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L’EROE

13 Mar

L’EROE

15° Torneo Baia delle Favole - 29 Aprile -1° Maggio 2007 067

Giacomo era una persona semplice, ci voleva talmente poco per capirlo che nessuno lo faceva e spesso veniva frainteso.

Semplice nei gusti, nelle abitudini, nessun grillo per la testa, tanto amore da dare a tutti con semplicità e gentilezza, ma quell’amore nessuno lo voleva, perché era un amore puro, senza secondi fini: amore per le persone, gli animali, i luoghi.

Giacomo aveva anche provato a fare dello sport a livello agonistico, ma con il suo carattere era stato una frana: indexgli spiaceva battere gli altri, vederli patire per una sconfitta, così preferiva perdere lui, perché a lui non dava poi così tanto dolore la sconfitta, anzi gli dava gioia il sorriso del vincitore.

Così faceva tutte quelle attività che non richiedevano l’umiliazione di un’altra persona, come nuotare al mare, o in piscina se si era d’inverno, per il piacere di farlo e basta.

E poi qualche passeggiata in bicicletta, qualche corsetta, un po’ di tennis se trovava qualcuno disposto a fare palleggi senza necessariamente dover contare i punti e i set.

Poi, come tutti gli italiani, non disdegnava il calcio, ma anche in questo caso non partite con agonismo allo spasimo, ma preferibilmente i “passaggi e tiri” fatti al campetto libero che c’era accanto alla superstrada o, a Natale, Pasqua e d’estate, in spiaggia, dove si fa più fatica, ma non ci si fa male anche se si cade o ci si tuffa.

Sì, perché Giacomo non era neppure un gran cuor di leone: non proprio un fifone, ma neppure un indomito eroe coraggioso.

Forse era uno dei pochi arrivati alla soglia dei trent’anni senza aver mai fatto a botte, neppure da ragazzino, neppure da bambino.

Già, trent’anni senza slanci, l’università terminata con discreto ritardo, visto che il suo scarso agonismo e la sua pavidità si mostravano anche durante gli esami: o aveva paura a presentarsi e quindi rimandava l’appello di mese in mese, oppure si bloccava rendendo molto meno di ciò che valeva e di quanto sapeva.

Poi si era accontentato di un lavoro non esaltante e non proprio coperto d’oro, ma a lui bastava il minimo per sopravvivere: forse era un mediocre, forse una persona speciale, di certo unico nel suoi genere.

Come detto amava tutti, soprattutto i più indifesi, in cui forse si identificava: i bambini e gli animali, i cani childrenbrazilok_268926_653395soprattutto.

Però non era uno di quelli che andavano per strada ad accarezzare ogni cane che passava, perché i cani captano la paura, forse l’odore dell’adrenalina ed allora gli abbaiavano, gli ringhiavano e lui li amava, li temeva, ma li rispettava.

A volte si lanciava coi cuccioli, con i cani di piccola taglia, ma sempre chiedendo al proprietario, o alla proprietaria: “Posso accarezzarlo? Morde?” e solo dopo essere stato rassicurato lo accarezzava, si faceva leccare le mani e il viso.

Una volta incrociò in spiaggia un uomo dall’aria spavalda e strafottente con al guinzaglio un bellissimo cucciolo, ma pur sempre di una razza di taglia grande e di indole tutt’altro che pacifica: “Si lascia avvicinare?”  chiese timidamente al proprietario.

“Certo…” rispose ghignando l’uomo.

Lui allungò la mano e per poco l’animale non gli staccò un paio di dita.

Giacomo aveva il cuore in gola per il rischio corso, ansimava, chiese: “Ma, ma…?”.

Non mi ha lasciato finire – rispose l’altro – stavo dicendo: certo che si lascia avvicinare, altrimenti come fa a mordere…” e scoppiò in una fragorosa risata seguito dal suo codazzo di amici, evidentemente anch’essi fatti della sua stessa pasta.

aggressività-nei-caniQuello a cui la spiritosaggine non era piaciuta era Giacomo, ma non disse nulla e se ne andò, inseguito dalle risate di scherno del gruppo di idioti.

Da quella volta il suo rispetto – timore per i cani si intensificò, in ricordo della brutta esperienza.

Come detto, Giacomo amava andare in vacanza sempre nello stesso posto, lo stesso paesino della Liguria, uno dei pochi con una vera spiaggia.

Ci andava da quindici anni per un paio di mesi d’estate dedicandosi a nuoto, spiaggia, lettura di giorno e cinema la sera; a volte cercando di pescare, ma con scarsi risultati: meglio così, lui parteggiava anche per i pesci.

Oltre che nei mesi estivi vi ci si recava nelle vacanze natalizie, partendo il giorno di Santo Stefano, in modo da passare comunque il Natale in famiglia, e poi a Pasqua, quei miseri cinque o sei giorni concessi in quel periodo dove il tempo s’allargava, le giornate si allungavano e sarebbe stato bello godersi più a lungo i primi tepori.

Conosceva ed era conosciuto un po’ da tutti, in quel paese, perlomeno dagli habituè: già alle nove di mattina era in spiaggia a vedere i cani correre, i bambini giocare a pallone.

A volte qualcuno dei ragazzini più grandicelli lo invitava a giocare, in attesa che arrivassero gli altri, quelli abbastanza numerosi da organizzare una partita; passaggi e tiri in porta e lui preferiva fare gli assist agli altri che tirare.

Alcuni genitori lo guardavano con sospetto: un uomo adulto che gioca coi bambini: non avrà mica secondi fini? Come detto è difficile capire la semplicità delle persone.

La spiaggia era dunque il dominio dei bambini e di cani che sfrecciavano liberi e felici di quella libertà, spesso 3778899-cane-da-pastore-tedesco-alsazia-che-giocano-sulla-spiaggiasfiorando anche il terrorizzato, dalla vecchia esperienza, Giacomo.

Spesso arrivava un enorme pastore tedesco, fuggitivo dal negozio della sua proprietaria che giungeva poco dopo trafelata chiedendone notizie; era un cane buono, che tutti i bambini accarezzavano, talmente buono che si azzardava ad accarezzarlo perfino Giacomo.

Unico neo, non sopportava i cani piccoli, in particolare i barboncini.

Una mattina passò per la spiaggia una signora con al guinzaglio un barboncino toy color crema, piccolissimo e abbaiante; poco dopo giunse Rocky, il pastore tedesco fuggiasco che, appena lo vide, gli si scagliò addosso, sopraffacendolo.

La padrona del barboncino piangeva ed urlava, impotente: “Aiuto, aiutatemi, me lo ammazza!”. I bambini curiosi ed eccitati avevano fatto cerchio intorno per assistere all’impari duello fra i due cani.

Giacomo, stavolta, non ci pensò su due volte e agì d’impulso, sprezzante del pericolo e del rischio personale: afferrò con le due mani la pelle della schiena del lupo e lo tirò indietro, mentre la donna, vicino all’isteria, canerecuperava il barboncino scosso ma incolume e si dava alla fuga.

I bambini, gli adulti, tutti i presenti, applaudirono ammirati Giacomo, l’eroe del momento; anche genitori non diffidarono più di lui: un eroe non può essere cattivo.

In fondo ci vuole poco ad essere un eroe o a sentirsi tale, basta fare le cose giuste al momento giusto.

eroe

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Pubblicato da su marzo 13, 2014 in Racconti

 

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