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REPARTO INTOCCABILI

08 Dic

 

REPARTO INTOCCABILI

 

Rico, l’amico d’infanzia, Rico il compagno di tante avventure ed anche delle fesserie scriteriate che si fanno da adolescenti, Rico che era stato il suo  amico del cuore per trent’anni.

piccolo20abbracciota7Poi si erano persi di vista: nulla più che un freddo messaggio d’auguri a Natale o per il compleanno, perché nella vita si cambia, succede perfino di vergognarsi di ciò che si è stati, di essere stati giovani, di avere avuto degli amici, un amico del cuore come si ha solo da adolescenti, perché con l’età cambia anche il modo di concepire l’amicizia.

Solo verso la parte finale, la meno bella della vita, quella dove iniziano i ricordi e i rimpianti, ci ritornano alla mente gli amici d’infanzia, dell’adolescenza, raramente della giovinezza dove, invece, prevalgono le compagnie.

E a Luigi tornò prepotente alla mente il ricordo di Rico, della loro amicizia, un ricordo tanto prepotente da fargli male.

Avevano condiviso tanto, tutto, più o meno, ma Luigi aveva sempre avuto la sensazione che l’amico del cuore gli nascondesse qualcosa.

Talvolta gli era parso che Rico fosse lì, lì per parlargli per rivelargli un segreto che gli premeva da qualche parte nell’anima, ma subito dopo cambiava discorso, ritornava il Rico di sempre, con qualche cosa da fare, da proporre, uno scherzo, un divertimento trasgressivo.

Poi, con la maturità intervengono il lavoro, la famiglia, mille impegni e ci si dice sempre: “Devo chiamare il mio amico, rivederci, andare a cena insieme…”, ma poi non lo si fa mai, con l’alibi degli impegni, e si mente a se stessi rimandando il contatto e l’incontro.

E poi potrebbe anche telefonarmi lui: perché devo sempre essere io a chiamarlo…”: sempre?

E un giorno fu proprio lui, Rico, l’amico del cuore dell’età più bella a telefonargli: “Ciao Felice: sono Rico, ti ricordi di me?”.

E poi giù a piangere ed aveva riattaccato.

La stessa sera Felice provò a richiamarlo, ma i numeri di telefono che aveva, quelli di una volta, erano cambiati e lui non sapeva come rintracciare l’amico.

Quella telefonata gli aveva riportato alla mente tanti ricordi, un sentimento come non aveva provato neppure con Elisa, sua moglie.

Quella telefonata disperata, quel pianto che gli aveva impedito di parlare lo avevano messo in allarme, gli avevano di nuovo suscitato quella sensazione di un segreto che l’amico voleva e non osava rivelare.

Ancora una volta ci pensò il tempo a fare da medico e Felice dimenticò presto la telefonata e l’amico irrintracciabile e la preoccupazione per quel disperato e silenzioso messaggio di richiesta d’aiuto, fosse pure solo un contatto umano, un ricordo, quello di una bella amicizia, il sentimento più forte che esiste.

Passarono quindici giorni e il telefono squillò di nuovo: “Questo è Rico – pensò felice – me lo sento…”.

Ma la voce che rispose dall’altra parte del filo era di una donna: “Scusa il disturbo; noi non ci conosciamo:sono infela cugina di Rico, il suo unico parente. Mio cugino voleva rivederti, ma non ha avuto il coraggio di parlarti”.

Felice la interruppe: “Ma non capisco perché questa vergogna, questa paura, bastava che mi parlasse e ci saremmo visti, magari per un aperitivo o una cena…”.

“Vedi, la cosa non è così semplice: mio cugino non è a casa : è in ospedale e… – la donna s’interruppe e si mise a sua volta a piangere, ma non riappese; poi si calmò e continuò – non credo ne abbia per molto”.

Stavolta una silenziosa lacrima sfuggì a Felice.

Seguirono poi le indicazioni sul luogo del ricovero, il padiglione, gli orari, la promessa di Felice.

Lasciò passare alcuni giorni, il tempo di metabolizzare la notizia, sperando che il loro incontro dopo tre decenni non si trasformasse in un pianto collettivo, poi si decise ed andò in ospedale.

Chiese in portineria, al banco informazioni, dove fosse il reparto, dicendo il nome del padiglione all’impiegato; questo commentò: “Ah, il reparto intoccabili!”, poi gli diede le indicazioni, non senza un’occhiata enigmatica: complicità, ironia, commiserazione…

indexLa porta del reparto era chiusa, ma c’era un campanello: suonò.

Gli aprì un’infermiera con tanto di guanti e mascherina e gli porse un camice verde, dei copri – scarpe dello stesso colore ed una mascherina da mettere sul volto, insieme ad una cuffia per i capelli, tutto rigorosamente usa e getta, poi lo guidò alla camera.

Accanto al letto c’era una donna con le stesse protezioni, verosimilmente la cugina.

Rico pisolava, una mascherina d’ossigeno infilata nelle narici, il cranio completamente calvo con la pelle così tirata su di esso da farlo apparire come quello di un… cadavere.

Sotto le coperte pareva non esserci nulla, non certo il corpo di un uomo adulto.

