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LO ZIO

08 Feb

LO ZIO

 

A Milano c’è una zona che fino a pochi anni fa era periferia: una periferia con ancora prati, poche botteghe familiari, persone che si conoscevano tutte fra di loro, che si salutavano ogni mattina dalla bicicletta con cui andavano al lavoro, gente che si aiutava in caso di bisogno.

uffici-delle-ferrovie-dello-stato-alla-stazione-di-porta-garibaldiC’era, in quel tempo, un numero elevato di piccole officine con pochi dipendenti: anch’essi arrivavano in bicicletta con già indosso la tuta blu e la molletta all’orlo dei pantaloni affinché non s’impigliassero nella catena e pure loro facevano parte di questo piccolo mondo antico.

Ora quel quartiere sta diventando la città della moda: hard discount e mini market hanno soppiantato il droghiere, la merciaia, il vinaio degli anni cinquanta.

Le piccole officine sono state spazzate via dalla grande industria, che a sua volta a spesso dovuto soccombere alla concorrenza straniera, e le biciclette sono state soppiantate dalle station wagon e dai fuoristrada.

Ma in questo quartiere c’è ancora qualche via corta e abbastanza tranquilla, anche se girato l’angolo c’è il frastuono dei locali alla moda, quelli del brunch, dell’happy hour, dove persone finte proletarie e finte malvestite, con jeans stracciati che costano più di un completo da ufficio, trascorrono i fine settimana che loro definiscono “alternativi”.

In una di queste vie dove il tempo ha rallentato, più o meno a metà di essa, c’è una palazzina sorta al posto di una di quelle officine di cui si diceva poco fa, costruita intorno alla metà degli anni sessanta con la pretesa di essere un po’ più elegante delle vecchie case degli anni trenta che l’affiancavano e la fronteggiavano.

La facciata è ricoperta di eleganti piastrelle rettangolari rosso scuro, ma ora non ha più quell’aspetto così medio borghese, imbrattata com’è di scritte e graffiti che non la diversificano più così tanto dal resto delle case della stessa via.

I condòmini di questa palazzina sono quasi tutti imparentati fra di loro, salvo un paio di famiglie.

Una di queste era, fino a poco tempo fa, composta da due giovani sposi, conviventi con la nonna del marito e index2suo figlio, uno zio il cui cervello era, da tempo, o forse da sempre, emigrato altrove.

Spesso succede che i matti siano simpatici e divertenti, ma lo zio in questione non lo era affatto e destava avversione già al primo impatto.

Vestiva, estate e inverno, uno stesso paio (o forse più paia tutte uguali) di pantaloni che arrivavano a mala pena alle caviglie; portava sempre un cappello di feltro verde troppo piccolo per la sua testa ed aveva costantemente fra le labbra un lungo bocchino armato di sigaretta (il più delle volte spenta).

Nella stagione più fredda indossava un vecchio cappotto fuori moda di un marrone indefinibile (quello che, una volta, si definiva “color can che scappa”), mentre dalla tarda primavera e per tutta l’estate il suo abbigliamento era costituito, oltre dai pantaloni suddetti, da una camicia azzurra (o forse più camicie tutte uguali) a mezza manica.

Mai rinunciava, comunque, al cappello verde con la corta piuma infilata nella fascia.

I capelli, almeno da quanto s’intravedeva sotto il suo copricapo, erano corti e radi, e portava una barba, senza baffi, che gli contornava il viso in un modo che aveva un ché di osceno.

La sua malattia mentale emergeva, fra l’altro, dal fatto che, per strada, spesso parlava, brontolando, fra sé e sé, con una voce stridula e che, forse nei periodi peggiori, prelevava dai tergicristalli delle auto in sosta gli indeximmancabili volantini pubblicitari, li stracciava in quattro parti e li gettava a terra: si poteva capire se lui era passato poco prima, dalla lunga scia di carta a terra, quasi che l’uomo fosse un Pollicino cresciuto di età, ma mai di testa.

Per il resto, comunque, pareva tranquillo.

Successe un bel giorno che la sposina rimase incinta: l’appartamento non era molto grande ed era necessario attrezzare per tempo una cameretta per il bambino in arrivo (e per il fratellino che sarebbe arrivato un paio d’anni più tardi).

Alberto, il giovane marito e futuro padre, si diede, allora, da fare per trovare un appartamentino in zona per la nonna e lo zio matto; in poco tempo ne trovò uno in un’altra palazzina dignitosa, situata nella strada vicina e a non più di duecento metri dalla loro, così che potesse continuare ad occuparsi dei parenti, che, per età e salute mentale, non erano certo autonomi.

