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ROOM 714

20 Ott

Room 714

 

C’è un orario negli alberghi, anche in quelli più frequentati, in cui il movimento degli ospiti diventa meno frenetico, anzi, quasi inesistente.

Di solito questo periodo è a metà circa della mattinata, quando gli uomini d’affari sono in giro per incontrare i loro contatti e i turisti sono già usciti per le interminabili serie di visite a chiese, musei, pinacoteche e indexmonumenti vari; d’altra parte i nuovi arrivi ci saranno più tardi, come pure le partenze definitive che si verificheranno poco prima di mezzogiorno.

Marina, cameriera al settimo piano, approfittava proprio di quest’orario per rifare i letti e riordinare le stanze: raramente trovava qualcuno ancora in camera; di solito, se ciò avveniva, la ragazza trovava appeso alla maniglia il classico cartello: “Do not disturb” e in tal caso procedeva oltre.

Alcuni clienti avevano la vecchia abitudine di lasciare le scarpe fuori dalla porta della camera per farle lucidare, servizio che ben pochi alberghi fornivano ancora, cosicché per i lunghi corridoi privi di finestre all’odore di chiuso si mischiava sempre un leggero tanfo di piedi.

Trascinandosi dietro l’aspirapolvere a carrello e il porta sacco a ruote con tutti i materiali per la pulizia, la donna avanzava silenziosa sulla spessa moquette bordeaux accudendo alle camere del lato pari: 702, 704, 706, poi un cartello di non disturbare, 710, poi la 712 che era vuota da alcuni giorni, quindi la 714.

Inserì la sua tessera magnetica nella fessura apposita e, mentre con la mano sinistra dava uno strattone all’aspirapolvere, con la destra cercò l’interruttore della luce, poiché, stranamente, le finestre non erano state aperte e il salottino che immetteva nella stanza era immerso in una calda penombra.

Le bastò un solo sguardo, mentre ancora non si era voltata completamente verso la porta ora spalancata, ed il suo urlo riecheggiò per il lungo corridoio, le scale, e i piani sottostanti: poi fece due passi indietro e vomitò sulla moquette bordeaux.images

L’ispettore Daniele Verdin era quasi una rarità al commissariato di Pavia: uno dei pochi poliziotti di carriera non meridionali, ma era anche uno dei pochi che non aveva mai lasciato un caso insoluto.

Lui, poco più che cinquantenne, era ancora uno di quelli della vecchia guardia che non s’affidavano alla scienza, ma ai suoi sensi speciali: fiuto, intuito, osservazione, capacità di entrare in confidenza coi testimoni e in empatia con vittime e colpevoli.

Giunto al grande albergo sul lungo Ticino, non distante dalla città universitaria, prima ancora di chiedere cosa fosse veramente successo, si fece accompagnare al settimo e ultimo piano, ripercorrendo la strada fatta non più di quarantacinque minuti prima da Marina.

Gli si presentò lo stesso scenario che aveva fatto sgolare la “femme de chambre”, solo che lui non urlò, perché era avvezzo a certe scene.

Oddio, dire avvezzo è forse esagerato, perché all’orrore non ci si abitua mai: diciamo che certi spettacoli non gli erano nuovi eppure ogni volta non poteva fare a meno di provare anch’egli un brivido che gli percorreva l’intera spina dorsale, proprio come può fare una goccia di sudore d’estate.

Sembrava che un imbianchino impazzito si fosse divertito a scrollare pennelli e pennellesse intrisi di vernice verso muri e pavimenti: solo che quella non era vernice, la consistenza, il colore, l’odore erano inequivocabilmente quelli del sangue.

index2La gioiosa esibizione dell’imbianchino folle proseguiva dal salottino alla camera, dove il grande letto matrimoniale sembrava essere il più colpito.

Per il poliziotto era sufficiente: il suo lavoro non era andare oltre, per quello stava già lavorando la scientifica, quell’asettico nugolo di personaggi da fantascienza in tuta e guanti bianchi, irriconoscibili dietro le mascherine (guai a inquinare la scena di un crimine con uno starnuto o un colpo di tosse).

A lui toccavano le indagini sui vivi, non sui morti: già, i morti, ma dov’era il cadavere? Si, perché in tutta quell’orgia di sangue mancava l’elemento più importante: colui, o colei, che lo aveva prodotto.

La cameriera Marina, ancora in lacrime e sotto shock, gli interessava poco: quello che avrebbe potuto sapere da lei lo aveva appena visto di persona.

Gli premeva, invece, parlare subito coi “consièrge”, prima che questi gli recitassero una sequela di “non ricordo”.

