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MARIO E LE FARFALLE

11 Ott

Mario e le farfalle

 

Quando Mario aveva fra i sei e i dieci anni, ogni estate la sua famiglia faceva due mesi di vacanza: luglio in montagna e agosto al mare.

Il paese di montagna dove si recavano era molto piccolo, nell’alta Valtellina, sulla strada che portava al passo dello Spluga.

15In quegli anni la sua famiglia non aveva ancora un’automobile: erano altri tempi, tempi in cui non c’era il frigorifero, ma allora le mamme non lavoravano e, quindi, avevano tempo per andare a fare la spesa tutti i giorni, i surgelati non esistevano e il burro si teneva in una scodella piena d’acqua sul davanzale fuori dalla finestra.

Non possedevano ancora neppure la lavatrice e, per lavare i panni, c’era una donna ad ore che veniva tutte le settimane ad aiutare la mamma a fare il bucato.

Non possedendo un’automobile, il viaggio in montagna era abbastanza complicato: anzitutto la maggior parte della biancheria: lenzuola, asciugamani e vestiti pesanti per cinque persone veniva spedita tramite corriere in un grosso baule verde con doghe di rinforzo nere, cosicché il bagaglio a mano fosse ridotto al minimo; poi dovevano prendere il treno fino a un certo punto, quindi la corriera e, per l’ultimo tratto, un taxi.

Ma ne valeva la pena: Mario, bambino di città, era felice di poter correre finalmente libero nei prati, mentre i suoi fratelli, più grandi, avevano già le loro compagnie dagli anni precedenti e, a volte, rimanevano fuori anche fino alle dieci di sera!

A parte le occasionali passeggiate lunghe che facevano tutti insieme, le mete quotidiane erano la sorgente, circa un chilometro fuori dal paese, oppure il fiume con le sue rive sassose e tante belle pietre piatte da far rimbalzare sull’acqua o ancora il prato prospiciente la funivia.

Di solito ci andavano lui e la mamma: papà lavorava presso un collegio estivo su al passo e scendeva da loro solo il sabato e la domenica; erano sacrifici, ma non era facile mantenere da solo una famiglia di cinque persone, e quel lavoro estivo garantiva loro la possibilità di fare quei due mesi di villeggiatura.

Quando andavano alla funivia o alla sorgente, mamma si portava il lavoro a maglia, aveva sempre da preparare dei nuovi maglioni per l’inverno, il cane veniva lasciato libero di scorazzare nel prato e Mario giocava, a volte solo, a volte coi suoi amichetti.

Una volta era riuscito a comprare un trattore che trainava un lanciarazzi che poteva veramente, grazie a una molla, sparare un missile a diversi metri di distanza.

L’aveva portato al prato della funivia, dove l’erba era così alta e folta, che un suo amichetto, provando il giocattolo, gli aveva perso il missile subito il primo giorno e non c’era stato più verso di trovarlo.

Allora il piccolo Mario aveva trovato un nuovo gioco: la caccia grossa. In realtà le sue prede furono dapprima le imagesrane, ma forse potevano essere anche dei rospi; aveva comperato, ad un prezzo veramente modesto, dalla giornalaia – cartolaia – souvenir – giocattoli sotto la casa che avevano affittato, dando fondo ai suoi ultimi, piccoli risparmi, un retino col manico e lui, con quello in mano si sentiva un po’ come gli esploratori che aveva visto nelle vignette de “La settimana enigmistica” che leggevano la sua mamma e il papà e della quale lui si appropriava per leggere le barzellette.

Ce n’era sempre almeno una con l’esploratore vestito in divisa coloniale, coi calzoni al ginocchio e i calzettoni che partivano subito sotto, col casco in testa e il retino per farfalle uguale a quello del quale lui andava estremamente orgoglioso.

Così, coi suoi inseparabili amichetti, partiva per terre inesplorate e giungle tropicali e non ricompariva fino all’ora di pranzo; un giorno, mentre la mamma stava scolando la pasta, apparve trionfante con un sacchetto che sprizzava acqua da una miriade di forellini, che conteneva due non meglio identificate rane, forse.

