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IL DONO

30 Dic

IL DONO

 

Non appena un bambino inizia a parlare, e quindi a ragionare, uscendo da quella sorta di nebbia nella quale ha vissuto per un anno e mezzo o poco più, prende anche coscienza del proprio corpo, della propria mente e delle capacità che questi sono in grado di sviluppare.

pranoterapiaIl bambino sa ciò che è in grado di sollevare, ha nozione del fatto che una posata va portata alla bocca e non in un occhio e prende anche spesso coscienza del bene e del male.

Daniele aveva, però, qualcosa in più degli altri bambini, e, forse non così presto, ma comunque se ne rese conto già da bambino, senza che nessuno gliene avesse parlato.

Daniele aveva il dono e, quando se ne rese pienamente conto, ne fu sconvolto: possedeva, sì, qualcosa di straordinario, ma si rendeva anche conto di non poter usare tale capacità.

Per alcuni anni dell’infanzia, poi, questa consapevolezza fu momentaneamente archiviata in un recesso della sua mente.

Si risvegliò con la pubertà: improvvisamente si rese conto nuovamente di avere quell’importante e preoccupante fardello da portare, ricordò che non poteva usarlo, e questo sconvolse la sua adolescenza.

Venne poi l’età adulta, quella della piena maturità e, con questa, il rimorso per non poter manifestare al mondo questa sua caratteristica unica.

Ne provava ad ogni occasione una profonda pena e cercava solamente il modo di compensare questa sua ritrosia.

Nessuno sapeva, nessuno gli rimproverava nulla, né lo avrebbe fatto anche se avesse saputo: il suo era un comportamento perfettamente normale.

Ma vallo a spiegare con chi è quotidianamente a contatto con le miserie della vita e col dolore delle persone.

Così Daniele si fece un punto d’onore di rimediare a quella che lui considerava vera e propria vigliaccheria. prano

Fin da quando avrebbe dovuto svolgere il servizio militare, optò, invece, per il servizio civile, buttandosi anima e corpo nell’assistenza dei più sfortunati.

Terminato questo periodo, ci fu la laurea, seguita dalle prime esperienze lavorative.

Nonostante questi impegni, decise che avrebbe dedicato il proprio tempo libero, non allo sport, o agli amici o alle ragazze, ma a tutti coloro che avevano bisogno d’aiuto e, in particolare, ai bambini.

Si offrì come volontario presso una casa famiglia per ragazzini disadattati, abbandonati, maltrattati.

Inizialmente la sua offerta fu accolta con sospetto: ci sono molti individui che si dedicano ai bambini per secondi fini.

Così il ragazzo fu dapprima assegnato ai lavori più umili: pulizie, lavori pesanti, autista dei pulmini.

Col passare del tempo, quando fu chiaro che i suoi intenti erano sinceri, fu sfruttato per le sue capacità, assegnandolo al doposcuola dei ragazzi più bisognosi.

Ciò che riuscì a fare con questi ragazzi ebbe quasi del miracoloso, poiché l’amore con cui vi si dedicava toccava il cuore anche dei giovani più difficili.

Ma, nonostante tutto, Daniele non riusciva ad essere felice: su di lui pesava il possesso del dono come una spada di Damocle.

Date le sue capacità, lo dedicarono a un nuovo servizio, una specie di sportello d’ascolto al quale erano ammessi anche ragazzi esterni, con gravi problemi, inviati dalle scuole della zona.

Sentì vicende terribili, sconvolgenti, a volte le sue parole erano di conforto, altre volte non riuscì a fare nulla, poiché nulla era possibile fare.

malati-terminali2Nell’ultimo periodo, fra i ragazzi che frequentavano il suo servizio, ce n’era uno al quale Daniele si affezionò ben presto più che agli altri.

Andrea era un ragazzino dodicenne biondo, con i capelli lunghi e gli occhi azzurri: lo si sarebbe potuto scambiare per un tedeschino; era un bambino buono, sereno, nonostante la sua situazione, molto studioso e bravo a scuola.

Il suo problema era che aveva il padre gravemente malato, che non sarebbe arrivato alla fine di quell’anno scolastico, e che lui stesso era affetto da una grave malformazione cardiaca che ne metteva a rischio la vita e ne limitava la naturale esuberanza adolescenziale.

Con il passare del tempo, peggiorarono le condizioni sia del padre che del figlio, ed al contempo aumentava il legame fra Daniele ed Andrea.

L’uomo non ci dormiva la notte, soprattutto perché lui avrebbe potuto sì rimediare, ma poi l’avrebbe pagata cara.

Il suo dono era quello: lui aveva la capacità di guarire qualsiasi malattia con l’imposizione delle mani, ma questo gli sarebbe stato fatale, poiché egli avrebbe trasferito nell’ammalato tutte le proprie energie e non ne sarebbe sopravvissuto.

Era una scelta difficile, anzi, non c’era proprio la scelta.

Ma in questo caso Daniele ci pensava seriamente.

Successe un giorno che Andrea a scuola ebbe una crisi e rischiò di morire prima ancora dell’arrivo malato-terminale1dell’ambulanza.

Daniele andò a trovarlo in ospedale e, vederlo bianco, sotto un lenzuolo del suo stesso colore, intubato e collegato a misteriosi macchinari, lo fece decidere: gli giurò che, appena uscito dall’ospedale la sua vita, e non solo la sua, sarebbe cambiata.

Passò quasi un mese, Andrea era ormai uscito dall’ospedale ristabilito, pur se con ancora la sua anomalia; l’amico si presentò a casa sua una sera: non era la prima volta che frequentava quella famiglia, dove era considerato quasi un parente, più che un conoscente.

Chiese, per prima cosa, di vedere il padre; l’uomo giaceva sofferente a letto. Lui si avvicinò, gli impose le mani e l’uomo si sentì subito meglio, anche se ancora molto debole.

Un rivolo di sangue colò dalle orecchie di Daniele, mentre un dolore insopportabile gli martellava il centro del cranio.

Non ce la faceva quasi a stare in piedi, ma non aveva ancora finito.

Tornò dal ragazzo e gli poggiò una mano sul cuore, poi cadde a terra come un burattino vuoto.

Fu aiutato a rialzarsi dalla mamma di Andrea, combattuta fra lo spavento, il sollievo, lo stupore.

Senza una parola il giovane uscì da quella casa che ora sarebbe stata più serena.

179587_491088380919451_930306087_nLui aveva fatto una scelta ed era felice di essersi finalmente liberato di quella responsabilità.

Stava sempre più male, ma ce la fece ad arrivare a casa in macchina miracolosamente indenne, anche se non si era neppure reso conto di aver guidato, ma qui riuscì solo a sdraiarsi vestito sul letto attendendo l’inevitabile.

Lo sapeva fin dall’inizio che se avesse usato il dono avrebbe pagato di persona: era la regola del gioco.

Solo chi aveva creato il gioco, quel gioco bello e crudele, poteva cambiarne le norme, ma quella volta anche Lui si commosse… e le cambiò.

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Pubblicato da su dicembre 30, 2013 in Racconti

 

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