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BED SENZA BREAKFAST

19 Mag

BED SENZA BREKFAST

Saro si ritrovò davanti alla porta, imbranato come un salame, c’era una targa di ottone con scritto: “Fam. Farina”, con caratteri arzigogolati e pieni di svolazzi ed occhielli, poi vide la chiavetta, provò a premere, a tirare e infine capì che doveva girarla per suonare il campanello; dall’interno sentì rumore di piccoli passi ticchettanti.

* * *

cartolinaSaro era andato per oltre vent’anni in vacanza in quel paese della riviera ligure di levante, Sestri, Levante, appunto, poi le sue vacanze laggiù si erano interrotte per motivi famigliari.
Vi era ritornato per pochi giorni dopo un anno di intervallo e già l’aveva trovato cambiato: le strade, le spiagge, la gente, i negozi.
Poi basta per altri vent’anni, forse di più, sempre per motivi di famiglia aveva preso altre strade, altri luoghi, fino a che un anno a Pasqua vi era ritornato per tre giorni; in quei tre soli giorni l’aveva girato in lungo e in largo, ma tanto, troppo era cambiato.
Forse, in realtà, chi era cambiato era lui: aveva venti più venti anni in più e li avevano le persone che aveva conosciuto, molte delle quali avevano preso anch’esse altre strade.
È così: il tempo passa, anche se Saro avrebbe voluto che tutto fosse come allora, con i bambini ancora bambini e i vecchi ancora vivi e lui ancora un ragazzo o poco più e forse lo era, ma in un posto talmente nascosto della propria anima che neppure lui riusciva a ritrovare.
Adesso era un uomo maturo, forse anche qualcosa di più, con un bagaglio di errori e disillusioni troppo pesante, a volte, da portare, ma aveva ancora la possibilità di scegliere per sé, di decidere della propria vita ed allora decise: l’estate seguente sarebbe ritornato a fare le vacanze in quel luogo che aveva tanto amato e che a volte lo aveva ferito.
In un week end di tarda primavera prese il treno e andò a cercarsi un alloggio per i mesi estivi: l’ideale sarebbe stato un bed & breakfast, ma si sarebbe accontentato anche di solo un bed e per il breakfast c’erano i bar e i panifici; per quanto tempo sarebbe rimasto sarebbe dipeso molto dal prezzo che gli avrebbero chiesto.
Uscito dalla stazione percorse la strada di fronte a questa, poi voltò a sinistra ed arrivato nella piazza della chiesa girò ancora a sinistra: era la strada dove aveva alloggiato i primi anni da bambino e poi da adolescente.
Saro fece come aveva sempre fatto: entrò nei negozi a chiedere se sapevano di qualcuno che affittasse camere.
Dovette bere un cappuccino, acquistare un etto di focaccia, un trancio di torta di riso e una bottiglietta di minerale: gli col_news_butler2_2318sarebbero serviti come pranzo, dato che mezzogiorno era oramai passato, ma alla fine, visto che aveva comperato, ebbe anche l’informazione: “Provi dalla Edvige Farina” gli dissero e gli dettero anche l’indirizzo esatto, sulla stessa strada, duecento metri prima della ferrovia.
Nel dargli il suggerimento il bottegaio aveva strizzato l’occhio e fatto un mezzo sorriso di complicità alla donna che attendeva in fila dietro Saro, ma lui non se ne accorse.
Sperava solo ardentemente che gli andasse bene al primo colpo e che l’affitto fosse alla sua portata, visto che la crisi, di cui tutti parlano, lui la stava vivendo sulla propria pelle.

