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AI SENSI DI LEGGE

08 Gen

AI SENSI DI LEGGE

 

Carlo fu svegliato di soprassalto al mattino presto, o almeno presto per lui: erano a mala pena le sei e lui dormiva profondamente dopo una notte agitata dai suoi mille problemi fisici ed esistenziali.

Carlo – la voce dall’altra parte del filo era piagnucolante, anzi proprio singhiozzante e al primo istante fece casa_soqquadro3fatica a riconoscere Tito, il suo miglior amico da oltre vent’anni .- Carlo, aiutami, mi sta sfasciando casa..” e riprese a singhiozzare.

Carlo aveva la pressione bassa: appena sveglio faceva fatica a ingranare sia fisicamente che psichicamente.

Si grattò la testa quasi a stimolare la corteccia pensante: “Calmati e parla bene che non si capisce una mazza; chi ti sta sfasciando casa, come, perché?”.

Era sempre stato così Tito: si perdeva in un bicchier d’acqua, non era capace di reagire, di prendere le decisioni appropriate.

A parole era un rivoluzionario, uno di quelli che da soli sarebbero in grado di risolvere i problemi del mondo, ma poi si faceva mettere i piedi in testa da chiunque ed allora spesso chiamava lui in aiuto, il suo amico del cuore fino dai tempi delle scuole medie.

Una, una che non conosco. È qui con una mazza e mi spacca tutto”.

“E tu chiama… oh, all’inferno: arrivo”.

Si vestì in tutta fretta ed uscì di corsa senza il tempo di lavarsi, ma quello era il meno: mica doveva andare a donne, ma senza neppure bere un caffé e per lui che aveva la pressione bassa era un problema ingranare senza un po’ di caffeina che gliela tirasse su quel tanto da essere in grado di ragionare e di agire.

Tito abitava abbastanza vicino: non c’era bisogno di prendere l’automobile o altri mezzi di trasporto.t6

Fece la strada di corsa, rallentando al passo quando cominciò a girargli la testa.

La casa del suo amico era al piano terreno di un piccolo condominio a due piani, cinque famiglie in tutto, affittuari, tranne il proprietario dell’immobile che occupava da solo tutto l’ultimo piano.

Erano tutti in strada, un paio di donne in vestaglia, gli uomini vestiti in qualche modo, come chi è svegliato al mattino presto da una calamità naturale e tutti guardavano male il povero Tito: chissà cosa aveva combinato per scatenare le ire di quella belva impazzita.

Carlo accelerò il passo, raggiunse il gruppetto di condomini impotenti.

Ma che è successo?”  chiese fra un ansimare e l’altro, sperando che ciò che diceva fosse intelligibile.

Tito riprese a singhiozzare più forte: “Giuro, non lo so… dormivo… ha suonato, mi ha spinto a terra e con una mazza ha cominciato a sfasciare tutto, tutte le mie cose..” non riuscì a continuare. “Ma avete chiamato la polizia?”  domandò con senso pratico Carlo – risolve, come lo chiamava Tito.

Intervenne una donna di mezza età stringendosi la vestaglia alla gola, un po’ per il fresco mattutino, un po’ per pudore davanti all’estraneo: “Certo, cosa crede? – rispose con malagrazia, offesa che si mettesse in dubbio la capacità di intervenire di loro gente per bene, di quelli a cui non sfasciano la casa – ma hanno detto che c’è la polizia_4_8-300x225visita di un capo di stato ed al momento tutte le pattuglie disponibili sono all’aeroporto perché si temono disordini. Han detto che manderanno qualcuno appena possibile”.

Carlo borbottò una serie di imprecazioni e male parole: “Già, appena possibile e intanto quella sfascia tutto!”.

Ciò detto partì come una furia; se Tito era un temporeggiatore, lui era fumino, s’incendiava subito e spesso non si riusciva a fermarlo e neppure lui riusciva a fermarsi.

“Carlo, no” gli gridò Tito, che ora si cominciava a pentire d’averlo chiamato e, magari, de metterne a repentaglio l’incolumità, quindi partì dietro di lui.