Invece l’anziano receptionist ricordava benissimo: room 714, prenotata per telefono, pagata in contanti, poiché gli occupanti, una coppia australiana, Jok First e la signora April, ora spariti nel nulla, sostenevano che carte di credito, passaporti e ogni altro loro avere era nelle valigie che, per un disguido dell’aeroporto di Malpensa, dove dicevano di essere arrivati la mattina presto, vale a dire poco più di ventiquattrore prima dell’ingresso della cameriera nella stanza, sarebbero arrivate solo il giorno seguente.

Nella prenotazione avevano richiesto proprio quella stanza, la 714, sostenendo che vi avevano soggiornato durante il viaggio di nozze: strano, dichiarò il portiere, non ricordava coppie australiane e lui non aveva mai fatto né ferie né malattie in cinquant’anni.

Avevano, comunque, lasciato come garanzia una busta gonfia di dollari e di euro da depositare in cassaforte.index3

Certo, non era molto regolare dare una camera senza documenti, ma la giustificazione era stata convincente e in quel periodo di stagione morta non era opportuno rinunciare a dei clienti.

C’erano, è vero, delle stranezze: i due erano imbacuccati sotto sciarpe e cappelli, tanto che sarebbe stato impossibile riconoscerli: anzi, la signora era stata tutto il tempo girata di spalle, quasi che avesse appena litigato col marito e ora facesse la sostenuta.

L’altra cosa curiosa era il loro accento: non era l’inglese britannico, né quello sguaiato americano: in tanti anni il portiere non aveva mai sentito una pronuncia come quella, anche se va ribadito che sosteneva che non gli erano mai capitati clienti australiani.

L’uomo si era detto dispiaciuto per l’inconveniente dei bagagli, aveva assicurato la coppia che la camera era dotata di asciugamani e accappatoi, ma, purtroppo, non poteva fornire loro dei pigiami: troppo intimi come indumenti perché un albergo li possa tenere nella propria dotazione.

Mr. First garantì che non aveva importanza, che loro non usavano mai tale indumento: curioso che persone tanto freddolose da avvolgersi in sciarpe e berretti di lana a fine Marzo, un Marzo tutto sommato tiepido, dormissero poi in biancheria intima o senza nulla del tutto, d’altra parte le stranezze in un albergo sono la normalità.

Così i due si erano avviati verso la loro camera, rifiutando la guida del fattorino, visto che non avevano pesanti valigie, ma solo uno zainetto la donna e una ventiquattrore il coniuge.

20130919_coltello-rapinatoreDa quel momento nessuno li aveva più visti, eppure al bancone erano molto attenti a controllare che qualche cliente non se la filasse senza pagare il conto e, magari, portando via le costosissime chiavi magnetiche.

Diversi clienti erano arrivati, altri erano partiti, alcuni avevano lasciato temporaneamente la camera per i loro impegni quotidiani, riconsegnando, però, la tessera magnetica.

Poi c’era stato il consueto via vai di fattorini in divisa o di camerieri in rigatino con i carrelli carichi di bagagli, ma i coniugi australiani non erano passati sotto i loro occhi.

Fra l’altro l’albergo aveva un bel po’ di anni e non possedeva un garage con accesso diretto dagli ascensori, ma solo un ampio giardino interno dove parcheggiare le auto, per accedere al quale si passava comunque davanti alla reception.

Neppure vi era una scala antincendio esterna e la scala di servizio e i montacarichi del personale davano anch’essi nella hall dell’albergo.

Il portiere, come prevedibile, era caduto nella rete dell’ispettore e, oramai parlava a ruota libera, come sempre avveniva: era il metodo Verdin, che consisteva nel non fare domande, o meglio, farne una iniziale e lasciare poi che l’interrogato si sciogliesse da solo.

L’uomo alternava la cronaca dei coniugi First a quella sua personale: “Pensi che ho quasi settantadue anni e sono entrato qui a diciotto come fattorino: conosco quest’albergo meglio di chiunque altro e mi fanno un baffo i ragazzini che arrivano qui dagli istituti alberghieri: io parlo cinque lingue e le ho imparate tutte da sole, per lo più conversando con i clienti …” Di tutto ciò all’ispettore non importava nulla, ma guai a interrompere il momento magico del soliloquio, punto centrale del metodo Verdin.

Ora era il momento di un giretto in giardino e davanti all’albergo.

Non gli ci volle molto per trovare la tessera che da anni aveva sostituito la chiave della stanza.ind

Su di essa una grossa, inutile impronta di sangue: troppo grossa, doveva essere stata lasciata da un paio di guanti di pelle, quindi niente impronte digitali.

Il problema che più lo irritava era come avessero fatto a portare fuori un cadavere, tutto quel sangue non viene lasciato da un ferito, in pieno giorno e sotto il naso di un intero bancone d’impiegati.

La bocca di caduta della biancheria sporca era troppo stretta per fare passare una persona: neppure un bambino ci sarebbe scivolato dentro senza incastrarsi e, peraltro, era stata esaminata con potenti fari illuminatori e non c’erano né cadaveri incastrati, né tracce di sangue.