* * *

Sentiva il ticchettio delle scarpe avvicinarsi, poi un numero impressionante di catenacci aprirsi e si trovò davanti alla signora Edvige Farina.
Era una donna almeno dieci centimetri più alta di lui, magra e dal cipiglio severo che lo squadrò come uno scanner al laser da capo a piedi.
Prima ancora che potessero parlare, alle spalle della donna arrivò un’altra, questa trascinando le ciabatte; era molto più piccola dell’altra, le arrivava poco sotto l’ascella, portava una buffa cuffietta di tela bianca in testa e teneva all’altezza dello sterno una mano stretta a pugno e l’altra a coppa su questa.
Ridacchiava scuotendo la testa: forse un Parkinson, forse una tara famigliare, poteva essere la sorella della precedente oppure la madre, difficile a dirsi, visto che entrambe erano di età indefinibile.
Se la prima era totalmente priva di seno, la seconda, più rotondetta, aveva un seno enorme all’altezza dell’ombelico: probabilmente al posto del reggiseno portava una qualche antiquata fascia di tela, forse la stessa tela della cuffietta.
Alle spalle delle due donne si allungava un buio corridoio che odorava di casa vecchia, di polvere, di tende pesanti, ma se non altro sapeva di fresco, il che era un bene per l’estate.
indexDel corridoio se ne poteva vedere solo una piccola parte, probabilmente, visto che dopo un paio di porte a destra e un paio a sinistra c’era un pesante tendone scuro, impossibile con quella scarsità di luce, dirne e definirne il colore, che divideva la casa in due.
“Sì?” disse la prima donna con freddezza.
“Buongiorno, mi hanno dato il suo indirizzo in un negozio più indietro, mi hanno detto che forse lei affitta una stanza per l’estate” espose timidamente Saro, un po’ angosciato, forse pentito, da quell’ambiente e da quelle persone.
La donna magra si scostò, aprendo il braccio sinistro per tirare indietro anche l’altra e lasciare il passo all’uomo: “Entri” disse solo senza altri commenti, quindi chiuse la porta con tutti i suoi catenacci a fece strada verso la seconda porta sulla sinistra.
Questa era una cucina come se l’aspettava Saro: vecchia, con vecchie sedie di legno impagliate, un vecchio tavolo con le gambe tornite e una credenza con alzata a vetrina; il lavello era in granito conglomerato, sormontato da uno scolapiatti con alcuni bicchieri e un paio di piatti.
Il frigorifero, bombato ed arrotondato aveva almeno cinquant’anni, marca Fiat: mai saputo che la Fiat avesse prodotto elettrodomestici.
“Sono trecentocinquanta euro al mese, senza uso cucina, ma se vuole mangiare roba fredda in camera sua, può farlo e può prendere acqua da bere in cucina. Il bagno è tutto suo, non abbiamo la televisione e lei non dovrà mai passare oltre la tenda: quella è la nostra zona e c’è nostra madre che è molto anziana e malata”.
Ecco, dunque: se aveva detto nostra madre, voleva dire che le due erano sorelle e che la madre doveva essere almeno ultracentenaria, come la casa, i mobili e la tenda.
“Venga che le mostro la camera e il bagno” disse e si alzò seguita dalla sorella ridacchiante, senza avergli neppure offerto un caffé o altro: Non che Saro ci tenesse particolarmente, ma di solito un possibile inquilino si fa accomodare in una sala, gli si offre qualcosa, ma del resto la cifra era molto meno di quanto sperasse e, anche se la casa lo inquietava, come le sue proprietarie, viste e non viste, probabilmente non avrebbe potuto permettersi altro.
La camera era enorme, con un letto matrimoniale e due comodini in pendant; c’era anche un armadio guardaroba e un cassettone, aperti, probabilmente per non fare loro acquisire odore di chiuso: erano entrambi vuoti e, comunque, la stanza era pulita; c’erano anche una sedia e un tavolo quadrato su cui avrebbe potuto mangiare..
Poi passarono al bagno: scaldabagno a gas, vasca in ghisa smaltata con rubinetteria e telefono della doccia che parevano essere di ottone arzigogolato, poi c’era un lavandino microscopico e il water con l’asse malferma e niente bidet, come nelle case inglesi, francesi e di una volta; anche qui, comunque, la pulizia era accettabile.
La donna, Edvige, visto che la sorella non parlava, ma ridacchiava e scuoteva la testa, proseguì nelle regole della casa: “Le donna-anzianacambio le lenzuola una volta alla settimana e non ammetto ospiti, né donne, né uomini. Se le va bene, mi dica per quanto la vuole e da quando e mi lasci una caparra: centocinquanta vanno bene, possibilmente in contanti”.
A Saro non era stato concesso diritto di parola, fino ad allora: “Va bene – disse, la informò sul periodo che voleva trascorrere, a quel prezzo, anche un mese e mezzo e poi continuò – se mi permette vado in banca a prendere i soldi, perché con me ho solo assegni, ma ci metto due minuti al bancomat…”.
“Va bene un assegno” tagliò corto Edvige che pareva non vedesse l’ora di liberarsi di lui; lo fece riaccomodare in cucina e mentre lui compilava l’assegno, lei strappò un foglio da un block notes e gli scrisse una ricevuta.
Saro salutò e uscì con sollievo da quella casa, sperando che con l’estate si sarebbe abituato e distratto, di certo avrebbe passato il minor tempo possibile in casa, giusto per dormire.
Aveva concluso la trattativa, che non c’era stata, con la sua futura affittacamere dicendole che le avrebbe telefonato la data esatta del suo arrivo: “Non ho il telefono” rispose lei, quasi scandalizzata; “Allora le scrivo due righe per posta” si arrese Saro.
Alle diciassette aveva il treno per tornare a casa.

