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DI NUOVO IN VIAGGIO

24 Ago

DI NUOVO IN VIAGGIO

Di nuovo, li avevano cacciati di nuovo, ma tanto loro non si fermavano mai a lungo in un posto: non possedevano nulla tranne la loro libertà, quella di andare, di non avere legami, di avere la loro vita, non quella che altri avrebbero voluto per loro.
Dicevano che rubavano, ma loro lavoravano il rame, affilavano forbici e coltelli, certo alcuni rubavano, ma per sopravvivere, perché un lavoro nessuno lo dà a uno zingaro e poi un lavoro ti lega ad un luogo fisso.

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Certo, c’era chi rubava, ma un portafogli, un danno accettabile, non come quelli che vedevano in televisione (perché la televisione la guardavano anche loro), gente per bene, all’apparenza, industriali, finanzieri, che coi loro trucchi, le loro truffe, avevano rovinato centinaia di persone, ridotte sul lastrico, alcune costrette a togliersi la vita.

Uno zingaro magari ruba, ma non rovina nessuno, ma quelli, quelli vestiti bene e profumati con profumi costosi, nessuno li caccia, nessuno le mette neppure in galera, perché hanno avvocati senza scrupoli che li fanno uscire ancora prima di esservi entrati. La gente dice che puzzano: provino loro a vivere in una roulotte senza servizi igienici, senza un bagno, una doccia; provino loro, quelli che li scacciano a vedere se nei bagni e docce pubblici accettano gli zingari.

imagesDi nuovo, erano di nuovo in viaggio, con le roulotte, i camper, le macchine, tutti in fila. Tanti anni prima avevano carri tirati dai cavalli e quando arrivavano nei paesi era festa, la gente accorreva incuriosita, ma erano altri tempi in cui c’era più fratellanza, meno razzismo, meno diffidenza, tempi in cui anche loro potevano avere lavori temporanei nei campi e i loro figli, i bambini, quelli che non hanno colpe di sorta, potevano giocare come tutti i bambini e con tutti gli altri bambini, magari andare a scuola come e con loro.

Poi, però, venne il nazismo e le camere a gas e quando sembrava tramontato, vennero nuovi partiti razzisti, nuova diffidenza e se uno, uno solo di loro sgarrava c’erano gli assalti ai loro campi, le loro abitazioni mobili bruciate, c’erano feriti, a volte anche morti, a volte anche bambini innocenti.

Di nuovo, di nuovo in viaggio verso altri paesi, città, spostandosi verso la costa, verso il sole.
Nadir aveva dieci anni ed era nato non in un paese, ma in mezzo al nulla, su una roulotte, come dopo di lui altri due fratelli e un sorellina.

index2Poi uno dei fratelli era morto: una malattia evitabile, se solo l’avessero vaccinato, curabile, se l’avessero curato, ma per loro non c’erano né mutua, né ospedali; certo c’era stato un bel funerale, pittoresco, a cui avevano partecipato tutti, perché il lutto di uno della tribù è il lutto di tutti.
Gli avevano concesso anche di seppellirlo lì, nel paese dove era morto, anzi era arrivata una ingiunzione di seppellirlo al più presto per motivi igienici, come se loro i loro morti se li portassero in giro con la carovana.

Il piccolo Zoluk aveva finito di spostarsi, di essere cacciato, ma loro non lo avrebbero rivisto mai più, non avrebbero potuto portargli fiori e giochi sulla tomba, perché la seconda ingiunzione era stata di lasciare il paese, perché i bambini non erano vaccinati ed erano un pericolo per gli altri, quelli delle case in muratura, quelli che possedevano campi e bestie e un tetto e scuole e ospedali e vaccinazioni (ma se erano vaccinati, che paura potevano avere di loro?).

indexE allora via, di nuovo in viaggio, scacciati, loro i ladri, gli untori, i portatori di malattie; e ogni volta Nadir guardava con nostalgia il posto che dovevano lasciare, i bambini della sua età che giocavano e studiavano e imparavano tante belle cose; lui era un po’ diverso dagli altri, bambini e adulti, della tribù, perché lui avrebbe voluto fermarsi, studiare, farsi una posizione, avere un lavoro vero.

