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C’ERA UNA VOLTA UNA STREGA

01 Lug

C’era una volta una strega

In un piccolo paese fra le montagne dell’Appennino, c’era una volta, ma probabilmente c’è ancora, una strega, almeno così la chiamavano gli abitanti del paese.

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In realtà la donna, Armida, aveva si e no quarant’anni, era ancora piacente e disinibita, forse troppo per la mentalità tradizionalista del paese ed era una semplice erborista. L’insieme di tutte queste cose, età a parte, le aveva dato la nomea di strega, dato che il paese era piuttosto isolato dalle città e, pertanto, in alcune cose ancora arretrato, tanto da essere legato alle superstizioni. Fortunatamente l’azione degli abitanti, soprattutto delle donne, si limitava alla maldicenza e da secoli non usavano più mettere al rogo maghi, streghe, licantropi e vampiri.
Se uomini e donne erano uniti nella maldicenza, spesso, però, succedeva che i primi andassero di nascosto a trovarla nella sua casupola fuori dal paese dove si era volontariamente isolata: qualcuno chiedeva pozioni d’amore, altri desideravano aumentare la propria virilità, altri chiedevano veleni o fatture contro il vicino col quale avevano problemi di confine; qualcuno andava da lei in cerca di prestazioni extra coniugali o, addirittura, a portarle i figli adolescenti perché li iniziasse al sesso, affinché non crescessero “diversi”.

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Non che la donna disdegnasse il sesso, ma non lo avrebbe mai fatto per denaro o con un ragazzino Armida aveva anche del bello e del buono a cercare di convincerli che lei non faceva magie, ma sfruttava solo le proprietà officinali di alcune piante: per loro era la strega che tutto poteva, quella da maledire, ma che se ti serviva, poi, andava bene.

Così dava erbe energetiche ricche di minerali e vitamine a chi voleva essere più virile, a chi chiedeva pozioni d’amore dava essenze profumate da mettere nella tinozza da bagno: forse con un po’ di puzza in meno le amate li avrebbero apprezzati maggiormente.

A chi domandava filtri contro i vicini dava pozioni calmanti.

A volte questi rimedi funzionavano, confermando la sua fama di strega, a volte non funzionavano, aumentando l’avversione verso di lei.

Se, raramente, si concedeva a un uomo che le piaceva e questo veniva scoperto dalla moglie, sicuramente la consorte tradita concludeva che la strega aveva fatto una malia all’uomo, altrimenti marito e padre esemplare.

Fortunatamente Armida era abbastanza intelligente da non farsi condizionare dalle malelingue: lei era arrivata lì dalla città dopo un brutto momento personale: ora ne stava pian piano uscendo e presto se ne sarebbe andata, sarebbe ritornata in città e avrebbe aperto un piccolo negozio d’erborista, avrebbe ripreso contatto con le sue amicizie di un tempo, tranne quella che le aveva spezzato il cuore e rovinato la vita… ma questa era un’altra storia, non quella che stiamo raccontando.

Così passavano i giorni, le settimane e i mesi tutti uguali, noiosi, ma la noia, a volte, è la miglior medicina contro i mali dell’anima: qualcuno la chiama tranquillità.

Come si lascia a riposo un muscolo strappato per farlo guarire, così bisogna lasciare a riposo i sentimenti, l’anima e la mente perché anch’essi possano cicatrizzarsi.

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Un giorno venne da lei un ragazzo, forse ventenne, a chiederle qualcosa per curare la sua pelle, devastata da una normale acne giovanile, che, però, lui reputava una punizione per peccati innominabili compiuti fin da quando aveva tredici anni: sarebbe bastato portarlo allora da un dermatologo e si sarebbero evitate le cicatrici irrimediabili che gli segnavano le guance, ma lui veniva da una famiglia contadina dove il padre si radeva una sola volta alla settimana per andare a messa, dove il bagno si faceva ogni quindici giorni in una tinozza di legno nell’aia con indosso calze, slip e maglia che, almeno, si lavavano (anche il cambio della biancheria aveva la stessa frequenza del bagno).
Armida non poteva fare nulla per le cicatrici vecchie, ma aveva un impacco per fermare la malattia ed evitarne così di nuove. Lo faceva volentieri, perché quel ragazzo così timido, gentile, era diverso da tutti gli altri uomini del paese e, perciò le piaceva.

Anche fisicamente, acne a parte, era un bel ragazzo e lei non era insensibile alla bellezza maschile.

