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UNA STORIA DAL PASSATO

15 Gen

UNA STORIA DAL PASSATO

(liberamente ispirato ad una poesia di Trilussa)

Martino e la sua famiglia abitavano in campagna, ma mamma Laura e papà Gustavo lavoravano lontano da quel piccolo paese dove non c’era nulla di nulla e così il bambino, fino a tarda sera, era affidato alle cure e all’attenzione di nonna Lena.

La donna aveva quasi settantacinque anni, ma contrariamente a tante sue coetanee che grazie a trucco, abbigliamento, parrucchiere e… chirurgia, parevano top model, lei i suoi anni li dimostrava tutti ed anche qualcuno di più.

indexErano stati gli anni di privazioni, la prima infanzia durante la guerra, la vita di lavoro nei campi con tutte le stagioni e i clini e le vicende della vita che le avevano pesato e che le pesavano sul fragile corpo di donna anziana.

Vestiva di nero, come le vecchie di una volta, coi capelli grigi raccolti in una treccia attorcigliata poi a crocchia sulla nuca e il suo viso era una rete di piccole rughe, forse una per ogni compleanno passato nella vecchia casa rurale.

Era quasi sera, le ombre cambiavano luce e forma; nonna e nipote stavano davanti al camino ora spento dell’ampia cucina e alla finestra che sovrastava questo.

La donna era seduta su una vecchia poltrona a fiori oramai lisi e indefinibili, il bimbo era invece accucciato sul gradino del camino spento oramai da mesi.

Come sempre nonna Lena stava facendo un lavoro a maglia per l’adorato nipote, come il gilet senza maniche multicolore che lui aveva scelto e che ora indossava; il prossimo sarebbe stata una giacca di lana pesante per andare a scuola d’inverno, una scuola fredda e antica, ma ora doveva fare dei gomitoli di lana dalle matasse che aveva acquistato al mercato con la sua misera pensione di anzianità.

Di solito era Martino a reggere le matasse, mentre lei aggomitolava veloce il filo sulle mani nonostante queste fossero deformate dall’artrite e dagli anni, ma quel pomeriggio aveva voluto fare lui i gomitoli, anche se con quelle manine piccole e delicate faceva fatica ed allora a volte il filo si spezzava e lui frignava, perché quel giorno 1530408_607071559358194_722113019_nera così: forse covava qualcosa, un’influenza, un raffreddore, ma era capriccioso, noioso, aveva mille domande a cui non dava il tempo di rispondere, ammesso che nonna avesse avuto le risposte.

Nonna, perché viene buio? E perché ci sono l’inverno e l’estate? E come fanno a nascere i frutti? E perché la legna brucia, ma le pietre del camino no? Perché quelli che vivono in Australia non cadono giù dalla terra?”.

A molte di quelle domande la donna non avrebbe proprio saputo come rispondere: non aveva la cultura per farlo era così perché… era così, da sempre, ma capiva le curiosità del nipotino, anche se quando cominciava con i perché era un vero tormento e lei sapeva dove sarebbe andato a finire ben presto: “Nonna mi racconti una storia?”.

“Veramente sono stanca, ho un po’ di sonno e adesso non ne ricordo nessuna”.

“Dai, una storia sola, quella dell’uomo nero che è stato ammazzato dal nonno, dai, dopo non ti chiedo più nulla. Era un uomo cattivo, vero? Era venuto a casa un giorno che nonno non c’era e ti voleva fare del male?”.

Forse tutti i “perché?” erano solo un trucco infantile per sfinirla, per indebolire le sue difese.

* * *

No, non era cattivo e di nero aveva solo i capelli: era giovane, bello e gentile…

Nonna Lena si era sposata tardi e la sua unica figlia non era venuta subito: la loro non era una famiglia  molto prolifica ed anche sua madre aveva avuto solo lei ed anche tardi e poi sua figlia aveva avuto Martino per miracolo e non ne erano venuti altri di figli.

Aveva sposato nonno Aldo che, in pratica, l’aveva assunta come governante gratuita: governante, serva, lavandaia ed amante.

L’aveva di fatto reclusa in casa ed era un uomo rozzo, a volte violento, incapace di qualsivoglia dolcezza.

La sera la lasciava in casa da sola con mille lavori ancora da fare e lui andava in bicicletta in paese all’osteria a giocare a carte con gli amici, a bere, soprattutto; poi quando tornava pretendeva da lei i suoi doveri coniugali, anche se il più delle volte s’addormentava a metà del… lavoro e lei doveva spingere il suo corpo massiccio di lato, a russare e renderle difficile il prendere sonno.

cucina con camino p. terraPoi, nella cascina vicino alla loro casa era arrivato quel lavorante così giovane, tanto più di lei, allegro, gentile e scherzoso.

Lei lo guardava dalla finestra, cercando di non farsi vedere, guardava ed ammirava il suo torace nudo, glabro ma tonico, i suoi pettorali, il suo addome piatto, non gonfio di vino come quello del marito e avrebbe voluto… avrebbe voluto baciare il suo petto, suggere il suo sudore, carezzargli la schiena intonsa, quasi da adolescente.

