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UN VICINO GENTILE

13 Nov

UN VICINO GENTILE

 

Il signor Biagio Ferrari era sempre stato, per i suoi condomini, senza ombra di dubbio, un vicino gentile.

Era uno di quegli uomini che, pur non essendo ancora vecchio, era, però, un poco all’antica: se incontrava i vicini quando aveva il cappello, vale a dire quasi sempre, salutava con un sorriso, un leggero inchino e 11720631-l-39-uomo-in-presse-saluto-il-cappello-al-pettotogliendosi il copricapo, come si usava una volta; quando incontrava una signora della casa con la borsa della spesa, insisteva per portargliela fin sulla soglia di casa, rifiutando, poi, il caffé che gli veniva proposto come ricompensa.

Se una qualunque delle persone che vivevano nel suo palazzo aveva un piccolo guaio in casa, una riparazione da fare, una lampadina da cambiare, egli era sempre pronto e disponibile, compatibilmente con le sue capacità e conoscenze tecniche, visto che lui era un semplice archivista e non un elettricista, né un idraulico.

Ma soprattutto il signor Biagio aveva sempre un sorriso e una frase allegra e gentile per chiunque.

Per chiunque, tranne che per se stesso.

Di tutto si poteva dire di lui, tranne che fosse felice.

La sua esistenza poteva essere l’esemplificazione di quello che si dice una vita grigia e vuota: il lavoro, la spesa, le pulizie di casa, la televisione alla sera, senza mai una visita, senza un amico, senza un amore.

E poi tutte quelle feste, Natale, Capodanno, Pasqua, sempre da solo, spesso con quel patetico pacchettino con due o tre pasticcini per festeggiare in solitudine ciò che, per lui, festa non era.

Ma in pubblico egli non si mostrava mai triste, perché non voleva che i suoi problemi rendessero meno serene le giornate degli altri e, quindi, teneva ogni cosa per sé, ogni preoccupazione e malinconia chiuse dentro la sua minuscola casa e nel suo cuore di uomo solo.

Poi, un giorno, successe che il signor Biagio si ammalò.imag

Una brutta polmonite che lo obbligò, per la prima volta dopo trent’anni di lavoro, a rimanere a casa, confinato a letto.

Per natura non avrebbe voluto pesare sugli altri, ma si rendeva conto che in una simile situazione non poteva fare altro che riporre il proprio orgoglio e la propria riservatezza.

Così si rassegnò e si decise a telefonare alla portiera, chiedendole se gli poteva trovare una persona che, a pagamento, gli facesse almeno le commissioni più urgenti, quali fare la spesa, recarsi in farmacia, andare in posta a pagare le bollette più urgenti eccetera.

Il giorno seguente si presentò a casa sua la donna, in compagnia di una ragazza di circa sedici anni che, gli spiegò, era figlia della custode di un altro condominio della stessa via.

La ragazzina era disponibile a fargli tutte le commissioni che gli servivano per un modesto compenso, anzi, era disposta a fargli anche qualche lavoretto leggero di ordine e pulizia in casa.

Biagio era contento e imbarazzato allo stesso tempo, tanto che non finiva più di ringraziare la donna e la ragazza e di scusarsi con loro.

Va detto che l’uomo non era ancora cinquantenne e non sarebbe stato neppure sgradevole, non fosse stato per il fatto che si vestiva in modo sorpassato, con completi di lana grigia con antiquati panciotti, con camicie rigorosamente bianche e cravatte smunte.

Il giorno seguente, nel primo pomeriggio, finita la scuola e pranzato, la ragazzina si presentò a casa di Biagio che le consegnò una breve lista della spesa ed una, più lunga, di medicinali.

La ragazza era sveglia e svelta e in poco più di mezz’ora fu di ritorno con tutto quanto.

imageBiagio la congedò con mille ringraziamenti, il suo compenso e una mancia supplementare, ma la ragazza non se ne andò.

“Se vuoi – gli disse, passando con disinvoltura al tu e imbarazzando quel signore gentile – resto a farti un po’ di compagnia e per quella non mi devi nulla”.

Biagio, che in realtà non avrebbe avuto voglia di nient’altro che di rimettersi a letto al buio, a causa dell’emicrania datagli dalla febbre alta, non osò, però, rifiutare per non deludere la ragazza che si mostrava così premurosa nei suoi confronti.

Restarono un paio d’ore a parlare, anche se le loro erano lingue diverse: non per idioma, ma per epoche.

Nei giorni seguenti le visite della ragazza si ripeterono con regolarità, così come le sue soste prolungate a casa di Biagio che non disdegnava affatto quella ventata di gioventù che era improvvisamente arrivata nella sua casa di uomo precocemente invecchiato.

Biagio sentiva anche qualcos’altro, qualcosa che mai aveva provato prima: osservava, senza ostentarlo troppo, la sodezza delle cosce della ragazza, visibili quando lei si sedeva accanto al suo letto con le gambe accavallate e la minigonna che risaliva lungo queste, ammirava la perfezione e la sericità della sua pelle, godeva del suo profumo, un profumo che solo la pelle e i capelli degli adolescenti sanno emanare.

La ragazza aveva preso l’abitudine, nonostante la ritrosia dell’uomo, di accomiatarsi da lui con un bacio sulla guancia, ma molto vicino all’angolo della bocca.

Finalmente, dopo oltre un mese, Biagio guarì e riprese il suo lavoro e la sua consueta routine.

Solo gli spiaceva il fatto che oramai non avrebbe più avuto bisogno dei servigi di Alice.

Ma, passati un paio di giorni, lei si ripresentò alla sua porta: “Mi fai entrare – gli chiese – sono venuta per stare un po’ con te, per farti compagnia”.

