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QUATTRO ORE DI BUIO

26 Lug

QUATTRO ORE DI BUIO

 

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Questa è una storia vera, una storia che mi ha visto protagonista o, per meglio dire, vittima.
È la cronaca di un’esperienza sconvolgente, una di quelle che lasciano segni forse indelebili, almeno fino a che una pietosa demenza senile, forse neppure troppo lontana nel tempo, verrà a cancellarli.
Quello che ho vissuto è difficile da spiegare, ma io proverò a farlo.

* * *

Erano passate solo tre settimane, tre esatte, dal dolore, QUEL dolore del quale molti sanno, ultimo di tanti, quello che mi aveva spaccato dentro, che mi aveva cambiato definitivamente la vita.
Era un venerdì, proprio come QUEL venerdì…

ripetizioni-private-pistoia

Ore 15 – Arriva L. Siccome la vita va avanti e anche rate di condominio e bollette continuano ad arrivare e siccome la mia ultima supplenza era finita proprio QUEL venerdì di tre settimane prima, dovevo almeno continuare a dare ripetizioni private per portare a casa qualche soldo.
L. arrivò in orario ed iniziammo a fare lezione, le solite cose: espressioni, frazioni, angoli che si sommano e si dividono, proprio come le persone.
Andammo avanti tutta l’ora, forse anche un po’ di più, ma questo non mi è dato saperlo.
Comunque la lezione terminò, il ragazzo se ne andò poi, giunto in strada, realizzò che aveva dimenticato sulla mia scrivania il cellulare: impossibile, a tredici anni vivere senza!
Citofonò, gli aprii e salì a riprenderselo, ma anche questo mi è stato raccontato.

pensare

Ore 16 – Inizia il buio. Più o meno a quest’ora, difficile dire un momento esatto, io avevo cominciato ad agire come un computer, non più come un essere umano.
Vale a dire che parlavo, agivo, in tutta logica, senza dare segno di ciò che mi stava succedendo (mi è stato confermato dal mio alunno), ma subito dopo schiacciavo il tasto “delete” e ciò che avevo detto o fatto scompariva definitivamente dalla mia memoria, forse, come fa il computer, per recuperare spazio per altre funzioni più importanti del ricordare: ad esempio soffrire.
Suppongo che la cosa non sia stata così naturale e subliminale, se è vero che telefonai a F.
F è un amico e vive in un condominio situato due numeri civici prima del mio.
Ovviamente anche queste mie azioni mi sono state raccontate in seguito dai coprotagonisti involontari, in quanto chiamati a farlo, della vicenda.
“Flavio, puoi venire su subito da me? Non sto bene” (Cosa sentivo? Perché gli avevo detto così, quali sintomi provavo? Non ci sarà mai una risposta).
“Cosa hai” , si preoccupò lui.
“Mi sta andando in pappa il cervello: non mi ricordo più niente!”.
Si fiondò a casa mia: “Devi dirmi cosa è successo nell’ultimo mese – quasi lo aggredii, evidentemente spaventato – perché non mi ricordo più nulla”.
Non so come fossi fisicamente o emotivamente, ma lui si allarmò: “Vuoi che telefoniamo a tua sorella?” (va detto che mia sorella abita a quasi trecento chilometri da Milano, ma evidentemente F. si trovava fra le mani una situazione che non era in grado di gestire, non da solo perlomeno.
“Se ci provi ti uccido” risposi senza alcuna voglia di schezare e lo invitai a raccontarmi nuovamente gli accadimenti dell’ultimo mese.

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Ore 17 – Prima ora di buio. Fra l’andata di L. l’arrivo di F. e discorsi vari era passata così la mia prima ora di: “Cancello il file?”, “Cancella!”.
Devo dire che F. fu sagace: aveva il numero di casa di mia sorella in memoria nel cellulare: “Tutto quel che vuoi, rispose alle mie richieste, ma fa due minuti: devo andare a portare le chiavi di casa a mia mamma, altrimenti resta fuori”.
Non potevo che acconsentire alla sua condizione: scese e rimasi da solo qualche minuto (Cosa feci in quel piccolo intervallo di tempo da solo?).
Ma F. non andò a portare nessuna chiave: giunto in strada telefonò a mia sorella, raccontandole, spaventato, il tutto.
Anche lei, però, non aveva modo, data la distanza, d’intervenire, così telefonò a sua volta all’altro mio fratello, che abita, invece, a Milano.
Dopo poco tempo, citofonando, ottenendo risposta e rifacendo i tre piani senza ascensore, F. tornò.
Ciò che successe da quel momento all’arrivo di mio fratello non deve essere stato altro che routine, perché non ne ho notizia.