Poi si vergognava di quei pensieri immorali ed allora attaccava un rosario inginocchiata davanti alla statuetta della Madonna che era sempre stata in quella casa, che era stata di sua madre e di sua nonna e chiedeva perdono di quelle idee di lussuria, di tradimento del dovere coniugale.

Poi, un giorno, lui, Luigi e nonna Lena, che allora era solo madre da poco, si incontrarono davanti a casa: in realtà lei aveva finto di dover andare nell’orto a raccogliere insalata solo per incontrare lui da vicino.

Lui l’aveva salutata con un sorriso e con la gentilezza che lo contraddistingueva e lei si rese conto di amarlo da come le batteva il cuore: allora scappò via frettolosa.

Ma il giorno seguente uscì ancora per incontrarlo e poi ancora ed ancora e poi… successe.

Cominciarono a parlarsi, a confidarsi, poi lui le chiese un bicchiere d’acqua e lei lo fece entrare in casa e lui lasciò perdere l’acqua e la baciò e Lena si lasciò andare alle sua carezze e gli baciò le spalle e il petto e il collo.

Lo chiamarono, ma lui promise: “Domani”.

E ritornò tutte le volte che poteva.

Finalmente lei si lasciò andare a quel peccato che reputava inammissibile per la sua morale: l’amore; disse: salone sottotettoDomani mio marito va al mercato, vieni, ti aspetto di sopra” era la prima volta che si davano del tu: prima si erano baciati e corteggiati, ma sempre usando il lei..

E si alzò presto a preparare la colazione al marito, poi, partito lui, si lavò bene nella tinozza, si profumò leggermente con l’acqua di rose e attese.

E Luigi arrivò, si tolse tutti i vestiti, la raggiunse sotto il lenzuolo e lei per la prima volta capì il vero amore.

Ma sul più bello sentirono un rumore da basso: lui era tornato; come e chi l’avesse avvertito non si seppe mai: “Presto, sul tetto” gli disse la donna e Luigi, infilati i soli pantaloni e preso in mano il resto della sua roba s’arrampicò sulla scala che dalla camera portava al tetto.

Errore fatale: da lì non aveva via d’uscita, o saltare giù e sfracellarsi o affrontare l’uomo.

Nonno Aldo in due balzi fu in camera; ignorò la moglie, ma estrasse di tasca il coltello che aprì con tre movimenti del polso, tre scatti secchi, scatti di morte.

Poi vide il lucernario aperto e si arrampicò lassù senza fretta, pregustando il momento in cui avrebbe lavato l’onta subita.

Che uomo sarebbe stato davanti ai vicini se gliela avesse fatta passare liscia?

Lena li sentì sopra di lei: era paralizzata dalla paura e dalla vergogna.

Si alzò, indossò una vestaglia sul corpo nudo ancora caldo e profumato di quello di lui e corse via, da basso, fuori, dai vicini di casa a chiamare qualcuno, i soccorsi, i carabinieri, che li fermassero, che facessero qualcosa.

Quando arrivarono le guardie trovarono Aldo seduto in cucina, sulla poltrona a dondolo: fumava tranquillo la pipa, a terra accanto a lui un bicchiere di vino e il coltello ancora sporco di sangue.

Se ne andarono con l’uomo ai ceppi e con il corpo di Luigi coperto da un lenzuolo del corredo di Lena.

Nonna Lena non amò mai più un altro uomo per il resto della sua vita.

Aldo prese dieci anni, aveva le attenuanti: omicidio preterintenzionale, ma aveva lavato l’onore suo e della moglie.

Per tutti lei era stata aggredita, per tutti era meglio pensarla così.

Trascorsi i dieci anni Aldo uscì, ma non tornò mai più in paese… si sa come sono i paesi, come ti guardano prima con ammirazione e poi storto e ti evitano quando passi per strada.

* * *

Martino era troppo piccolo per comprendere bene quella storia, perché a sette anni non si può capire l’amore: per lui nonno Aldo, che non aveva mai conosciuto, era un eroe senza macchia e senza paura che aveva salvato la nonna dall’orco che le voleva fare del male.

Aveva sentito tante volte quella storia, l’unica che la nonna conoscesse.

La sera si avvicinava, l’albero di limone che c’era appena fuori dalla finestra sopra il camino proiettava ombre fluttuanti nella cucina, le ombre serali, quelle più tristi.

imagesMartino frignava perché non riusciva a tenere il gomitolo oramai ingrossato con le sue manine di bimbo, allora lo passò alla nonna, tese le braccia ad accogliere la matassa e il filo correva ad ingrossare ulteriormente il gomitolo e una di quelle ombre ondeggianti nella cucina attraversò lo spazio fra nonna e nipote, forse era un’anima che spezzò il filo di lana e poi si allontanò insieme alle altre ombre.

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1 Commento

Pubblicato da su gennaio 15, 2014 in Racconti

 

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Una risposta a “UNA STORIA DAL PASSATO

  1. jual dipan minimalis

    giugno 6, 2016 at 11:42 pm

    Thanks for your personal marvelous posting!

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