La porta del modesto bilocale del piano terreno era socchiusa; Carlo la spalancò del tutto con un calcio: con tutto quel casino non era proprio il caso di formalizzarsi.

Rimpianse di non avere una pistola, ma col suo carattere si sarebbe messo nei guai più di una volta: la sua teoria era che se si ha un’arma bisogna essere disposti ad usarla.

La donna era alta, oltre un metro e ottanta, di età indefinibile, poteva avere venticinque anni come cinquanta; borbottava cose senza senso e nel frattempo sollevava una grossa mazza, lunga non meno di un metro e sicuramente con un peso che ne avrebbe reso difficile l’uso anche a lui, che pure era un uomo di trentasette anni bene in forma, e con quella menava botte terrificanti a mobili, oggetti, muri, pavimenti.

“Ehi!” urlò Carlo furibondo un po’ per tutto: per aver perso il sonno, per non aver bevuto il caffé, per non aver svuotato la vescica che ora gli doleva, per il male che stavano facendo al suo amico del cuore.

Ehi – ripeté – parlo con te brutta stronza schizzata col cervello in pappa, smettila subito o ti rompo la testa con la tua stessa mazza del cazzo!”.

La donna si fermò ansimando, si appoggiò con entrambe le mani alla mazza e li guardò con occhi assenti.

Ma chi è, la conosci? bisbigliò all’amico che l’aveva raggiunto, sfidando la propria pavidità – non è che è una che ti sei fatto ed ora si vendica?”.

Scoppiò a ridere, lo fecero entrambi, era un riso nervoso, come spesso accade nelle situazioni drammatiche. “No, ti giuro…” e giù di nuovo a ridere.

Intanto la polizia non arrivava, perché i cittadini pare abbiano solo dei doveri, non dei diritti; eppure le tasse le pagavano loro, non il capo di stato in visita ufficiale per farsi una cena a spese dei contribuenti con un altro paio di centinaia di parassiti.

La donna alzò lo sguardo verso di loro, ma non era ben sicuro che li vedesse, borbottò qualcosa , poi li ammonì puntando verso di loro l’indice della destra: “Vi faccio bruciare da Dio!”. Ecco, un’invasata religiosa, pensò Carlo.

“E io ti spacco il culo! – le rispose l’uomo simulando una calma che non aveva.

Va bene che quella era armata ed era forte, una forza data dalla follia, ma lui era un uomo, andava in palestra, aveva fatto anche arti marziali per alcuni anni.

La pazza estrasse un accendino dal vestito sformato e lungo fino alle caviglie che indossava: “Bruceremo, bruceremo tutti nelle fiamme dell’inferno!”.

Ora proprio Carlo non la reggeva più: era uno di quei momenti in cui ringraziava di non avere un’arma sotto mano: “Comincia a bruciare tu, peccatrice di sto cazzo, almeno la fai finita!”  le urlò imbestialito.

Fu un attimo: dall’altra tasca la donna estrasse una bottiglietta di non si sa cosa, se la versò addosso, avvicinò 2227089836l’accendino e in un attimo fu una torcia vivente, senza emettere altro suono che risa di follia.

Tito fece per slanciarsi a fare non si sa bene cosa, ma Carlo lo fermò: “Lasciala bruciare, nessuno la rimpiangerà. Tanto quella i soldi per ripagarti i danni non ce li ha”.

Fuori, intanto, si sentivano finalmente le prime sirene della polizia e, forse, di un’ambulanza: proprio come nei telefilm americani, arrivano i nostri… quando tutto è finito; quando il primo agente entrò il corpo aveva oramai smesso di bruciare ed era una massa fumante e maleodorante.

Il poliziotto si fece raccontare cosa fosse successo, ci pensò un po’, poi chiamò un collega: “Ai sensi di legge vi devo arrestare per istigazione al suicidio ed omissione di soccorso di questa poveretta”.

A Tito venne di nuovo da piangere, a Carlo venne, invece, da ridere e rideva ancora anche mentre gli mettevano le manette.

WCENTER 0WIFCHMJOH  -  ( Luca Toni - ambulanza cantiere edile1.jpg )

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Pubblicato da su gennaio 8, 2014 in Racconti

 

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