L’occhiata della mamma, che per poco aveva rischiato di scolare la pasta direttamente sul pavimento della come-catturare-una-rana_d40558def90405811b8f56967cfbd971cucina, gli fece capire che gli conveniva filarsela all’inglese, rimettere in libertà le sue prede, e dedicarsi ad altre più accettabili.

Il prato della funivia era sempre pieno di centinaia di farfalle: la maggioranza erano bianche, anzi, giallo – avorio, ma ce n’erano anche arancio, nere e giallo – uovo.

A dire il vero gli facevano un po’ schifo, con quel corpo da verme, tanto che evitava di toccarle, ma viste da lontano e tutte insieme, erano stupende coi loro colori e con la loro leggiadria.

Dopo averle inseguite e catturate col suo retino nuovo, le metteva in un sacchetto trasparente, stavolta senza buchi, gonfio d’aria per non ucciderle, e quando era stanco del suo safari le liberava.

Poi, con il passare degli anni, con l’inquinamento dell’aria, dell’acqua e quello elettromagnetico, le farfalle erano diventate sempre meno e anche il prato alla funivia non era più così folto e allegro del loro svolazzare.

C’era stato un anno in cui, invece che in Valtellina, erano andati in vacanza in Piemonte, nella villa gentilmente prestata loro da una lontana cugina della mamma, ed avevano ospitato anche uno zio che viveva all’estero, con la famiglia: una cuginetta più piccola di Mario e un cugino più grande, psicopatico secondo il suo giudizio, anche se ancora non conosceva il termine, ma il concetto era quello, che catturava ogni tipo d’insetti per poi divertirsi ad ucciderli trafiggendoli con degli spilloni.

Naturalmente fra le sue vittime preferite c’erano le farfalle, quelle alle quali il più piccolo cugino non aveva mai fatto del male.

La cosa faceva arrabbiare Mario e spesso lo aveva fatto piangere: decisamente odiava il crudele parente e malediceva il giorno che la mamma aveva invitato il fratello a far le vacanze con loro.

L’anno in cui Mario aveva iniziato la scuola media, la sua famiglia aveva cambiato abitudini ed ora faceva due mesi tutti al mare, dove i figli, compreso Mario, ormai adolescenti, si divertivano di più che non a fare passeggiate o rincorrere farfalle.

A pensarci bene, escluse le falene notturne e le farfalline domestiche, che però non sono molto belle, per anni Mario non aveva più visto una farfalla.

Poi era cresciuto, era diventato un uomo ed aveva passato anche la maturità, avviandosi pian piano, verso la indexmezza età.

E l’inquinamento era peggiorato ed era peggiorata anche la situazione internazionale: sempre più tensioni fra oriente e occidente e c’erano state dapprima solo scaramucce, poi la vera guerra, conclusa da loro, come prevedibile, le bombe, quelle che dopo non lasciano più nulla né vivo né morto.

Lui era sopravvissuto, forse uno dei pochi, forse l’unico, ma ora era tutto migliorato.

Era in mezzo ad un prato luminosissimo per la bella e fin troppo calda giornata tardo primaverile, ed era letteralmente circondato da farfalle bianche, erano milioni, ed erano bellissime mentre vorticavano intorno a lui: forse era l’inizio di una nuova era più bella e serena per la terra e Mario ripensava e  rimpiangeva i tempi della montagna: poter avere ancora otto anni, poter avere ancora il suo retino per rincorrere tutte quelle meravigliose creature…

bomb… ma non c’erano farfalle, e anche se ci fossero state lui non avrebbe potuto vederle, perché il lampo della bomba l’aveva irrimediabilmente accecato.

Ciò che credeva di vedere erano solo frammenti del grande bagliore che aveva cancellato quasi tutto, compresa la sua vista, compresa la sua mente, ma lui era sereno, perché aveva ricordato i tempi della montagna, i suoi cari che non c’erano più, e le farfalle, ed era felice, loro sembravano danzare con lui e per lui, rendendo belle perfino le ultime ore della sua vita irrimediabilmente condannata dall’ottusità di chi non aveva mai provato a rincorrere una farfalla, sì, ma per poi liberarla senza farle del male.

 

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Pubblicato da su ottobre 11, 2013 in Racconti

 

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