Nella penombra della stanza Rico aprì, anzi socchiuse, gli occhi, lo vide e lo riconobbe nonostante il camice e la mascherina e la cuffia e i guanti e cominciò a piangere, poi allargò le braccia martoriate dalle fleboclisi in un gesto di desolato dolore e incominciò a piangere.

Felice si era ripromesso di non farlo, ma vederlo così conciato… iniziò a piangere in silenzio, a sua volta, poi si avvicinò e strinse la mano all’amico.

L’aveva immaginato diverso il loro ritrovarsi: magari ci sarebbero state comunque le lacrime, ma metà di esse sarebbero state di gioia e poi si sarebbero abbracciati, ma ritrovarlo così, morente di una malattia fin troppo evidente…

Non poteva essere droga, perché tutto ciò doveva nascere da quel segreto mai rivelato ed allora Rico era solo un ragazzino, troppo giovane per le droghe, non per una sessualità diversa.

Si rese conto, senza bisogno di dirglielo, di quale avesse dovuto essere il tormento dell’amico: volergli bene ed al tempo stesso desiderarlo, ma senza poterglielo rivelare.

Forse era il regalo più grande che gli aveva fatto fra tanti avuti e ricambiati a Natale, ai compleanni.malato-tumore

Come avrebbe reagito Felice se allora Rico gli avesse rivelato la sua natura? Male, probabilmente, perché un adolescente queste cose le perdona difficilmente, soprattutto all’amico che aveva dormito a casa sua, a casa del quale aveva dormito, l’amico che lo abbracciava quando segnava un gol per la squadra dove entrambi giocavano da ragazzini.

Ora quella malattia fatta da una sigla di quattro lettere se lo stava portando via, l’aveva punito perché il mondo non perdona la diversità.

La cugina di Rico gli cedette la sedia ed uscì dalla stanza e rimasero soli, in silenzio perché non c’era nulla da dire, mano nella mano, con un po’ di disagio da parte di Felice e non per quel contatto con un “diverso”, ma per quella malattia schifosa, che non si trasmette certo col contatto di due mani guantate, ma ti dà sempre la sensazione di essere in pericolo di contagio e poi come lo spieghi alla moglie, ai figli, che hai preso la malattia da uno così?

A quella prima visita ne seguirono altre; Felice aveva raccontato alla moglie dell’amico d’infanzia, del fatto che fosse terminale, ma non le aveva detto il motivo: si ammala tanta gente di tante altre malattie e lei non aveva pensatoi a quella e non gli aveva mai chiesto di andare con lui in ospedale: era la loro amicizia e lei sarebbe stata un’estranea e poi vedere un malato terminale la turbava troppo e poi c’erano i figli da accudire, da preparare per la scuola.

Ogni volta Felice non sapeva cosa dire: ogni cosa, ogni argomento di conversazione era tabù.

Di che potevano parlare: di lui che stava morendo? Di come si era contagiato, probabilmente da un partner occasionale, del suo segreto celato per anni, forse dell’amore nascosto che l’amico aveva sempre nutrito per lui?

Allora rimanevano così, mano nella mano, piangendo, oramai, solo di rado.

E appena Felice riusciva ad andarsene, approfittando del sempre più frequente appisolarsi dell’amico, un sonno repartodi sfinimento che preannunciava quello imminente e definitivo, gettava le sue protezioni nell’apposito contenitore, volava a casa e si faceva una doccia e prima si frizionava con alcol e si sfregava le mani fino ad arrossarle.

Lui aveva una moglie, dei figli, delle responsabilità

Sentiva l’obbligo delle sue visite, per quello che c’era stato, per l’amicizia, bella, che avevano vissuto, ma entrare nel “reparto intoccabili”, affrontare gli sguardi ironici del personale che conosceva l’origine della malattia di Rico, lo metteva a disagio come mai era stato.

Poi, una mattina che era a casa per turno, il telefono squillò, lui rispose, era Teresa, la cugina di Rico: “Scusa Felice se ti disturbo, ma le cose sono precipitate: è inutile girarci intorno, è alla fine. Se lo vuoi salutare un’ultima volta è meglio se vieni subito”.

E lui andò, perché erano passati trent’anni, ma era come se fossero stati trenta minuti, perché non aveva nulla da rimproverare all’amico, che con lui era stato sempre corretto, pur soffrendo, probabilmente, perché era l’ultima volta che sarebbe entrato nel reparto degli intoccabili, quelli che non piacevano a nessuno, quelli che, in fondo, se erano lì…

Rico non lo riconobbe neppure, non poteva più riconoscere nessuno.

Felice si sedette come sempre accanto a lui e gli tenne la mano fino a che la sentì lasciarsi andare.

Aveva pensato più volte a quel momento, a come l’avrebbe affrontato, se avrebbe pianto, magari se avesse avuto un malore, ma non successe nulla.

Si vergognò, ma non poteva farci nulla: si sentiva sollevato, perché lì dentro non si va volentieri e lui c’era stato già troppe volte.

E poi vide lo stesso sollievo sulla cugina Teresa, sui medici, sugli infermieri.

Uscì da lì giurando che non ci avrebbe mai più messo piede: quello era il reparto intoccabili.

 

 

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Pubblicato da su dicembre 8, 2013 in Racconti

 

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