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ERA L’ESTATE DEL…

30 Nov

ERA L’ESTATE DEL…

 

Era l’estate del…? Boh, chi se lo ricorda l’anno.

Anzi, non era neppure estate, erano i primi giorni di settembre e le scuole non erano ancora iniziate, perché a quel tempo incominciavano al primo di ottobre.

viaIo ero piccolo, avevo forse otto o nove anni e, siccome mia mamma doveva subire un piccolo intervento chirurgico, fui spedito in campagna, da una zia che non era una vera zia, ma solo una cugina di mia madre.

Qui c’era una bambina all’incirca della mia età e non ho mai capito se fossimo veramente parenti o meno: forse anche lei era una cugina alla lontana; insieme ci divertivamo: esploravamo l’immensa casa, il cortile, giocavamo, la picchiavo, riempiendola di lividi, sì, perché a quell’età e a quel tempo l’unica cosa che i maschietti erano capaci di fare con le femminucce era picchiarle.

Comunque, anche se non ricordo l’anno, ricordo l’epoca: erano tempi felici, perché non si pensava a nulla, non si sapeva nulla, e parole come inquinamento, energia nucleare, recessione eccetera erano sconosciute.

Al telegiornale dell’unica rete RAI allora disponibile si parlava di cronaca nera, magari rosa, ma non di economia e di politica.

Ed allora si aveva poco, ma quel poco bastava per essere felici di averlo.

Era un tempo in cui si impazziva per Mike Bongiorno e i suoi quiz ed anche per il rock and roll, non per il rock come è inteso adesso, ma quello nostrano, di Celentano, di Tony Dallara, dei primi urlatori.images

Quella casa che allora mi pareva enorme (e quando la rividi decenni più tardi, al funerale della zia, che non era una zia, mi parve molto più piccola) aveva un ingresso con cancello carraio che dava sull’aia e un’altra uscita (o entrata a seconda del punto di vista) che si affacciava, invece, sulla strada principale che attraversava il paese.

La strada proprio lì davanti alla porta della grande casa della zia si allargava in una specie di piazzale e, sul lato opposto di questo c’era un bar: un? IL bar, l’unico del paese e quello aveva un juke-box che diffondeva il rock di Celentano: “Stai lontana da me, Pitagora, Ciao ti dirò…” e quel ritmo che sapeva di estero rispetto alla nostra piccola cultura provinciale, ci entrava nelle vene, ci scuoteva i muscoli come una scarica elettrica.

Allora io smettevo di picchiare la cugina e lei smetteva di farsi picchiare da me e si usciva sul marciapiede e si ballava i rock and roll come lo possono ballare due bambini di quell’età (quale?), senza tecnica, scimmiottando i ballerini che vedevamo alla televisione.

E gli utenti del bar, seduti ai tavolini all’aperto a godersi quell’ultimo scampolo d’estate, ridevano divertiti e non lo facevano per prenderci in giro, ma era un riso di tenerezza e simpatia, forse d’invidia perché due bambini potevano fare in mezzo alla strada quello che un adulto si sarebbe vergognato di fare.

come-ballare-il-rock-n-roll_1802073d98333ac9a4620dffe51e8a98Ecco, era così: ci bastava un ballo fatto sul marciapiedi per divertirci ed essere felici.

Era l’estate del nonmiricordolanno, ma anche quella finì, venne decisamente l’autunno e tornai a Milano, a casa mia, dai miei genitori e dai miei fratelli più grandi, senza più cuginette da picchiare.

Tutte le stagioni passano, ognuna ci porta qualche novità, così come passò anche quel periodo in campagna e quando tornai a casa anche la mamma era tornata dall’ospedale e  finalmente eravamo tutti riuniti.

Allora mi sembrava di essere un re, perché avevo la mia famiglia e per me era tutto, era tantissimo, perché a quel tempo non c’erano computer, telefonini e videogiochi, ma ben altri valori più profondi, perché non avevamo l’automobile, però avevo una mamma a casa, che mi teneva in ordine, pulito, che cucinava, che mi consentiva d’invitare i compagni a casa a fare i compiti, a studiare, a giocare.

