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PRESENZE

05 Nov

PRESENZE

 

Manlio era rimasto solo, Manlio era solo in tutti  i sensi: forse non aveva neppure se stesso.

Manlio viveva male, mangiava male, dormiva male e questo da tanto, troppo tempo in quella casa che si stava spegnendo d’entusiasmo e di voglia di vivere insieme a lui.

C’era stato un periodo della sua vita, in un passato remoto, in cui aveva forza, determinazione, tante cose da fare che la solitudine era per lui panacea ed amica, ma ora col passare degli anni, degli interessi, con l’affievolirsi di tante voglie, l’essere solo gli pesava.

corridoioA volte parlava da solo, ad un tono impercettibile, pur di sentire il suono della propria voce e, per sentirne un’altra, alzava la cornetta del telefono ed ascoltava la voce registrata della segreteria centralizzata.

Quando si soffre la vita e non si ha la voglia o il coraggio di lasciarla, c’è un rimedio che attenua il dolore, ed è il sonno: il sonno non fa pensare, magari ti porta sogni di altre vite meglio vissute, ed allora Manlio andava a letto presto, sperando che il grande consolatore unico figlio prediletto della notte arrivasse presto a portargli l’oblio.

Le solite procedure: spogliarsi, lavarsi, indossare il pigiama, quello fuori moda con i bottoni, la maggior parte dei quali mancanti e poi via, a godersi quell’unico abbraccio caldo della seconda parte della sua vita, quello di coperte e lenzuola.

* * *

Manlio si sente perfettamente lucido, pensa che mai riuscirà ad addormentarsi ed invece, con i muscoli rilassati, con la dolce nenia del buio, a poco, a poco, qualcosa scende ad appesantirgli le palpebre ed il sonno arriva, inaspettato e gradito.

Ma presto qualcosa lo sveglia, come una musica lontana, ma non troppo, più che una musica, un’accozzaglia di suoni, come di una festa.

Non è proprio fastidioso, più che altro curioso e non è che si Manlio alzi spaventato, irritato, ma proprio quello: incuriosito.

Non ci vuole molto tempo a percorrere il corridoio del suo trilocale per arrivare dalla camera da letto alla sala: è da lì che vengono i rumori, la musica.

Apre la porta e scopre con meraviglia che la stanza, la casa, sono piene di gente; perlomeno piene per quanto indexlo possano essere un locale e  un’abitazione di settanta metri quadrati scarsi.

Quelle persone sconosciute stanno facendo un party, come se fosse carnevale, halloween, capodanno (quali altre occasioni si hanno per fare festa?), ma ovviamente non è nessuna di queste tre date, solo un party, una scusa come un’altra per divertirsi, un party come tanti, come lui non ne ha mai fatti, né vi ha mai partecipato.

Poi Manlio guarda quella gente festante con più attenzione, visto che lo shock della sorpresa iniziale è passato: non sono veramente sconosciuti.

Ecco, riconosce un amico d’infanzia, in realtà della sua adolescenza, forse l’unico vero amico che abbia avuto, quello capace di trascinarlo fuori dalla sua tana, di organizzare per sé e per lui divertimenti sempre nuovi, a volte invadente, ma irrinunciabile amico; forse è lui l’origine di quella festa a sorpresa.

Poi, scrutando fra quella piccola folla il padrone di casa riconosce altri: un cugino, una zia, un ex vicino di casa con la moglie… gente tornata da un passato variamente lontano per partecipare a quella… come si chiamava ai tempi della scuola? Ah, sì, rimpatriata.

Tutti parlano fra di loro, sembrano ignorarlo, per forza: quella è gente morta da tempo e lui, invece, è vivo ed appartiene a un altro mondo.

Chissà da quanto tempo quelle presenze usavano casa sua per festeggiare, forse per illudersi, in tal modo, di essere ancora vive.

Un party di morti, di fantasmi, eppure la sua casa non è mai stata così viva, così di nuovo viva dopo decenni.

Non c’è mai stata la musica,  quel suono di trombette di carta, di lingue di Menelicche, solo un assordante silenzio che rimbomba nella testa dell’uomo, passato per chissà quale fortuito evento dal suo mondo a quell’altro.

linguaManlio gira i pochi metri quadrati della sua casa: ora ogni stanza è piena di gente che beve, parla, balla, si diverte e vive come fosse viva.

Il padrone di casa è solo spettatore, non può essere che così, perché lui non è ancora stato ammesso a quel particolare e bizzarro circolo privato, eppure si diverte, è felice di quella compagnia, forse come mai lo è stato in vita sua, lui che detestava il caos, le feste, i gruppi di amici troppo numerosi.

Non tenta neppure di rivolgere la parola ad alcuno: sa, sente che non lo ascolterebbero, perché lui vede loro, ma quelli non possono vedere lui, non possono comunicare.

Il padrone di casa va alla credenza, vi fruga in fondo e trova una bottiglia di spumante, una di quelle piccole, perché chi vive da solo che se ne fa di una bottiglia normale? Lo spumante è un po’ caldo, ma andrà bene uguale: così, brindando con se stesso, anche a lui parrà di partecipare al parti, di aver qualcosa da festeggiare.  Certo, è un peccato che non possa comunicare coi suoi ospiti: ad alcuni aveva ancora delle cose da dire, prima che se ne andassero per sempre; quando muore qualcuno c’è sempre una parola mai detta, una scusa mai formulata e dopo non c’è più tempo.

Manlio è stato proiettato in quel mondo irreale, ma lui è reale, invece, e il suo tempo è reale e trascorre, e la notte scivola via come un mantello dalle spalle del giorno.

Da qualche parte, laggiù, dietro le persiane chiuse, comincia a schiarire, qualcuno degli ospiti se ne va.

Dire che se ne va è imprecisa, come definizione: semplicemente sparisce, un momento c’era, quello dopo non c’è più, è rientrato dall’altra parte (ma chi è dalla parte sbagliata stanotte? Manlio? I suoi silenziosi ospiti venuti per una sola volta, forse, a fargli compagnia, a farlo sentire meno solo?

Spariscono,ad uno ad uno, portandosi via i loro calici di spumante, le loro trombette di carta, le loro lingue di Menelicche.

È quasi l’alba e solo pochi sono rimasti: gli amici più intimi, i parenti più stretti; ora paiono un poco più tristi anche loro come sempre accade quando una bella festa sta per finire, quando una qualunque cosa finisce.

* * *

Manlio scivola via, perde il tempo e si ritrova nel suo letto, ma per poco: presto riapre gli occhi; sul comodino c’è una piccola bottiglia di spumante con un bicchiere, a testimoniare che il tutto non è stato solo un sogno.

Si alza, gira per la casa: tutto è in ordine, solo la finestra della sala è leggermente aperta e lui è sicuro d’averla spumantechiusa.

S’avvicina, comunque, per farlo ora, perché l’aria della prima mattina è fresca.

Ed infatti c’è uno spiffero gelido, ma è strano, non entra dalla finestra, va verso di questa, come se qualcosa stesse uscendo dalla casa.

E lo spiffero si trascina dietro le ante, la finestra si chiude da sé.

Ora è Manlio di nuovo solo.

 

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Pubblicato da su novembre 5, 2013 in Racconti

 

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