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ROSA, ROSELLA, ROSELLINA

24 Apr

ROSA, ROSELLA, ROSELLINA

“Rosa, rosella, Rosellina,
oggi sei principessa,
domani sarai regina”

Il primo ricordo della vita di Rosa era questa filastrocca che il padre le cantilenava tenendole sulle ginocchia che alzava ed abbassava alternate, per poi alla fine far cadere la piccola all’indietro trattenendola all’ultimo momento.
Rosa aveva tre anni, era una bambina felice e, come tutte le femminucce, era in competizione con la madre ed innamorata del suo papà.
imagesRosa era figlia unica e si beava di avere per sé tutto l’amore dei genitori; la loro era una famiglia semplice, piccolo borghese, senza particolari esigenze: l’ideale per un bambino, o per una bambina, per essere felici e sereni.
Rosa attendeva solo che il padre ritornasse a casa dal lavoro la sera, lo aspettava, poi al suo ingresso gli si nascondeva dietro le gambe, girando quando lui si girava fingendo di non sapere chi ci fosse alle sue spalle e lei rideva, cercando di trattenere il suono della risata per non farsi scoprire, fino a che lui si girava di scatto, l’afferrava per le ascelle, la alzava a sé e la baciava: “Papà, pungi di barba, mi fai il solletico” protestava ridendo la piccola e ridevano insieme e c’era solo felicità, complicità, amore fra loro.
La madre assisteva, attendeva il suo turno per un bacio e lei no, non protestava per la barba pungente: c’era abituata.
Poi, verso i cinque anni della bambina (Rosa, rosella, rosellina), il padre perse il lavoro: l’azienda doveva licenziare per non chiudere ed a pagare erano sempre i più miti, quelli che non protestavano mai.
Qualcosa si ruppe e non sempre ciò che si rompe si può riparare; papà e mamma a volte gridavano, chiusi nella loro camera e Rosa non capiva cosa dicessero, perché parlavano a voce tanto forte, eppure erano nella stessa stanza, vicini.
La mamma di Rosa era una bella donna, elegante e ci teneva ad esserlo; spesso usciva con la bimba, andavano per negozi e tornavano a casa piene di pacchi e pacchetti con tanti bei vestiti, perché alla mamma piaceva cambiarsi spesso, avere sempre cose nuove e le piaceva che anche la sua principessina ne avesse.
La mamma non portava mai il cappotto dell’anno precedente: sì, le piaceva cambiare…
Almeno fino a che il marito non perse il lavoro.
Anche lei lavorava: aveva un impiego part – time e con solo quell’introito c’era poco da comperare vestiti, da avere cose nuove e nuovi cappotti.
E poi un giorno, anzi una sera, il papà di Rosa non tornò a casa e non lo fece neppure la sera successiva, né le altre a venire.
Alla mamma piaceva cambiare e così un giorno cambiò anche papà: venne a vivere a casa con loro un uomo che la bambina imagenon aveva mai visto, un bell’uomo elegante ed evidentemente ricco, da come vestiva, ma a Rosa piaceva di più il papà di prima, il suo papà vero, perché questo non giocava con lei al cavallone, non le dava i bacetti con la barba che pungeva, non le inventava filastrocche.
Non che la trattasse male: semplicemente non la trattava.
Papà, quello vecchio, quello vero, lo incontrava qualche volta per strada, nascosto dietro un angolo quando lei usciva dall’asilo e la tata la veniva a prendere: a volte puzzava di vino, a volte, se veniva a prenderla la mamma, lei lo sgridava perché lui non doveva essere lì.
Poi, un giorno, andarono tutti insieme in un grande palazzo che le avevano detto si chiamava tribunale e c’erano la mamma, lei, il papà vero e quello nuovo e un signore importante seduto in alto e tante altre persone.
Lei era per mano a mamma, dall’altra parte c’era il papà nuovo a tenergliela e accanto a loro un signore elegante e antipatico.
Alla loro destra c’era il papà vecchio con la barba lunga e un signore non così elegante, che lui chiamava “avvocato”.
Tutti parlarono a turno, tutti tranne lei ed alla fine il signore importante, dopo avere ascoltato tutti, disse delle cose che Rosa non capì, ma dopo la mamma e il nuovo papà si abbracciarono e si baciarono e papà vero andò via a testa bassa senza nemmeno salutare lei e la mamma: piangeva, o almeno così le sembrava.
Il suo papà adesso veniva a prenderla una domenica sì ed una no ed andavano sempre ai giardini, passeggiavano, manina nella mano; se Rosa chiedeva di andare al cinema o alle giostre, papà le rispondeva: “Ma no, stiamo insieme così poco che è un peccato andare al cinema e stare zitti o alle giostre dove non si può parlare”.
