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IL GIORNO DELLA FINALE DI MATTIA

12 Mag

Il giorno della finale di Mattia

 

Mattia era teso e sudato, mentre aspettava lo sparo dello starter nell’ultima gara del decathlon olimpico: lui era nettamente in testa e si avviava a conquistare la medaglia d’oro, il sogno di una vita di sacrifici.
indexFin da piccolo Mattia aveva amato lo sport, tutti gli sport, ed aveva provato a praticarne parecchi: dal calcio al basket, dal tennis al ciclismo, ma quando, in terza media, il suo professore di educazione fisica l’aveva introdotto all’atletica, allora aveva capito quale fosse la sua vera vocazione.
L’unica incertezza riguardava la specialità da praticare: se la velocità era la regina dell’atletica, il mezzofondo aveva il fascino del mettere alla prova la propria resistenza; i salti davano la misura dell’armonia del corpo, ma i lanci rappresentavano la forza assoluta e primordiale dell’uomo.
Così, non sapendo scegliere, decise di fare tutte le specialità, o quasi: il decathlon, dieci prove massacranti alle quali solo dei super-uomini potevano sottoporsi.
Certo, non è facile conciliarle: se i lanci richiedono una muscolatura ipertrofica, i salti, invece, la vorrebbero più elastica.
Così la velocità pretende una struttura esplosiva, in contrasto con quella più flessuosa del mezzofondo, ma Mattia era riuscito a trovare il giusto equilibrio del suo fisico, tanto che in numerose specialità deteneva i record assoluti, cosa pressoché impossibile per un decatleta.
Da quando aveva iniziato a dedicarsi all’atletica, Mattia aveva volontariamente operato delle scelte che l’avevano portato a fare anche delle rinunce: niente amici, ragazze, discoteche o cinema. Lui si alzava alle cinque, andava ad allenarsi e poi, alle otto, era puntuale a scuola.
Il pomeriggio era dedicato dapprima allo studio e poi nuovi allenamenti e la sera alle nove andava a dormire. Molti altri suoi coetanei non avrebbero retto al sacrificio, ma per lui l’atletica era la vita stessa, e così non gli pesava fare delle rinunce: ubi major, minor cessat…
Aveva percorso tutta la trafila delle varie categorie: esordienti, juniores, fino ad arrivare alla categoria assoluta ed alla nazionale.
Aveva, naturalmente, avuto tutti i successi intermedi, conquistando titoli italiani ed europei in tutte le categorie, quasi P1140301sempre, oltretutto, accompagnati da record.
Ma il massimo per un atleta erano, naturalmente, le olimpiadi: Mattia c’era arrivato a ventisei anni, forse il culmine della maturità fisica e psichica, per un atleta.
I sacrifici dell’adolescenza erano nulla in confronto a quelli sostenuti per arrivare lì dov’era. Si era allenato per trecentosessantacinque giorni all’anno, compreso il giorno di Natale. Era rimasto troppo deluso dalla mancata convocazione, quattro anni prima, anche se, obiettivamente, allora era troppo giovane ed immaturo per un’olimpiade.
Ora era al suo top, era conosciuto, ammirato e rispettato in tutto il mondo, era imbattuto da quasi tre anni e arrivava alla finale olimpica da favorito: mai era successo prima ad un atleta italiano.
Nelle prime nove gare era sempre stato in testa e, logicamente lo era nella classifica generale. Aveva anche stabilito tre primati del mondo assoluti e si avviava a battere quello del decathlon, che già gli apparteneva: bastava solo che non sbagliasse l’ultima gara, i millecinquecento metri, un massacro dopo due giorni di fatiche immani.
Era teso, sudava, la mano destra poggiata sul ginocchio flesso, la sinistra dietro la schiena, spasmodicamente serrata per nascondere il tremito, mentre pensava e riviveva la sua vita e la sua carriera, e poi, finalmente lo sparo: fu l’ultima cosa che udì, prima del buio.
Mattia era paralizzato fin dall’età di due anni, legato indissolubilmente ad un respiratore meccanico. I suoi muscoli dovevano essere massaggiati ogni giorno per ore dal fisioterapista.
Aveva vissuto, anzi, era sopravvissuto fino ad allora, vale a dire per ventiquattro anni dopo la malattia, grazie alla lettura, che, però, poteva operare solo tramite un computer comandato da una cannuccia tenuta in bocca, ma soprattutto grazie alla capacità di sognare una vita normale, anzi, speciale.
A volte immaginava se stesso come uno scienziato da premio Nobel, a volte come un esploratore, ma il suo gioco preferito shepherd-center-tubeera stato sognare di essere un atleta, o meglio l’atleta migliore di ogni tempo. Si era così costruito il suo sogno perfetto, quello del decatleta alla finale olimpica.
Quando un ragazzo è ridotto nelle condizioni di Mattia, dietro ha dei familiari che soffrono come e forse più di lui: per loro non esistono vacanze, la vita sociale è ridotta al minimo, occorre fare dei turni per lavarlo, imboccarlo, controllare il funzionamento dei macchinari che lo tengono in vita. Ma il sacrificio maggiore è la coscienza della sua sofferenza, il vederlo decadere giorno dopo giorno.
Ora le condizioni di Mattia erano diventate critiche: i medici erano stati chiari, gli rimanevano pochi mesi di vita e sarebbero stati mesi di sofferenze inaudite; le piaghe da decubito erano oramai incontrollabili, i muscoli, nonostante la terapia, erano soggetti a crampi lancinanti e sempre più frequenti, il fegato non reggeva più le medicine.
Il padre di Mattia era quello che ne soffriva di più, si sentiva la persona più responsabilizzata: toccava a lui spegnere il respiratore, sarebbe toccato a lui pagarne le conseguenze, ma era l’ultimo regalo che poteva fare a quel suo figlio sfortunato, anzi, l’unico, visto che non era riuscito a donargli una vita normale.
Così spense le macchine proprio nel momento in cui Mattia, ad occhi chiusi, sentiva lo sparo dello starter: non sarebbe mai riuscito a sognare la medaglia, la premiazione, l’inno nazionale, eppure, mentre lo ricoprivano pietosamente col lenzuolo, sul suo volto bianco c’era l’ombra di un sorriso.
La gara di Mattia era finita.

inde

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Pubblicato da su maggio 12, 2014 in Racconti

 

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