Trovò anche una gentile e dolce signora ucraina che accettò di dare una mano ai due, nonostante lo zio non piacesse molto neppure a lei; in compenso la donna anziana era deliziosa e l’accolse come una figlia.

Naturalmente tutte le domeniche e le festività varie, madre e figlio venivano invitati a pranzo dal premuroso nipote.

Poi, finalmente, venne al mondo il bambino, un maschietto, e allora lo stato mentale dello zio peggiorò; la diagnosi fu semplice: gelosia.

Le persone deboli, gli animali, i malati, sono spesso gelosi dell’attenzione che i bambini attirano da parte di tutti e che viene sottratta a loro.

Così lo zio, ogni volta che il piccolo neo-arrivato veniva portato in mezzo ai parenti, cominciava a brontolare fra sé, con quella voce stridula e, spesso, prendeva il suo cappello e se ne andava a caccia di volantini da disperdere per il quartiere.

Come detto, dopo un paio d’anni Raffaele, il primogenito di Alberto, ebbe un fratellino, Fulvio, e a questo punto lo zio era veramente esasperato: nessuno più in famiglia s’accorgeva di lui, né gli parlava, neppure l’anziana imagesmadre che, quando si ritrovavano per i loro pranzi festivi, era tutta in brodo di giuggiole per i due pronipoti.

Così, il più delle volte, lo zio scemo rifiutava gli inviti a pranzo e andava a sfogare la sua rabbia sulla pubblicità da parabrezza.

Trascorsero alcuni anni e Raffaele cominciò la scuola elementare, Fulvio l’asilo e, nelle riunioni familiari, i due bambini tenevano ancora più banco, recitando poesiole, raccontando le loro piccole grandi avventure scolastiche, uscendosene con battute che, per il loro candore e spontaneità, suscitavano ilarità ed applausi nei parenti e rabbia nello zio.

Altro tempo passò; i radi e corti capelli dello zio spuntavano ormai grigi da sotto il cappello, sempre lo stesso, e nuove manie si aggiungevano al suo dossier: da un po’ di tempo, ad esempio, quando si recava in farmacia per i suoi periodici acquisti di tonnellate di psicofarmaci per sé ed altre medicine varie per la madre, oramai ultra novantenne, faceva incetta di pasticche alla menta che alternava alle sigarette fumate col bocchino.

Nessuno in famiglia aveva mai pensato di limitargli alcunché: né fumo, né medicine, né caramelle; d’altra parte, diciamocelo chiaramente, non si può voler bene o preoccuparsi più di tanto di una persona con la quale non si può comunicare e una sua eventuale dipartita sarebbe stata solo una liberazione per tutti, anche se nessuno l’avrebbe ammesso apertamente.

Se la madre viveva insieme a lui e se il nipote e la moglie se ne occupavano, era solo per senso di responsabilità e dovere familiare.

Gli anni passavano anche per i due bimbi, cresciuti ignorando totalmente lo zio che consideravano alla stregua di un abituale oggetto d’arredamento; coi bambini è così: per farsi amare occorre amarli.

Venne, infine, il tempo della prima comunione di Raffaele, per la quale si organizzò un rinfresco in casa con tutti i parenti, una dozzina in tutto, compresi la bisnonna e lo zio.

Questo era, però, troppo per la mente malata dell’uomo: per lui non c’era mai stato un rinfresco o un festeggiamento.

Andò così dal farmacista abituale e, oltre le medicine e le Valda, chiese, con quella sua voce simile a un velenogessetto su una lavagna d’ardesia: “Topi, tanti: veleno!”.

Molto imprudentemente il farmacista gli credette ed acconsentì alla sua richiesta.

Ma non c’erano topi a casa dello zio: c’era, invece, una macedonia con panna da condire col topicida a casa del nipote. Ne mangiarono tutti in abbondanza, compreso lo zio stesso.

I primi malori comparvero nel giro di un paio d’ore.

La prima a morire fu la donna più anziana, seguita dal pronipote ultimogenito.

Le ambulanze arrivavano a schiera nella tranquilla via, ma c’era ben poco da fare, data la quantità di veleno ingerita dai commensali.

Ad uno ad uno morirono tutti, vomitando sangue e fra spasmi tremendi, ancor prima di giungere in ospedale.

Si salvò solo, grazie ad una lavanda gastrica impietosa, lo zio matto che, dopo l’avvelenamento, divenne ancora più scemo.

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Pubblicato da su febbraio 8, 2014 in Racconti

 

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