Però passeggiavano e non si parlavano lo stesso e se Rosa chiedeva il perché lui non stava più con loro, perché c’era papà nuovo, perché si vedevano solo la domenica e perché… lui non rispondeva, o piangeva di nascosto, fingendo di avere il raffreddore.
Chissà dove abitava papà vero? Non l’aveva mai portata a casa sua, neppure quando faceva freddo.
A volte non si faceva vedere alla domenica in cui toccava a lui venirla a prendere ed allora mamma diceva brutte cose su di lui e si arrabbiava.
Poi, una domenica, mamma le disse che sarebbe stata tutta la settimana con papà vero perché lei e nuovo papà dovevano andare via.
Quando lui arrivò la mamma gli diede una valigetta col cambio di vestiti per Rosa, lui disse qualcosa tipo: “Come faccio?”, mamma alzò la voce ed allora papà prese la valigia, prese lei per mano e la portò finalmente nella casa dove viveva.
Prima che uscissero Rosa vide che mamma dava anche a papà dei soldi…
masseria_intLa casa di papà non era proprio la reggia adatta ad una principessa: di sera c’era tanto buio, perché non c’era luce e l’acqua bisognava andarla a prendere a un rubinetto nel cortile e poi dovevano mangiare solo cose fredde perché non c’era neanche il gas, ma c’era il suo papà, il suo re, il re della principessa e tanto le bastava.
Lui la tenne a casa dall’asilo tutta la settimana, perché tanto non andava a lavorare ed era sempre triste e taciturno e mentre lei mangiava, lui invece beveva vino, soltanto quello.
La barba era così lunga che non pungeva neppure più e papà non aveva un buon odore: puzzava di vino e di sporco, ma era sempre il suo papà, il suo re ed era sempre buono e gentile con lei, anche se non rideva più, anzi spesso piangeva.
Una bambina della sua età non può ancora capire certe cose, certe situazioni: se ne sarebbe resa conto da grande, quando sarebbe stato il momento di soffrire per quello che era stato, ma a cinque anni non bisogna essere infelici, tristi, se si piange deve essere solo per un ginocchio sbucciato.
Finì quella settimana bellissima, la prima da sola lei e il papà, anche se lui parlava poco, ma c’era e Rosa tornò malvolentieri a casa di mamma e riprese tutto come prima: papà a volte veniva a prenderla la domenica, altre no.
Poi un giorno non venne più.
La mamma le spiegò che papà era stato tanto male, ma adesso stava bene, non sentiva più dolore.
Però Rosa sentì di nascosto che la mamma diceva a papà nuovo che era certa che il vino l’avrebbe ucciso, che ne beveva troppo.
Una mattina la vestirono bene, con abiti comperati apposta dalla mamma, ed andarono fin sotto alla casa di papà vero e mamma disse delle brutte cose sulla casa di papà e fece una faccia come quando si guarda un frutto andato a male, ma papà vero non c’era.
C’era invece una cassa di legno come quella dove avevano messo il nonno della sua amica Lisa quando era andato in paradiso.
Forse anche il suo papà era andato in paradiso per stare bene, perché era stanco di piangere da solo in quella casa senza carroluce ed acqua, solo che quando era andata a trovare la sua amica Lisa che “salutava “ il nonno c’era tanta gente, mentre dietro la macchina che portava la cassa col suo papà c’erano solo lei, mamma e papà nuovo; non c’era neppure il prete.
Da Lisa, ricordava, piangevano tutti, mentre stavolta mamma e quell’altro non versavano una lacrima.
Si rese conto che non avrebbe mai più visto il suo papà, non sarebbe stata mai più nella loro reggia e non avrebbe mai più ascoltato la sua voce, le sue filastrocche, sentito la sua barba che le faceva tanto solletico.
Non le importava se la reggia era brutta, non elegante come casa di mamma e papà nuovo: lì c’era il suo papà e lei era felice di esserci stata.
Allora, solo allora, Rosa capì, li guardò, lasciò la mano di mamma e corse avanti, dalla macchina che aveva il portello posteriore alzato perché altrimenti la cassa non ci stava, poi toccò la cassa che spuntava da dietro e si mise a piangere: sapeva che doveva farlo per il suo papà, il suo papà vero.

 

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Pubblicato da su aprile 24, 2014 in Racconti

 

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