RSS

UNA FAMIGLIA FELICE

06 Giu

Una famiglia felice

Che posso dire della mia infanzia e della mia famiglia? Sicuramente solo un gran bene, per lo meno dal momento in cui iniziano i miei ricordi, anche se non dubito che sia stato felice anche il mio primissimo periodo di vita, per quanto non credo che un neonato possa dirsi veramente felice o infelice, forse non ha neppure sviluppati i centri cerebrali che comandano le indexccsensazioni emotive, per lo meno queste.
I miei ricordi veri, come penso quelli di tutti, iniziano dai tre, quattro anni; ricordo soprattutto con piacere le vacanze al mare, ma anche la nostra vita in città, durante l’inverno, poiché non c’era un attimo che non fossimo tutti e tre insieme: io, mamma e papà.
Sicuramente in tutto ciò c’è molto della deformazione del ricordo che può avere un bambino, poiché era indubbio che, per buona parte della giornata, papà era al lavoro.
La mamma no, lei era sempre con me, anzi, papà faceva del lavoro extra per consentire alla mamma di pensare solo ad accudire me e, nello stesso tempo, far sì che non ci mancasse nulla: né il necessario, né il superfluo.
Un po’ più tardi, verso i sei anni, i miei ricordi cominciano a diventare più chiari: per quanto papà avesse da fare al lavoro, non mancava mai una sola sera a cena e, a tavola, non una volta ci ha afflitto con le preoccupazioni del lavoro che sicuramente aveva, ma ci raccontava solo cose le divertenti di questo, anzi, sospetto che molte se le inventasse per rallegrarci; mamma ed io ridevamo, a volte al punto di rischiare d’ingozzarci col cibo.
Quasi tutte le sere, al suo rientro a casa, papà portava un piccolo regalo a me e uno alla mamma ed era felice nel vederci felici.
Poi, dopo cena, mentre andava la lavastoviglie che papà aveva comperato alla mamma affinché non si rovinasse le mani lavando i piatti, ci mettevamo tutti e tre sul divano a guardare un po’ di televisione, io in mezzo ai miei genitori; spesso loro si guardavano ammiccando e poi, di colpo, mi saltavano addosso e mi facevano il solletico insieme, fino a farmi lacrimare dal ridere.
Credo che per i miei primi dieci anni, non abbiamo fatto altro che ridere ed essere felici.
Il sabato, poi, era il giorno più bello: il pomeriggio, mentre mamma terminava i suoi lavori di casa, papà mi portava, se c’eraindex bel tempo, al parco a giocare a pallone con lui, oppure andavamo in bicicletta; in inverno o col brutto tempo, invece, mi portava al cinema.
Più tardi, verso sera, mamma ci raggiungeva ed andavamo per grandi magazzini, visto che allora non c’erano ancora i centri commerciali.
Si concludeva poi la giornata con una pizza e la televisione (e la consueta tortura del solletico).
La domenica ci vestivamo bene tutti e tre e andavamo a messa insieme, quindi c’era il pranzo speciale della festa e al pomeriggio si andava tutti e tre al cinema, in gita sul lago, oppure allo stadio o al luna park.
Ma il massimo, come ho detto, erano le vacanze estive.
Io e mamma partivamo subito dopo la fine delle scuole e andavamo al mare; papà ci raggiungeva nei fine settimana e in agosto eravamo di nuovo tutti insieme per l’intero mese e non ci facevamo mancare nulla: spiaggia, passeggiate, gite in battello, noleggio del pedalò e poi ancora cinema la sera, gelato e via dicendo.
Non c’era un solo momento di noia nella nostra vita, né una sola ombra.
Eravamo proprio la famiglia più felice del mondo.
Dico eravamo, perché un giorno, poteva essere intorno al mio decimo o undicesimo anno di vita, qualcosa cominciò a cambiare: le serate sul divano non erano più accompagnate dalle nostre risate, ma c’erano lunghi silenzi.
Spesso il sabato e la domenica uscivamo solo io e il papà, e mamma non ci raggiungeva più.
Certe notti, nel mio letto, rimanevo con l’orecchio teso ad ascoltare i miei genitori e li sentivo litigare, a volte piangere: non capivo, coi miei pochi anni, perché le cose stavano cambiando, non capivo che anche le persone a volte cambiano.
Quell’anno io e la mamma andammo in vacanza quindici giorni più tardi e papà non ci raggiunse mai in tutta l’estate.
Io che potevo fare? Ero troppo piccolo per capire, troppo piccolo anche solo per domandare.
A volte pensavo che, magari, era colpa mia, che non riuscivo ad essere bravo come loro speravano e, per questo litigavano.