Il suo abbigliamento era veramente mozzafiato: portava un top a canottiera, senza nulla sotto e ad ogni suo imagesmovimento, dall’apertura delle ascelle, si intravedevano i suoi piccoli seni, sodi quanto le sue cosce bianche.

Inoltre la minigonna arrivava a stento alle ossa pelviche e, dal bordo inferiore, spesso compariva l’orlo delle immacolate mutandine di cotone bianco.

Biagio era turbato da quella vista, soprattutto turbato dall’effetto che questa aveva su di lui.

Quando se ne andò, la ragazza lo salutò col consueto bacio, solo che stavolta glielo diede proprio sulle labbra.

La stessa storia si ripeté il giorno seguente, ma stavolta Alice si soffermò a lungo sulle labbra dell’uomo e, a un certo punto, introdusse la lingua fra queste, muovendola con la stessa sensualità con la quale, probabilmente, ballava la musica che amava.

Il terzo giorno, non appena Biagio le aprì la porta e la richiuse dopo il suo ingresso, lei lo abbracciò alzandosi sulla punta dei piedi, lo baciò nel solito modo e, presa la mano dell’uomo, se la portò sul seno, sotto il suo top arancione.

Col passare dei giorni le carezze divennero sempre più intime e reciproche.

Biagio si sentiva un mostro perché tutto ciò gli piaceva e perché la ragazza era minorenne, ma tanti, troppi anni di solitudine, gli impedivano di rifiutare quei contatti.

Poi, un giorno, la ragazza si avviò, invece che verso il salottino, verso la camera da letto dicendogli con la candida malizia che solo a quell’età si può avere: “Chiudi gli occhi, ho una sorpresa per te!”.

Biagio ubbidì e, quando la ragazza lo invitò a riaprirli, lei era completamente nuda, sdraiata sul letto: “Vieni”, gli sesso1disse, e lui andò…

Oramai i loro incontri erano regolari e senza più alcuna inibizione; adesso Biagio aveva perfino smesso di farsi scrupoli: era troppo felice che l’ultima parte della sua vita gli avesse riservato questa cosa magnifica.

Poi, un giorno, la ragazza gli cominciò a parlare di un fantastico lettore MP3 che aveva visto: “Me lo regali?”, gli chiese all’improvviso.

Biagio accettò, con entusiasmo, di poter rendere in minima parte la felicità che la ragazza gli dava.

Ma a quella richiesta ne seguirono altre, sempre più frequenti, sempre più esose; per contro, sempre più spesso, la ragazza gli si negava adducendo scuse.

Un giorno si presentò da Biagio insieme con un ragazzo suo coetaneo dall’aria arrogante e sfrontata: “Mi servono la tua camera e il tuo letto: mica possiamo andare a casa mia o sua. Tu stai in sala e non romperci…”

Biagio si sentì improvvisamente triste.

Ora Alice era veramente cambiata, o forse era sempre stata così: gli chiedeva denaro, gli portava in casa gente di ogni tipo, gente che fumava, lasciando uno strano odore nell’appartamento.

Anche la sua tenerezza era sparita, ora lo trattava male, con insulti, e non si faceva più nemmeno toccare da lui.

Continuava, inoltre a chiedergli denaro facendo velate minacce sul rivelare quello che era stato il loro rapporto.

imagesssDopo mesi di quella vita, la ragazza gli aveva praticamente prosciugato i risparmi di una vita, ma non era quello il punto, bensì il fatto che, dopo averlo illuso, ora lo trattava come e peggio di un cane randagio.

Una volta si presentò con un giovane con la faccia da delinquente, nonché da drogato, chiedendo a Biagio di ospitarlo a casa sua, poiché i suoi l’avevano cacciato di casa e lo volevano rinchiudere in una comunità.

Almeno questa volta Biagio ritrovò un poco di dignità e sbatté la coppia fuori di casa.

Alice reagì con insulti irripetibili e, come conclusione, sputò in faccia all’uomo, dicendogli: “Sei solo un vecchio porco patetico”.

Forse aveva capito che il suo sfruttamento era arrivato alla fine.

Si ripresentò, comunque, un paio di giorni più tardi, rispolverando l’aria gentile della ragazzina ingenua: “Sai, ero un po’ nervosa, l’altro giorno; non ti sarai mica arrabbiato? Ora, vedrai, tutto può tornare come prima. E, scusa, ma avrei bisogno un prestito di cinquecento euro: me li daresti?”.

Questo era veramente troppo anche per lui, troppo perfino per un uomo tranquillo come era sempre stato: Biagio si accorse in quale abisso era caduto, anzi, era stato trascinato con abilità, e si rese conto che non ne sarebbe mai più risalito.

Portò la ragazza in cucina, dicendole che le avrebbe dato il denaro, ma qui, afferrato dal ceppo d’acero, posto sull’ordinato ripiano della credenza, un grosso coltello, con un sol colpo preciso le spaccò il cuore, come lei lo aveva spaccato a lui.

Le rimasero sul volto, per sempre, lo stupore e quell’aria da bambina ingenua.

Poi Biagio chiamò la polizia.ima

Tutto i condomini del caseggiato erano usciti sulla porta di loro appartamenti, sentendo le sirene fermarsi lì davanti e il trambusto sulle scale.

Quando gli agenti lo portarono via in manette e in lacrime, l’uomo ripeteva in continuazione: “Scusate, scusatemi tutti, non volevo dare fastidio, scusate tanto il disturbo che vi ho dato: non succederà più ”.

Dopo quel breve periodo di follia, il grigio archivista Biagio Ferrari adesso era finalmente ritornato il vicino gentile che tutti conoscevano.

UN VICINO  GENTILE

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Pubblicato da su novembre 13, 2013 in Racconti

 

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