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DOPO L’INCIDENTE

08 Apr

 

DOPO L’INCIDENTE

 

Un’umida notte d’inizio marzo, la strada scivolosa, poche auto in giro a quell’ora, giusto quelli che, come Mauro, ritornano da una nottata di divertimento “no limits”, poi quei fari che sembrano penetrare nella testa che già ti fa male e l’auto che non risponde alla frenata e inizia a girare su se stessa come una ballerina impazzita, fino ad andare ad abbracciare un albero al indexbordo della strada.
A questo punto Mauro perse i sensi.
Quando si risvegliò, rivide l’ultima immagine che ricordava: le luci; solo che queste erano azzurre e intermittenti. Subito non capì, né ricordò; ci pensò la fitta al torace e il getto di sangue che gli uscì dalle labbra a ricordargli l’incidente e fargli realizzare che quelle luci blu erano lì per lui: ambulanze, polizia stradale, poi i pompieri, dei quali udiva le voci senza capire le parole.
Un rumore assordante, quello della sega elettrica che cercava fra le lamiere una strada per arrivare a lui, gli aumentò il dolore in modo esponenziale. Poi perse di nuovo i sensi.
Continuò così per diverse volte: svenimenti, ripresa dei sensi, poi il dolore che te li fa perdere di nuovo, i rumori che ti entrano nella testa ed allora ti rifugi nel sonno.
Dopo il buio fondo, questa volta non vide più le luci girevoli, ma la tenue luce bianco rosacea dell’alba.
Mauro non era più uno degli “sbarbati” del sabato sera: aveva da poco superato la trentina, ma rifiutava, come un Peter Pan troppo cresciuto, di diventare adulto.
Per lui la vita non era responsabilità, ma divertimento; c’era l’università, ma quella poteva aspettare, perché la discoteca, le ragazze, i due mesi di vacanza estivi, il mese a Natale e i quindici giorni a Pasqua, non servono niente a cinquant’anni, quindi la vita va goduta appieno e il più a lungo possibile quando è il tempo, anche se per lui, forse, era già un po’ tardi.
Sicuramente non era cattivo, ma incosciente, questo si: lui, con le ragazze era quello di “una botta e via” e loro, quindicenni, diciottenni, ventenni, prima venivano adescate dai suoi occhi blu e dalla sua aria di perenne ragazzino vissuto e vizioso, poi si trovavano ad essere gettate via con una buona dose di rimpianti.
Lui era estremo in tutto: nel sesso, nel bere, nell’uso di droghe. Intendiamoci, non che fosse un tossicodipendente, ma non esitava a provare senza remore qualunque polvere, pillola o liquido che gli venissero offerti.
E poi c’erano i fine settimane senza orario: due giorni di divertimenti sfrenati, di corse in auto, di mezza Italia attraversata per provare una nuova festa o un nuovo locale.
E così era arrivato a quell’abbraccio fatale col platano paziente ad aspettarlo, da anni, al lato della strada.
Ora si sentiva lucido: sapeva di avere delle cannucce infilate nel naso, ma non lo infastidivano, così come non sentiva più imagesdolori: probabilmente gli avevano somministrato dei sedativi.
Pareva che tutti i suoi sensi se ne fossero andati lasciando solo la vista: una vista acuta ma con un campo limitato, come se guardasse il mondo dal buco di una serratura; pensò che probabilmente aveva qualche bendaggio che gli limitava il campo visivo.
Si rese conto che l’ambulanza era ferma, per cui dovevano essere oramai all’ospedale: era abbastanza lucido, quindi gli era andata bene, l’incidente non era poi stato così grave, anche senza cinture di sicurezza.
Si accorse che veniva spostato, anche se non percepiva le mani sul suo corpo, ora vedeva le cose da una prospettiva un po’ diversa, più alta, per cui dedusse che l’avevano caricato su di un’altra barella; poi si rese conto, dal cambiamento continuo della sua visuale, che si stava muovendo; un sobbalzo, segnalato da un improvviso lampo bianco di qualcosa superiore al suo punto vista, sicuramente il gradino di accesso al pronto soccorso.
Ma che ospedale era mai quello con simili barriere d’intralcio!
Il primo corridoio sembrò non finire mai, poi una curva e una rampa in discesa: ma non c’erano ascensori?
Malasanità-risarcimentoProbabilmente, pensò, era un piccolo ospedale disorganizzato di un paesino sperduto, sicuramente il più vicino al luogo dell’incidente (che non sapeva assolutamente dove fosse avvenuto).
Al termine della discesa ci doveva essere una grata sulla quale le ruote della lettiga sobbalzavano: meno male che la cosa non gli procurava dolore.
Ad un certo punto, a forza di sobbalzi, vide il pavimento (e c’era proprio una grata) avvicinarsi velocemente: era caduto dal lettino. In malo modo fu afferrato e risbattuto sul suo giaciglio; bella maniera di trattare un ferito! ma l’avrebbero scontata cara: aveva abbastanza conoscenze da fargliela pagare per tutto il pressappochismo con cui era trattato.