Pensavo anche che se ne avessi parlato con loro, sarebbe sparito tutto definitivamente, come per un maleficio.
Non ricordo di avere pianto una sola volta per i miei primi nove anni di vita, ma recuperai con gli interessi nell’anno seguente a quei primi nove: passavo le notti a piangere in silenzio su tutto ciò che ricordavo di bello e che era sparito per sempre.
Poi, un sabato, io uscii con papà, poiché avevo bisogno di comprare delle cose per la scuola: “Tu non ci sei mai e tocca sempre tutto a me – sibilò la mamma al babbo prima che uscissimo – è ora che ti metti a fare il padre e pensi un poco a tuo figlio e non solo al tuo stramaledetto lavoro! ”.
imagesIo non dissi nulla, non piansi neppure, ma pensai quanto fosse ingiusto ciò che la mamma aveva detto e, comunque, capii che era proprio a causa mia che la nostra famiglia non era più felice.
Quando la sera tornammo a casa, mamma non c’era, non ci sarebbe stata mai più: c’era, invece, un biglietto sul tavolo che diceva che lei se ne andava per sempre, che avrebbe contattato papà tramite un avvocato per avere quello che le spettava.
Fu la prima volta che vidi mio padre piangere, ma io non gli dissi nulla: avevo paura, paura che mi rinfacciasse quello che avevo fatto.
Poi, un giorno, i nonni mi spiegarono che la mamma se n’era andata con un altro uomo, uno che frequentava già da quasi un anno, ma io non credetti che fosse solo quello il motivo: perché, se non era colpa mia, mamma non tornò mai più a trovarmi, non mi telefonò neppure una volta e non la rividi mai più?
Eravamo soli io e papà: i nonni ci davano una mano, ma non era più la famiglia felice, anzi, non era più nemmeno una famiglia, la nostra, ma eravamo solo due persone infelici.
Papà avrebbe voluto diminuire le ore di lavoro, ma non poteva, perché doveva pagare gli alimenti alla mamma, anche se io non capivo cosa volesse dire; pensavo: ma se mamma sta con un altro, non può pensarci lui a darle da mangiare?
Poi papà cominciò ad ubriacarsi: spesso si addormentava sul divano davanti alla televisione perché aveva bevuto troppo, certe volte l’intera bottiglia di liquore che prendeva, dal mobile della sala, dopo cena.
Col tempo peggiorò: oramai era quasi sempre ubriaco anche di giorno, non sempre andava al lavoro e, così, un giorno lo licenziarono.
Per fortuna c’erano i nonni ad aiutarci, altrimenti non so come avremmo fatto a tirare avanti.
Non parlavamo oramai più neanche io e papà, e certamente! Era successo tutto per colpa mia, ma forse anche un poco della mamma: non uscivamo più il sabato e la domenica, quando erano i nonni che venivano a prepararci da mangiare e a mettere un poco a posto la casa che si stava deteriorando così come si era deteriorata la nostra famiglia.
Per tutto il week – end papà stava semi sdraiato sul divano con la bottiglia in mano, ubriaco e, se gli parlavi, neppure ti ascoltava.
Infine, un giorno vennero a prendermi i nonni a scuola (lo trovai strano, perché da sempre io ci andavo e tornavo da solo) e miinde portarono a casa loro.
Io mi ero abituato a non chiedere mai nulla, nessuna spiegazione, tanto avevo capito che niente, oramai, era più normale.
Furono loro, i nonni, a dirmi che era successo qualcosa a papà, che prima stava molto male, ma ora stava bene; capii solo mesi più tardi che quello voleva dire che papà si era ucciso: alcool e tranquillanti, un modo indolore di morire e un modo indolore di non continuare a soffrire.
Allora, finalmente, capii anche che non era tutta colpa mia, ma della mamma, che era lei che aveva fatto stare male papà per tanti mesi: da quel giorno la odiai, avrei voluto punirla, ma non la rividi mai più.
Avevo bisogno, però, di trovare un altro modo per punirla, così, signor giudice, decisi di uccidere tutte le puttane, puttane come la mia mamma che aveva ucciso il papà e la nostra felicità.
Sono arrivato ad ucciderne sedici, ma avrei voluto sterminarle tutte così che non facessero più a nessuno tutto il male che la mamma aveva fatto a noi.
Potevamo essere una famiglia felice, la più felice del mondo, ma lei ha distrutto tutto.

imagesff

Annunci
 
Lascia un commento

Pubblicato da su giugno 6, 2014 in Racconti

 

Tag: , , , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

 
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: