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UN PIACEVOLE INCONTRO

31 Mar

UN PIACEVOLE INCONTRO
Giuliano era sulla metropolitana: il solito viaggio quotidiano in automatico, tanto da non ricordarsi né di aver timbrato il biglietto, né di aver sceso le scale.
Metropolitana-MilanoEra finalmente tardo pomeriggio, l’ora di tornare a casa, tanti pensieri che frullano per la testa, gli ultimi ritagli di quanto è successo al lavoro durante la giornata, frammenti di cose imminenti da fare: tutto sommato nulla di buono, nulla per sé, di personale.
Che cosa gli era successo? Da troppo tempo aveva messo in soffitta se stesso e la sua vita da vivere con gioia: gli rimaneva un tran-tran monotono e privo di emozioni. Giuliano non sapeva che quel pomeriggio particolare gli avrebbe, a breve, riservato qualcosa che avrebbe sconvolto il monotono quotidiano.
In un momento di stasi fra un pensiero rivolto al collega con cui aveva discusso e un altro rivolto agli impegni imminenti: banca, posta, ufficio imposte, il suo sguardo incrociò quello del suo dirimpettaio su quel vagone della metropolitana troppo presto degradato da vandalismi e incuria. Il ragazzo che sedeva di fronte a lui poteva avere una quindicina d’anni, l’età in cui un adolescente maschio sboccia, costruisce il suo fisico con forme adulte, abbandonando la morbidezza di curve dell’infanzia e lo guardava sorridendo.
Aveva uno zaino ricoperto di scritte in inglese, forse nomi di band musicali, forse titoli di canzoni e vestiva come i suoi coetanei: giaccone di marca di quelli da infilare dalla testa, pantaloni a vita bassa, scarpe slacciate; a parte questo non assomigliava per niente ai suoi coetanei, che sembravano fatti in serie.
Nel momento in cui i loro sguardi si incrociarono, la cosa lo turbò, come sempre si è turbati quando si è sorpresi a guardare una persona, quasi a lederne la privacy, ma al suo dirimpettaio non sembrava affatto dare fastidio il suo sguardo. ivif11
Giuliano aveva paura che si notasse l’interesse con cui lo fissava, ma non poteva farne a meno, perché quel giovinetto era proprio bello e questa considerazione lo turbò.
Un uomo non è abituato a giudicare neutralmente la bellezza di un individuo del suo sesso: è più facile per una donna dire di un’altra che è bella, ma in un maschio questo sembra sempre presupporre un interesse sessuale deviato.
Con un ragazzo, poi… A Giuliano non era mai capitato di pensare a una persona del suo sesso con interesse sessuale; a dire il vero era da anni, forse dall’adolescenza, che aveva riposto in quella sua personale soffitta anche qualsivoglia idea sul sesso.
A volte provvedeva da solo alle proprie esigenze, ma più per routine che per sfogo di un istinto normale.
Del reso anche di quello si vergognava: un uomo adulto che si sollazza come un dodicenne gli appariva una cosa fuori posto, una turbativa della piattezza alla quale si era votato.
A pensarci bene, le uniche esperienze sessuali che aveva avuto, un quarto di secolo addietro, era stata con coetanei, ma a quell’età è normale masturbarsi insieme o a vicenda, poi, trascorsa quella fase di età e sessualità, aveva rinunciato a pensare al sesso a due come a un diversivo di una vita che non gli piaceva.
Ma da qui a sentirsi attratto da quel ragazzo sconosciuto che non cessava di sorridergli… forse, pensò, lui era in realtà un omosessuale mai dichiarato, soprattutto non a se stesso.
Alla fermata della stazione centrale la maggior parte dei passeggeri discese e il vagone rimase pressoché vuoto: lui, il suo dirimpettaio e pochi altri, seduti all’estremità opposta del vagone. Senza cessare di sorridere il ragazzino si alzò a andò a sederglisi accanto; Giuliano sentì il cuore accelerargli e le gote infuocarsi: doveva essere visibilmente arrossito. “Dura una giornata di lavoro, eh” gli disse il ragazzo e la sua voce era scanzonata come il suo sorriso “anch’io torno ora da scuola: che palle!”.
Ora gli era stata passata la palla, avrebbe dovuto rispondere qualcosa, ma non sapeva cosa: non è poi così frequente essere abbordato da un ragazzo, un adolescente bello da morire che gli aveva sconvolto i sensi e le sua convinzioni di vita.
Qui, comunque, interviene l’esperienza, che ti suggerisce come agire per non fare la figura dell’imbranato totale: “Che scuola fai?” gli chiese.
Una domanda di una banalità disarmante, ma che comunque gli consentiva di rimandare la palla al di là della rete. Per un momento trovò tutto così assurdo: quel posto, quella partita di tennis, l’essere abbordato da un ragazzino, l’essere lì a rispondergli senza potersi staccare da quella situazione; del resto il suo interlocutore non era solo un bel ragazzo, era proprio la bellezza con la “B” maiuscola. Sì, forse la sua era stata da sempre una forma di omosessualità latente e l’essersi allontanato dal sesso quando gli era venuto a mancare l’alibi della giovanissima età, altro non era che un nascondere la cosa a se stesso.
Del resto, se sul lavoro Giuliano era un mediocre, se la sua vita era più piatta di un lago al tramonto, non era comunque uno stupido né uno sprovveduto. “Faccio quinta ginnasio” fu la risposta del ragazzo che servì a toglierlo dai suoi pensieri e riprecipitarlo in quella situazione che, seppure imbarazzante, cominciava a non dispiacergli: fosse capitata ad un altro uomo, del resto, avrebbe probabilmente troncato molto prima il colloquio. “Sai una cosa – continuò il giovane – oggi è venerdì, i miei sono partiti per il week end e sono a casa da solo: potremmo andare a mangiare una pizza insieme e poi divertirci un po’…” e qui lasciò in sospeso la voce,dando luogo ad ogni tipo di sottinteso.
Non pensò neppure per un attimo che il ragazzo volesse dei soldi: non gli pareva il tipo, d’altra parte lui non era sgradevole d’aspetto, ma neppure così attraente da aspettarsi di essere oggetto d’interesse, un interesse che andava via, via sempre più assumendo un’unica direzione. “Non so neppure come ti chiami” disse Giuliano; “Se è per questo neanche io – rispose l’altro – comunque sono Pietro”, gli porse la mano sorrise ed in quell’ultimo sorriso l’uomo definitivamente si perse.

Gli parve di aver balbettato un “Giuliano” al quale erano seguiti orari e luoghi, ma non ne era poi così certo. Si rividero alle venti nel luogo prestabilito; Pietro si era fatto, probabilmente, una doccia, comunque s’era lavato i capelli, perché erano lunghi, vaporosi, luminosi. Indossava una polo bianca ed era, se possibile, ancora più bello.
imagesAndarono in una pizzeria discreta, non troppo vicina a casa di nessuno dei due ed il ragazzo parlava, parlava, ma l’uomo non l’ascoltava: era solo capace di guardarlo, ammirarlo ed amarlo. Dopo la pizza si avviarono a piedi verso la casa di Giuliano: non c’era stato bisogno di stabilire nulla, perché tutto era prestabilito dal destino.
Appena entrati, giusto il tempo di aprire la porta e il ragazzo gli mise le braccia al collo e pose le labbra sulle sue, dentro le sue.
Si avviarono abbracciati verso la camera da letto; mentre Giuliano ancora titubava, Pietro si tolse la maglietta, lasciandolo senza fiato per l’eccitazione di quel torace nudo: peccato per quella serie di macchie scure, lividi verosimilmente, che aveva sul petto e sul dorso: non pensò a gusti masochisti, ma forse a un pestaggio di qualcuno che non aveva gradito le sue avances. Pietro proseguì togliendosi i pantaloni, le scarpe, le calze, fino a rimanere in boxer.
L’uomo era letteralmente senza fiato: con mani tremanti cominciò anch’egli a spogliarsi lentamente, vergognandosi, quasi, di mostrare il suo corpo che non poteva competere con quello del suo imminente amante, sentendosi umiliato dai primi peli bianchi sul petto, ma poi la gioia, la passione, ebbero il sopravvento: a lui, che mai aveva avuto slanci nella vita, ora era dato questo immenso dono divino; perché rovinare tutto ponendosi domande e creandosi remore moralistiche? Caddero anche le ultime barriere e i due, finalmente nudi, si abbracciarono, si baciarono, si amarono senza riserve in tutti i modi possibili, senza dover chiedere o concedere nulla.
Alla fine entrambi si accasciarono sfiniti; Giuliano si addormentò con sul viso, probabilmente, l’ombra di un’estasi simile a sarcoma-kaposiquella di chi ha avuto una visione mistica.
Non aveva neppure fatto in tempo a domandarsi il perché di tanta felicità all’improvviso, né ad accordarsi col ragazzo per rivedersi, per stabilire una relazione che durasse nel tempo.
Quando Pietro fu sicuro che il suo ospite fosse profondamente addormentato, lentamente e in silenzio si rivestì ed uscì.
Come fu sferzato dal fresco della notte oramai fonda, fu assalito da pensieri e ricordi: il bastardo che l’aveva violentato tre anni prima nei cessi di un cinema, che lo aveva infettato, con la malattia che ora avanzava sempre più velocemente, che deturpava la sua pelle, il suo bel corpo. Quelli che ora sembravano lividi, sarebbero presto diventati bubboni, piaghe, segni manifesti della sua vergognosa malattia.
Dal momento della sentenza dei medici, la conclamazione, per lui era esistito solo il desiderio di vendetta e la decisione, prima che fosse troppo tardi, di portarne via con sé il maggior numero possibile di quei porci.
Pianse, per un attimo, pensando a quanto poco gli restava, poi il dolore fu più forte della auto-commiserazione.
Peccato: questo forse era più dolce, con la sua goffa timidezza, diverso dagli altri… quanti?
Aveva perso il conto, ma no, non era diverso, era uno che non si faceva scrupolo di andare a letto con un ragazzino, non meritava che di morire, lentamente, come gli altri e come lui stesso. Pietro s’avviò verso casa con un sorriso amaro sulle labbra.

 

 

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Pubblicato da su marzo 31, 2014 in Racconti

 

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