La logica voleva che se il cadavere non era uscito, questo fosse ancora nell’albergo.

Mentre i bianchi marziani della scientifica finivano di spargere polveri e fumi strani rendendo, probabilmente, la stanza 714 inutilizzabile per un buon numero di mesi, gli uomini fidati di Verdin perquisivano ogni camera, ogni sgabuzzino, ogni ripostiglio o disimpegno dell’hotel. Dopo due giorni il risultato era zero: nessun cadavere nascosto, nessuna traccia.

Già, nessun cadavere: un’idea cominciò a ronzare nella testa del poliziotto come quelle zanzare che, risalendo dal fiume, ti penetrano in casa in piena notte e cominciano a morderti e poi a impedirti di dormire decidendo di cantare vittoria proprio presso le tue orecchie.

Nessun cadavere potrebbe voler dire anche proprio quello: nessun cadavere. Ma allora, il sangue, quel macello, quella scena da film dell’orrore. Un momento: film, messa in scena, e se tutto fosse stato una colossale messa in scena?

Forse Verdin invecchiava e aveva affrettato troppo le conclusioni: era il momento di ricominciare tutto daccapo.

Allora, una coppia senza documenti e bagagli che non si fa vedere in faccia: che voglia nascondersi chi premedita un delitto è plausibile, ma che senso ha che lo faccia la futura vittima?

E poi l’accento inusuale persino per l’esperto consièrge; e quei due nomi strani che l’avevano infastidito fin dall’inizio, nomi che all’aeroporto non risultavano: chi usa nomi falsi sceglie sempre John Smith, invece quei nomi… accidenti, gli serviva un dizionario Inglese – Italiano.

Jok non esisteva, ma c’era, come nome, Jack oppure… joke: scherzo, burla.

aprileE poi First e April: primo d’aprile, per quello non ci voleva il dizionario, ci arrivava da solo col suo inglese da terza media.

Stupido che era, fra sette giorni sarebbe stato il primo aprile, il giorno degli scherzi e quelli migliori sono quelli fatti fuori data, così che nessuno sospetti. Anche la stanza richiesta: 7, i giorni restanti di marzo, 1, il primo di aprile, il mese numero 4!

L’albergo era vicino all’università e goliardia è sinonimo di scherzo.

La conferma definitiva venne poi dall’esame del sangue trovato nella stanza: sangue umano, sì, ma decongelato, quello scaduto che si usa alla facoltà di medicina per le esercitazioni di laboratorio. Il denaro lasciato in cassaforte doveva essere una sorta di risarcimento per la tappezzeria rovinata e la biancheria da letto da buttare.

E infine ricordò quella parola che aveva detto il portiere: rigatino, certo, il film con Tognazzi, “Amici miei”, doveva essere, che per fuggire dall’albergo senza pagare, rubava una giacca da cameriere rigata e camminava all’indietro!

Ah sì, lo avevano proprio fatto su e condito come un arrosto, anzi, come un salame.

Presto, fuori tutti, si rientra!”, gridò nella hall gremita dai suoi uomini e dai marziani bianchi con le loro valigie metalliche. “Massa d’idioti”, mormorò fra sé: “Idiota io” era il suo vero pensiero.

C’era una recrudescenza del crimine, la prostituzione delle nigeriane, il traffico di stupefacenti e quelli gli avevano fatto sprecare quasi due giorni per uno stupido scherzo da studenti ricchi e annoiati e ora, era certo, ridevano di lui.

Oh, ma prima o poi li avrebbe presi e gli avrebbe insegnato che non ci si prende gioco della legge e della povera Marina che piangeva da due giorni.

Quegli incoscienti avevano accumulato una serie di reati non indifferente: false identità fornite, disturbo della quiete pubblica, procurato allarme, simulazione di reato, appropriazione indebita di beni dell’università, danneggiamenti; ce n’era abbastanza per alcuni anni di prigione e per una bella multa, ma quella, sospettava, non sarebbe pesata loro un gran ché.

Rifiutò in malo modo il passaggio in macchina offertogli da uno dei suoi fidi: doveva andare a piedi per smaltire la rabbia.

Continuò a imprecare e bestemmiare, cosa che non gli era abituale, fra sé e sé per un chilometro buono: certo che era stato ben congeniato, un vero delitto perfetto…solo che il delitto, per fortuna, non c’era stato.

Poi cominciò a ridere, prima piano, fra i baffi, poi sempre più sonoramente, fino quasi alle lacrime, incurante degli sguardi dei passanti che incrociava.

Continuò a ridere fino a casa: 714, diceva ad alta voce, e rideva, rideva, rideva…

 

 

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Pubblicato da su ottobre 20, 2013 in Racconti

 

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