* * *

Tornò a Sestri e a casa Farina alla fine della prima settimana di luglio: tempo ne aveva, perché nel frattempo era passato direttamente dalla cassa integrazione al licenziamento, senza passare dal via.
Se non altro aveva ricevuto con straordinaria rapidità la liquidazione: sono sempre tutti molto premurosi quando ti danno un calcio nel didietro e ti mettono in mezzo ad una strada.
Scaricò la valigia e una borsa subito, poi attese che le inquietanti sorelle Farina uscissero per la spesa e portò in camera il resto dei suoi numerosi bagagli, cercando di mettere tutto nell’armadio e nel cassettone, di modo che l’arcigna Edvige non vedesse caos quando gli avrebbe cambiato le lenzuola e avesse di che fargli osservazioni.
Come previsto cominciando la vita di spiaggia, di giorno e passeggiate o pesca dal molo di sera, dopo cena e cercando di bagnantistare in casa il meno possibile, giusto per dormire, scordò un poco l’angoscia e l’irrequietezza che gli dava quella casa e le sue proprietarie.
Quasi sempre andava in rosticceria o al panificio “ai quattro canti”, prendeva focacce o torte salate e a mezzogiorno saliva alle panchine di pietra di San Nicolò per consumare il suo pasto e godersi fresco, tranquillità e la serenità che quel luogo gli infondevano; la sera a volte mangiava in camera, sul suo tavolo, oppure, tanto per mangiare qualcosa di caldo, si concedeva una pizza o una pasta al pesto con fagiolini e patate in una pizzeria piuttosto economica non distante dal suo alloggio.
Fu dopo una quindicina di giorni, l’unica volta che, visto che era domenica, si era concesso un pranzo diurno al ristorante, che stette male.
Poteva essere stato il fritto misto, che in effetti aveva uno strano sapore, oppure era solo un’influenza fuori stagione, sta di fatto che il lunedì si svegliò con mal di testa, nausea, crampi addominali e quindi rimase a letto con uno dei libri che si era portato, ma del quale interrompeva di frequente la lettura per cadere in un torpore malato, un sonno agitato che poco aveva del riposo.
Alle dieci e mezza sentì le sorelle Farina uscire, puntuali come ogni mattina, per andare a fare la spesa; a mezzogiorno si trascinò fuori a fatica per andare al più vicino bar a prendere almeno un tè caldo, panacea per buona parte dei malori, poi ritornò in camera e si appisolò.
A metà pomeriggio fu destato da una sorta di cantilena: pensava a un delirio della febbre che gli era montata piuttosto forte, ma poi le idee gli si schiarirono; si alzò per andare in bagno e realizzò che la nenia era reale, veniva da oltre la tenda off limits; va detto che a Milano Saro aveva un condomina buddista che al pomeriggio spesso riceveva altre persone della sua religione e si dedicavano a recitare dei mantra, li si poteva sentire stando sotto le loro finestre, in strada, visto che la donna abitava al piano terreno del caseggiato, ma questi erano diversi, era una nenia irregolare, che andava aumentando di volume, per poi calare di colpo e non era neppure una recita di rosario, ma i problemi di Saro, al momento erano ben altro dell’interessarsi su quel recitare che era ben più che di due o tre persone: parevano parecchie.
Tornò in camera, si addormentò e fece una tirata fino al mattino dopo, seppure il suo sonno fu agitato, irrequieto, pieno di vociimages recitanti, di passi avanti e indietro davanti alla sua porta, ma era impossibile distinguere il delirio dalla realtà.
Il mattino seguente si svegliò che era già tardi, le dieci passate e se i crampi erano passati, non lo erano il male di testa e la febbre.
Decise di chiedere alla signora Edvige o a Carlotta, sua sorella, o a chi diavolo ci fosse dietro la tenda, un’aspirina, del paracetamolo, qualcosa che mitigasse il suo malessere, quindi mise un paio di pantaloncini, una maglietta pulita al posto di quella fradicia di sudore malato e timidamente uscì dalla camera, scostò la tenda e chiese permesso: nessuna risposta, forse le sorelle erano già uscite, forse non sentivano le sue invocazioni.
Oltrepassò la tenda, oltre la quale si estendeva un corridoio che pareva infinito, buio, come il resto della casa, con camere chiuse su entrambi i lati di questo; la prima porta a sinistra era socchiusa: Saro buttò lo sguardo, oramai abituato all’oscurità, dentro la stanza: era una sala con vecchi divani di velluto rosso scuro con frange e fiocchetti dorati, ma nessuna presenza umana. Avanzò ancora: la porta successiva era chiusa, ma ne traspariva un debole chiarore, forse di candele; si fermò davanti a questa e tese l’orecchio, da dentro proveniva un sordo brontolio che non era russare, ma più che altro un rantolo, un respiro come di una persona con grosse difficoltà polmonari. Questo diventò sempre più forte, poi cessò di colpo: o la persona a cui apparteneva, forse la madre delle due donne, si era svegliata o era morta; sentì una voce che gli fece gelare il sangue, perché non veniva dalla stanza, ma da dietro le sue spalle, dove non c’era nessuno: “Entra” diceva, ma più che un parlare era un soffiare, un ansimare, come il gelido riso sommesso che seguì l’invito.
Saro fu assalito da un terrore e da un’angoscia che gli gelarono il sangue, forse gli avevano anche fatto passare la febbre; si girò e corse in camera sua, dove si chiuse a chiave e non uscì più per il resto della giornate: la risata, che non era umana, lo aveva inseguito fino a dopo la tenda.
Scordò tè e aspirine ed anche il libro: si tirò il lenzuolo fin sopra la testa quasi che questo lo potesse proteggere da ogni male; immaginava le sorelle informate da quella cosa oltre la porta, che venivano ad accoltellarlo per aver varcato la tenda, ma non successe nulla e si riaddormentò.
Si destò a tardo pomeriggio e di nuovo sentì i passi e quel recitare che, alla luce dell’esperienza del mattino, lo inquietava ancora di più.
Rimase in camera ancora tutto il giorno seguente, sebbene sfebbrato, senza incidenti o interessamento della signora Edvige, poi il giovedì, seppure ancora debole, uscì, andò in spiaggia, pur senza spogliarsi né fare un bagno di mare, ma il sole gli avrebbe fatto bene e quando si stancò di questo andò a prendere un trancio di focaccia e salì a gustarsela al fresco della chiesa sulla penisola.
Per il resto della sua vacanza non ci furono altri malori, non dovette più rimanere in camera e non incontrò quasi mai nessuna delle due strane sorelle.
Rimase fino alla penultima settimana di agosto: in fondo non era andata male come vacanza, aveva anche ritrovato un vecchi Immagine 107amico di vent’anni prima e se ne era fatti un paio di nuovi, ma con nessuno di essi aveva parlato delle sue esperienze, quasi vergognandosene.
Pochi giorni prima di partire, però, complice anche il maltempo che gli aveva impedito di andare in spiaggia, volle soddisfare la sua curiosità: a metà pomeriggio si appostò, nascosto, sul marciapiedi di fronte alla casa dove dimorava ed attese: ad un certo punto cominciarono ad arrivare persone strane, con abiti inadatti al caldo estivo: gonne lunghe, scialli, mantelli, ne entrarono almeno una ventina, probabilmente, anzi certamente gli autori di quelle nenie misteriose.
Curiosità soddisfatta a metà.
Il giorno seguente uno dei suoi nuovi amici, un sestrino purosangue, lo invitò a un brindisi d’addio sulla sua terrazza di casa che dava direttamente sulla Baia del Silenzio: “Allora, stai partendo: quando ti si rivede?”.
“ Sai, Battista, non so, così fuori stagione, il treno, l’albergo… io non so se avrò un nuovo lavoro quest’autunno…” rispose impacciato Saro.
“O belinun, per il treno cerchi un’offerta speciale su internet, e per l’albergo, ma quale albergo, vieni da me, qui posto ne ho e andiamo insieme a pescare e la sera giochiamo il tuo sussidio di disoccupazione a pinnacola!”.
Grande risata, grandi promesse e quell’estate finì.