Anche il percorso sulla grata gli parve infinito, ma forse erano i sedativi che gli alteravano la percezione del tempo, certo che, a parte ciò, era stranamente lucido e vigile. A volte sapeva che si faceva proprio così: evitare che i pazienti perdessero i sensi.
Gli parve, ad un certo punto di quel bizzarro percorso di guerra, che dalla grata salisse una strana luce rossastra, ma se erano scesi, dovevano essere nei sotterranei e, quindi, verosimilmente vicini alla caldaia.
Fu di nuovo afferrato e gettato su un’altra lettiga che, questa volta ne era certo, avanzava su sassi e terreno sconnesso; i muri di lato erano molto vicini, come in uno stretto budello, ed erano scrostati e con larghe chiazza di umidità.
Vide sfrecciare un topo su di una cornice della parete che, pensò, doveva provenire direttamente dal Guiness dei primati e, dietro di lui, una processione di scarafaggi giganti.
Finalmente si fermarono: pensò che il percorso dall’ambulanza a dove si trovava dovesse essere durato ore e chilometri.
Come spesso accade nelle situazioni drammatiche, gli venne in mente una stupidaggine: pensò al film “L’aereo più pazzo del mondo” e fece un paragone con questo che gli sembrava essere “L’ospedale più pazzo del mondo”.
Fra sé e sé immaginò che presto sarebbe comparso un dottore con la faccia da Americano che, con la bocca incollata a uninde pupazzo gonfiabile, avrebbe gridato: “Lo stiamo perdendo, lo stiamo perdendo!”.
Ma non arrivò nessun dottore con nessuna faccia: era rimasto solo per un tempo interminabile e immaginò che, se fosse stato in grado di udire, lo spazio intorno a lui sarebbe stato pieno di viscidi squittii di esseri immondi ed inimmaginabili: gli parve persino che gli stessero camminando addosso come per prendere coscienza di quello che sarebbe stato il loro banchetto. Ora aveva paura.
Qualcuno passò e urtò la barella che fece mezzo giro su se stessa.
La sua visuale era di nuovo cambiata, solo che sudava abbondantemente e il sudore gli annebbiava la vista: faceva un caldo tremendo, forse per la vicinanza con la caldaia; certo che mettere un pronto soccorso vicino alla centrale termica era roba da terzo mondo!
Vide di sfuggita che c’erano molte altre barelle, e questo spiegava l’attesa: forse c’era stata un’emergenza, forse un disastro ferroviario, o un pullman, ma nessuno si muoveva e nessuno veniva a prenderli.
Al di là delle barelle c’era una porta a vetri: riuscì a decifrare una scritta in rosso fatta a mano sul vetro: “ACETTAZZIONE”, c’era scritto, proprio così, sgrammaticato e scritto male; da dietro il vetro giungevano ancora quei lampi rossastri: e no, ora basta, non era possibile che l’accettazione fosse nello stesso locale insieme alla caldaia o che ci fosse dentro un caminetto! Aveva la rabbia furibonda di chi sta passando dalla paura al terrore.
blatteDistolse lo sguardo proprio nel momento in cui la porta a vetri si aprì lasciando uscire qualcuno, insieme a un lampo rosso, una ventata rovente e una zaffata di odore sulfureo.
Non era riuscito a vedere chi era uscito, ma solo il termine di una barella che spariva dietro i battenti.
Ora si concentrò sulla porta e, dopo un tempo infinito, questa si riaprì con conseguenti lampo, caldo e odore, e ne uscirono due robusti personaggi dalla faccia rossastra, sicuramente per i riflessi di ciò che ardeva all’interno; dovevano essere gemelli, perché entrambi avevano due rigonfiamenti, forse due grosse cisti sulla fronte e, quando si girarono per portare all’interno un’altra barella, gli parve che dietro di loro qualcosa sferzasse l’aria.
Altro tempo infinito (ore, giorni?), poi la porta si aprì: altri due inservienti, anzi no, gli stessi con la fronte deforme, e un’altro sventurato portato all’interno.
Dopo varie volte di questo dentro e fuori, che gli parve durare un’eternità, si rese conto che toccava finalmente a lui con un misto di sollievo e paura; ora, però, i due barellieri stavano dietro di lui e, quindi, erano usciti dal suo campo visivo senza che fosse riuscito ad osservarli attentamente.
La porta sembrava allontanarsi, come quando una cosa è molto distante, ma poi cominciò ad avvicinarsi rapidamente e, dietro il vetro smerigliato e sporco, intuiva alte fiamme dietro ad un personaggio gigantesco che, in trasparenza, sembrava essere addirittura munito di ali: forse quello era il suo dottore e, man mano che Mauro si avvicinava con la sua lettiga alla porta, faceva caldo, sempre più caldo, un caldo tremendo, anzi, UN CALDO INFERNALE.ima
A volte capita che qualcosa non vada come deve: lui non avrebbe dovuto essere vigile, né accorgersi di nulla prima che giungesse il suo momento.
Tanto più che nell’incidente lui era morto sul colpo.

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Pubblicato da su aprile 8, 2014 in Racconti

 

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