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SOLO DUE RIGHE IN CRONACA

04 Mar

SOLO DUE RIGHE IN CRONACA

 

Una giornata che inizia come tante: grigia, monotona.

La sveglia, il caffè, l’auto, gli ingorghi, il lavoro, il lavoro, il lavoro…

indexMonotono, sempre uguale, frustrante.

Una vita senza slanci, fatta di insoddisfazioni, ma almeno c’è la pausa pranzo,un momento per tirare il fiato, uscire da quell’ufficio – prigione.

Quattro passi, tanto per non ritrovarsi al bar più vicino con i colleghi; non che siano antipatici, ma sono insulsi, inutili, scontati con le loro battute sempre uguali e monotematiche.

Così in quel locale piccolo, senza tavolini, un po’ più lontano, puoi fare ciò che ti è più congeniale: startene da solo.

Ordino un panino, uno semplice, non di quelli dai nomi esotici, ad effetto; poi un caffè, eh sì, quello ci vuole, per riaffrontare altre quattro ore di un lavoro che non mi piace, che non mi dà nulla di profondo, che non sento utile a nessuno, se non a me per sopravvivere, pagare le bollette e la spesa.

Prima di uscire mi avvicino all’espositore coi giornali gratuiti e ne prendo una copia che leggerò in piedi, camminando, mentre mi avvicino all’ufficio, tanto so già che saranno sempre le stesse notizie…

Prima pagina: politica, tiro dritto; seconda e terza pagina, politica estera; figuriamoci!

Poi inizia la cronaca nazionale e locale e, in quinta pagina, solo due righe in cronaca: “Uomo ucciso mentre cercava di sedare una rissa”.

In poche parole c’è la cruda descrizione del fatto, ma non riesco a leggere oltre, oltre il nome: Riccardo B. !

Gli occhi mi si riempiono di lacrime e tutto diventa confuso: il giornale, i titoli, le parole.

Lui, Riccardo, il mio miglior  amico per tanti anni, non proprio dall’infanzia, ma dai quattordici anni, quando si 2452195-bulliriesce finalmente a capire cosa sia l’amicizia vera, e poi per tutte le superiori, i primi anni di un’università iniziata insieme ed abbandonata quasi contemporaneamente: io per la mia cronica insoddisfazione, lui per necessità, per la morte dei suoi genitori che lo costringeva a rimboccarsi le maniche e cercare un lavoro per mantenersi.

Abitavamo vicini, ma non lo sapevamo, non ci eravamo mai incontrati, o forse l’avevamo fatto senza notarci a vicenda: d’altra parte a quell’età difficilmente si guardano i coetanei del proprio sesso, con tutti gli ormoni in subbugli si ha più occhio per le ragazze, magari quelle più grandi, quelle truccate, con la minigonna, mentre le tue compagne si infagottavano in jeans e maglioni.

C’incontrammo al mare, in vacanza: io ero alle prese con ragazzi del posto che si erano fatti minacciosi senza motivo e lui accorse in mia difesa.

Era sempre così: io mi mettevo nei guai, lui doveva sempre fare il cavaliere senza macchia e senza paura, intervenire in difesa di donne, bambini e più deboli.

Del resto a quattordici anni era già un metro e ottanta abbondante e la sua sola fisicità scoraggiava chi, per il fatto stesso di prendersela coi più deboli, era vigliacco per definizione.

Quando quegli altri se ne andarono lui mi cinse le spalle con un braccio, cosa che mi mise un po’ in imbarazzo, e mi portò via dalla spiaggia. Andammo a piedi fino al porto, anche se le nostre biciclette erano lì, legate a una transenna sulla passeggiata a mare e cominciammo a parlare. Presto dimenticammo l’episodio di poco prima e ci orientammo verso le solite cose da ragazzi: il calcio, le ragazzine, dove abiti, la scuola, cosa fai, lo sport, la famiglia.

In poche decine di minuti scoprimmo che non avremmo mai potuto fare a meno dell’amicizia uno dell’altro.

Scoprimmo che abitavamo a non più di trecento metri di distanza l’uno dall’altro a Milano e giurammo che la nostra amicizia sarebbe durata anche dopo le vacanze: anzi, che sarebbe durata per sempre.