* * *

E così Saro, che ad ottobre trovò un nuovo lavoro, tornò a Sestri Levante per le vacanze di Natale, che altrimenti avrebbe trascorso da solo ed andò a casa di Battista, ma presentandosi pieno di regali e cibarie.
“Ma senti un po’, non ti ho mai chiesto: quest’estate dove alloggiavi?” domandò una sera, quando tutti e due erano più che 10351977_10152047863496227_6199521639979823798_nallegri di vino delle Cinque Terre.
“Avevo una camera dalle sorelle Farina, in fondo a via Nazionale: le conosci?”.
Battista scoppiò in una risata che però era un po’ imbarazzata: “Hai corso un bel rischi: quella è una famiglia di streghe, lo sanno tutti qui a Sestri”.
“Beh, dai, magari non erano cordialissime, ma neppure così cattive: una mi pareva anche un po’ scema e poi avevano la madre inferma…”.
A questo punto Battista si fece serio, smise di ridere: “Non ho detto streghe in quel senso, ma streghe vere, che fanno magie e fatture e la madre è a capo della setta a cui appartengono molti altri del paese, streghe e stregoni e non è superstizione: un giorno ti racconterò certi episodi da farti accapponare la pelle. Ma se sei qui vuol dire che gli andavi a genio, o non ne saresti uscito vivo”.
Battista lo stava prendendo in giro? Forse, forse era solo superstizione di paese, ma ora si spiegavano molte cose.
Forse Saro sarebbe ancora tornato in vacanza a Sestri, ma di certo non sarebbe più andato dalle sorelle Farina.

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Pubblicato da su maggio 19, 2014 in Racconti

 

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