovette vendere per indennizzare la famiglia, perfino l’automobile.
E il peggio era che ora lui non aveva più neppure un luogo dove andare ad urlare la sua disperazione.

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Pubblicato da su ottobre 2, 2014 in Racconti

 

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