Massimo tornò più volte da lei, ed ogni volta la sua pelle migliorava, ed ogni volta di più la “strega” si accorgeva di amarlo.
In pochi mesi il ragazzo era guarito, ma continuò a tornare da lei: parlavano, leggevano assieme poesie, lui le confessò di non aver mai avuto esperienze sessuali, se non quelle con se stesso e, una volta, essersi spogliato nudo con un amichetto per vedere chi di loro l’aveva più lungo, ma allora aveva dodici anni e non era sicuro che quella si potesse considerare un’esperienza sessuale e se fosse stata quella, magari, la causa della sua malattia della pelle.

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La sua ingenuità la faceva sorridere e la portava ad amarlo sempre di più: finì come doveva, cioè che i due fecero l’amore e la cosa si ripeté per mesi. A volte lui andava dalla donna, che possedeva una vera vasca, per fare un bagno, ed era lei a lavarlo, carezzando lungamente la sua schiena, i suoi fianchi, le sue cosce.

Era un rapporto molto dolce, non di sesso sfrenato come ci si potrebbe attendere da un ragazzo alle prime esperienze e da una donna matura che di esperienze ne aveva vissute tante.

Era bellissimo e come tutte le cose belle finì.

La frequenza delle visite di Massimo ad Armida non era certamente passata inosservata in paese, così il ragazzo aveva dovuto sorbirsi le prediche del padre, della madre, del parroco e di tutti quelli che si erano sentiti in dovere di impicciarsene.

E poi, ora che l’acne era guarita e lui si era fatto più esperto e meno timido, cominciava ad essere corteggiato dalle ragazze del paese che avevano ben poche altre occasioni di trovare, altrimenti, un fidanzato.

Così lui cessò di colpo e senza una spiegazione le sue visite alla donna: è sempre più facile fuggire senza dover dare spiegazioni. Non sapremo mai se avesse mai amato Armida o se fosse stato attratto da lei attraverso i sensi e non il cuore.

Passarono ancora dei mesi e delle stagioni.

Armida, seppur raramente, si recava in paese per fare spese: anche una strega deve pur mangiare, lavare, cucire e vestirsi. Il suo avvicinarsi alle botteghe era regolarmente accompagnato da bisbigli che, facilmente si poteva immaginare cosa dicessero. Narravano di nefandezze, cannibalismo, omicidi e terribili fatture che la donna avrebbe fatto e se nessuno l’aveva mai attaccata apertamente era solo perché, si diceva, poteva avvelenare l’erba e l’acqua e causare morie di tutti gli animali delle fattorie.
Nei negozi nessuno la salutava: ascoltavano le sue ordinazioni, la servivano, non senza aver aumentato congruamente i prezzi, e tiravano un sospiro di sollievo quando lei se ne andava senza aver causato sciagure o cataclismi (si diceva che potesse, con lo sguardo solamente, far cagliare il latte e imputridire le carni fresche all’istante).

Lei si era adattata e non cercava mai di attaccare discorso, ma solo una volta lo fece, chiedendo al gestore del piccolo emporio che fine avesse fatto Massimo, “quel ragazzo che aveva curato dall’acne”.

Malvolentieri l’uomo, che, peraltro, era stato uno dei suoi corteggiatori respinti, le rispose che il ragazzo si era sposato con una lontana cugina ed avevano trovato casa in un altro paese della provincia. Armida impallidì, si sentì quasi morire, ma non lo diede a vedere: prese la spese e se ne andò.

Sola a casa, nella sua casa lontana dal paese, pianse come non faceva da anni, come non pensava di essere più capace di fare.

Altri giorni, mesi, stagioni.

Armida ora avrebbe potuto tornare in città, oppure andare in un’altra città, magari al nord, avrebbe potuto aprire il suo negozio e una nuova pagina della sua vita, chiudendo tutte le precedenti, ma non lo fece.

Armida rimase, rimase ad aspettare che il suo Massimo potesse tornare da lei almeno un’altra sola volta.

Aspettava, aspettava invano, invecchiando, ingrigendo nei capelli come nell’animo, incurvandosi sotto il peso degli anni e del dolore, vestendo abiti frusti perché non valeva la pena più farsi bella ed elegante se non c’era nessuno a cui interessarsi.

Ora Armida aveva proprio l’aspetto di una strega e forse come queste sarebbe vissuta per sempre, perché era comunque già morta dentro.

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Pubblicato da su luglio 1, 2014 in Racconti

 

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