Sognavamo avventure insieme, progettavamo i nostri anni futuri, che avremmo sempre fatto le vacanze insieme, amiciche saremmo andati insieme a divertirci, a cercare le ragazze, che non ci saremmo mai sposati e avremmo fatto i cialtroni con le donne per tutta la vita.

In realtà eravamo due timidoni e di conquiste ne facevamo ben poche; sì, anche Riccardo, così spavaldo coi prepotenti, per poi diventare un coniglietto spaurito davanti a una ragazza: un coniglietto dalle guance rosse.

C’era una cosa che ci crucciava: era l’estate in cui eravamo appena usciti dalla scuola media e ci eravamo già iscritti al liceo e non era lo stesso per entrambi; avremmo voluto essere nella stessa scuola e nella stessa classe, ma non importava: questo non sarebbe comunque stato un ostacolo alla nostra amicizia.

E infatti questa proseguì per tutti gli anni del liceo: ci vedevamo dopo la scuola, studiavamo (per modo di dire) insieme tutti i giorni, uscivamo il sabato e la domenica pomeriggio, visto che a quei tempi due minorenni non avevano l’autorizzazione dei genitori ad uscire la sera.

Praticamente costringemmo le nostre rispettive famiglie a frequentarsi, a diventare amiche come noi lo eravamo.

L’anno della terza liceo i miei decisero di cambiare luogo di villeggiatura, ma fui invitato a trascorrere l’intera estate a casa della famiglia di Riccardo, così anche quell’anno non ci fu negata l’occasione di stare insieme per due mesi ed oltre.

Di giorno avevamo mille cose da fare: la spiaggia, il tennis, il calcio, a volte venivamo invitati da un vicino di ombrellone ad andare a pescare in barca con lui, al largo, caricandoci di sgombri guizzanti come la nostra vitalità, come la nostra giovinezza, mentre di sera andavamo al cinema e poi, in camera, al buio, avevamo mille cosa da rivivere, da raccontarci, da progettare.

Finì anche il liceo e c’iscrivemmo all’università; anche qui scegliemmo due facoltà diverse: temevamo che stavolta qualcosa sarebbe cambiato, che avremmo avuto meno occasioni di vederci, ma così non fu.

Venne il quarto anno di università e un giorno Riccardo mi telefonò in lacrime: in nove anni non lo aveva mai visto piangere, neppure essere triste o, almeno, lo simulava bene, ma stavolta era successo qualcosa di grave.UpkPfA5XLjgjXre6B39H5UOaE2cQETl+as0+kABjAA8=--

Un incidente d’auto lo aveva reso di colpo orfano di entrambi i genitori.

Per alcuni mesi cercò, con la sua forza che era sempre quella del gigante buono che mi aveva salvato da ragazzino, di tirare avanti, ma le spese erano tante, i soldi lasciati dai suoi finirono presto e lui, a malincuore, dovette lasciare gli studi e iniziare a lavorare per mantenersi.

Ora il tempo per noi era molto minore, non riuscivamo più a vederci tutti i giorni; anch’io ero depresso, forse perché non avevo più il suo sostegno.

Entrai in crisi e lasciai gli studi anch’io, fra la disapprovazione dei miei.

Trovai lavoro fuori Milano: ora ci si vedeva solo il sabato e la domenica, poi non tutti i week end e poi le nostre strade si divisero, si persero: non lo vedevo e non lo sentivo da anni; mi dicevo spesso: “Ora gli telefono” ma rimandavo sempre. Ora non avrei più potuto farlo.

Mi sarebbe rimasto il rimpianto e, soprattutto, si era chiusa definitivamente una pagina della mia vita e ciò che era cambiato non sarebbe mai più ritornato.

Questo non faceva certo bene al mio morale: forse con lui era morto un po’ di me, forse io ero morto molto Cutter_insanguinato_foto_darchivioprima di lui, quando lo aveva lasciato andare senza più cercarlo.

Non sapevo neppure se si fosse fatto una famiglia sua, non lo avrei mai saputo.

Infatti decisi di non andare al funerale: a quel punto sarebbe stata solo ipocrisia.

Era troppo tardi per rivederci, troppo per ritornare ad avere quattordici anni.

 

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Pubblicato da su marzo 4, 2014 in Racconti

 

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