A lui non importava così tanto della libertà, dell’andare, vedere cose nuove, ma poi, quando arrivavano da qualche altra parte sapeva sempre emozionarsi per i prati, i fiori, le montagne i fiumi che non aveva mai visto, che erano nuovi come le persone con cui avrebbe voluto parlare, i bambini con cui voleva giocare, ma tutti lo scacciavano perché era zingaro, perché puzzava, perché rubava, dicevano loro.

Lui però, non aveva mai rubato: la tentazione sì, l’aveva avuta e più di una volta, quando vedeva giocattoli e biciclette abbandonati davanti alle case, nei giardini, nei cortili, ma non era roba sua, era di altri bambini che avrebbero pianto senza le loro cose.

Allora guardava con tanto desiderio, con gli occhi lucidi, quelle belle cose, ma le guardava e basta, perché non tutti gli zingari sono ladri, non tutti rubano e poi lui, appena poteva, si lavava nei fiumi, nei ruscelli, nei laghetti o negli stagni, perché gli piaceva essere pulito e non voleva puzzare.

Ma tante volte arrivavano in città grandi senza fiumi e ruscelli, al massimo fontanelle dove doveva lavarsi di nascosto e poi solo la faccia, le mani, il collo e le orecchie, perché mica poteva farsi un bagno completo in mezzo alla gente e al traffico.

Campo Rom Casilino 900Certo d’inverno era più difficile ancora: faceva freddo e non ci si poteva spogliare, immergersi nell’acqua corrente dei fiumi: già, l’acqua correva, correva, chissà dove andava? Forse, come loro, solo da qualche altra parte, senza una meta, perché se fosse rimasta lì sarebbe stata un lago o uno stagno, non fiume o torrente: quelli erano un po’ come loro, gli zingari, sempre in movimento, di nuovo in viaggio senza riposo verso la prossima meta, il prossimo paese.

Di nuovo in viaggio e poi, un giorno, arrivano al mare e il mare Nadir non lo ha mai visto nei suoi piccoli dieci anni di vita. Ha visto altre cose, ha visto gente sposarsi, bambini nascere, vecchi morire e ha visto morire anche il suo fratellino ed ha visto la sua mamma piangere, perché anche gli zingari hanno un cuore e soffrono e amano e questo nessuna legge glielo può impedire.

Ha visto montagne e colline e campi, tanti campi coltivati, ma il mare quello mai. Ha visto dei laghi, ma di quelli si può vedere la sponda opposta, mentre del mare, no; il mare è infinito, non ha mai termine, ma ha visto i fiumi arrivare al mare anche loro come zingari nomadi e buttarvisi dentro in un abbraccio che confonde le acque: ora ha capito dove vanno i fiumi, quale è lo scopo di quell’andare, correre veloci.

images2E Nadir si spoglia di scarpe e calze e dei pantaloni e rimane solo con quelle mutande sformate, troppo grandi ed entra nel mare, vi avanza coi piedini timorosi: l’acqua è tiepida, lo accarezza, gli solletica le gambe.

Questo è troppo, troppo bello, la cosa più bella che abbia mai visto e vorrebbe fermarsi lì per sempre, come il fiume, gettarsi nel mare come ultima destinazione; avanza ancora, con l’acqua che gli arriva alla vita, gli bagna la maglietta a righe oramai troppo corta, ma anche così avanti rispetto alla riva non vede dove finisce il mare e piange, perché è felice e perché non vorrebbe mai uscire di lì, lasciare quel luogo, andare verso altri paesi e città.

E piange perché anche gli zingari sanno amare, commuoversi, provare gioie e dolori e soprattutto emozioni, perché prima di essere zingari sono anch’essi uomini.

È un attimo, lungo o breve non saprebbe dirlo, perché questa è la durata della felicità, poi sente la mamma che lo chiama: occorre ripartire, perché al mare ci devono andare i bagnanti ricchi e allora loro devono andarsene, di nuovo, di nuovo in viaggio.

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Pubblicato da su agosto 24, 2014 in Racconti

 

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