Ricordo mio fratello più grande, che a quel tempo era quindici – sedicenne: lui quando finiva di studiare, prendeva la giacca ed annunciava: “Esco” “Dove vai?” domandava la mamma, “Fuori” “Fuori dove?”, “Giù, da basso, in piazzetta”, “A  fare cosa?”, “Vedo se c’è qualcuno…”.

Quel “qualcuno” erano i suoi amici, metà dei quali aveva il cognome che finiva per “oni” , non so se erano calcio_strada2cognomi veri o soprannomi dati loro dagli amici, e c’era Ciccio, che era magrissimo, così come Tonino, quello che era sempre senza una lira e poteva avere le ragazze solo d’estate, quando c’era la possibilità di portarle ai giardinetti, mentre d’inverno, poi, le lasciava perché non aveva soldi per il cinema: lui era figlio di un operaio ed allora gli operai campavano a stento, come adesso, del resto e non c’erano soldi per la paghetta ai figli.

Questo, che ricordi io, era più o meno il quotidiano botta e risposta, scherzoso, fra mia madre e lui: da parte di lei non c’era volontà d’inquisizione, ma solo la giusta partecipazione, magari con un velo di preoccupazione a ciò che faceva il figlio che, a quel tempo e quell’età, era ancora un ragazzetto e mio fratello, d’altra parte, non aveva nulla da nascondere, era quasi un gioco, una prassi, il chiedere dove lui andasse, così come le sue vaghe risposte.

Allora, alla sua età, si portavano ancora i pantaloni corti dalla primavera in poi, ma non come quelli che gli adolescenti usano adesso: erano pantaloni seri, magari con la giacca uguale, magari di lana, vigogna, principe di Galles, perché a scuola ci si andava rigorosamente in giacca, camicia e cravatta.

Mio fratello, maggiore di me di sei anni, non aveva nessun segreto: andava veramente solo giù in piazzetta, che noi chiamavamo così, semplicemente la piazzetta, senza nome e cognome di un personaggio storico; era la piazza all’inizio della via, dove nella parte centrale si giocava a pallone, magari a “foppa” con le piastrelle di piombo fatto fondere e solidificare in casa, di nascosto, nei pentolini di mamma e con la quale si vincevano agli amici le figurine dei calciatori, che allora s’incollavano ancora con coccoina e pennellino..

Più tardi e per un breve periodo lì, al centro della “piazzetta”, ci fecero passare il tram e il nostro campo – giochi finì di essere tale.

Yu-Gi-YoLui, mio fratello, andava a vedere se c’erano i suoi amici che finivano per “oni”, quelli con cui, pochi anni più tardi, si sarebbe trasferito dal tabaccaio cinquanta metri più in là a giocare a carte: scopa, briscola, magari un pokerino, ma quello classico, non il “Texas old’em” a cinque o sette carte… pardon, quello a cinque carte è il “Teresina”.

Ecco, questi erano i primi decenni del dopo guerra che, forse proprio per l’esperienza vissuta, ci sembravano, e ci sembrano ancora oggi a ricordarli, meravigliosi.

Sono come li vedeva e li viveva un bimbo che da adulto, da uomo maturo, non può che rimpiangere un’età spensierata della sua vita e di quella di tutti.

Quello che ho voluto dire è come allora c’era un bene preziosissimo, che era la famiglia, che dava sicurezza, perché se si aveva quella, se la mamma non lavorava ed era presente nella nostra vita, ci si sentiva protetti, appagati, non si aveva bisogno d’altro.

Era l’estate del… ma cosa importa? Comunque è una stagione finita per sempre e i valori sono adesso soltanto quelli materiali e oggi due bambini non ballerebbero più in mezzo alla via, non si picchierebbero più le cugine: quelle erano cose da Charlie Brown, da tempi remoti: credevamo di avere tutto e l’avevamo, ora crediamo che ci manchi sempre qualche bene di consumo ed invece ci manca molto di più, anche se non ce ne rendiamo conto.

 

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Pubblicato da su novembre 30, 2013 in Racconti

 

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