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Ore 18 – I soccorsi. Fra lo stratagemma di F, la sua telefonata, quella di mia sorella a mio fratello, se ne andò circa un’altra ora.
Mio fratello arrivò accompagnato in macchina da suo figlio, nonché mio nipote.
Anch’essi citofonarono, anche a loro io risposi normalmente ed aprii; aprii anche la porta di casa: “Ciao” salutai il figlio di mio fratello che subito andò via.
Dopo poco anche Flavio se ne andò e rimasi con mio fratello: ci rimasi quasi due ore (cosa dissi, cosa feci, in parte mi è stato raccontato, ovviamente e in parte appartiene, invece, alla risposta “Yes” alla domanda del computer, alla quale la macchina aveva risposto, trionfalmente, “Delete!” – cancellato).
Anche mio fratello si accorse del mio stato fortemente anormale, tanto che, a quanto mi riferii, mi propose di chiamare un’ambulanza, o di andare insieme al pronto soccorso, ma anche con lui rifiutai e minacciai (non fu cattiveria: fu paura.
Allora cominciò a farmi domande (mio fratello è laureato in materie letterarie, ma, come ex insegnante e pedagogista s’intende anche un po’ di psicologia).
Continuò per tutto il tempo a farmi domande: se ricordavo cos’era successo QUEL venerdì – quello no, l’avevo rimosso in quella mia altra vita durata quattro effimere e interminabili ore – poi facendomi domande sulla famiglia; ricordavo molto, ma non di avere dei nipoti, eppure A. l’avevo appena riconosciuto e salutato – eccetera).

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Ore 19 – Le telefonate. Erano quasi le diciannove: mi si dice che volli telefonare due volte a mia sorella, che supplicai di dirmi cosa mi stava succedendo.
Ora, immaginate una persona, lontana trecento chilometri, che si sente chiedere ciò: a parte l’impossibilità ad accondiscendere, penso che fosse una tortura la domanda di per se stessa, la preoccupazione per una cosa che non sembrava essere di lieve entità.
Facciamo un passo indietro: tre settimane…
QUEL venerdì. Anche allora mio fratello era venuto da me, aveva dormito lì, nel mio letto, mentre io ero nell’altra stanza a vivere il mio dramma.
Quando tutto fu compiuto penso che tutti si rendessero conto di ciò che stavo passando e vivendo.
Ora, evidentemente, i nodi venivano al pettine e il mio stato mentale avrebbe potuto anche essere qualcosa di irreversibile.
Dopo molte insistenze mio fratello mi convinse a contattare il mio medico e alla fine accondiscesi; chiamai in ambulatorio, mi rispose la figlia del dottore, me lo passò e io gli passai, a mia volta, mio fratello che gli spiegò l’accaduto.
Lui parlò prima in termini scientifici (bipolarità e cose simili), poi si spiegò in termini umani: “ Ha dovuto staccare la spina o si sovraccaricava ed esplodeva”.
Le domande continuavano, il tempo passava, passò anche la quarta ora: delete, delete, delete…

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Ore 20 – Lento risveglio. Era venerdì, il giorno in cui veniva L. a lezione e L. era venuto, doveva essere lì, sulla seconda sedia a lato della scrivania a sommare gradi, primi e secondi… e invece che con lui ero in cucina con mio fratello! “E tu che ci fai qui?” domandai come se nulla fosse successo.
“Sono due ore che me lo chiedi ogni cinque minuti: sei stato male, hai perso la memoria (sì, ma non l’avevo persa tutta insieme, ma come il calcio della radio: minuto per minuto) ma adesso mi sembra decisamente che tu stia meglio: sei ritornato”.
Ricominciarono le domande: prima le sue a me (Avrei vinto il milione al quiz: risposi a tutto con esattezza), poi le mie a lui e buona parte di quanto sto scrivendo è la sua cronaca personale.
Quando mi resi conto di cosa avevo vissuto, di aver perso per sempre quattro ore della mia vita, dei miei pensieri, dei miei ricordi, andai a capo chino nel corridoio di casa e lì piansi in silenzio.

notte

La notte. Telefonai a Luca, gli raccontai di cosa mi era successo e gli domandai se non si fosse reso conto di nulla, nell’ultima parte della lezione.
Mi rispose negativamente, raccontandomi del cellulare dimenticato.
Solo, mi disse, avevo ricevuto una telefonata, piuttosto lunga: chi era?
Lo seppi dopo qualche giorno: un amico ed ex alunno che, praticamente, mandai al diavolo, perché mi rendevo conto di aver già iniziato il mio viaggio allucinante; mio fratello cenò da me, cucinando lui: io invece rifiutai qualsiasi cibo.
Poi si offrì di rimanere a dormire, ma io lo tranquillizzai e declinai l’offerta.
La crisi era passata, ma ciò che avevo perso, allora e prima, non lo avrei ritrovato mai più.

Il giorno dopo e il seguito. Il giorno seguente ero a pezzi ed anche fisicamente mi sentivo come dopo aver compiuto uno sforzo immane.
E moralmente? Già ero in un periodo nero e la coscienza di ciò che avevo vissuto, di aver dovuto coinvolgere tante persone, non contribuì a migliorare la situazione; il giorno dopo era come sono tutti i giorni dopo: meglio e peggio.
Venne a Milano mia sorella, andammo insieme dal medico che ribadì la sua diagnosi ma, per sicurezza, mi fece fare un paio di esami clinici, che dettero entrambi esito negativo: il mio fisico stava bene, la mia anima no.
Col tempo tante cose si affievoliscono, i dolori si attenuano, ci si stabilizza per continuare a vivere, perché, alla fine, è così che bisogna fare.
Però le mie quatto ore, quelle mangiate dal buio, non le avrei mai più riavute.

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Pubblicato da su luglio 26, 2014 in Racconti

 

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