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IL MATTINO DOPO

02 Ott

IL MATTINO DOPO

 

Ci sono persone che non sono fatte per il matrimonio.

Ce ne sono altre che forse sono adatte a una relazione legalizzata, ma probabilmente non fra di loro.

Il fatto è che quando si è giovani si commettono sciocchezze a volte irreparabili.

sposispiaggiaAnzi, irreparabili no: certo che distruggere un matrimonio non è così semplice, non basta andare davanti a un giudice a dire un no come prima si era detto un sì: ci sono questioni economiche, beni da dividere, le spese che si sono sostenute per la cerimonia, il viaggio, il pranzo, tutto questo per un no davanti a un pubblico ufficiale?

Sarebbe così tutto più semplice se si abolissero i matrimoni: si va in comune, ci si iscrive in un registro, l’albo delle convivenze, giusto per le questioni burocratiche come la reversibilità della pensione, l’eredità, il nome ai figli, poi quando e se tutto finisce, si torna là e ci si fa cancellare: una questione burocratica semplice come fare una carta d’identità e non ci sarebbe discriminazione e differenza fra le convivenze, fra persone di sesso diverso o dello stesso sesso.

Ma forse anche i matrimoni sono un business per comuni, Chiesa e poi i fotografi, i fioristi, i ristoranti e i venditori di fazzoletti alle mamme che piangono.

Ma no, non si può perché in un matrimonio che finisce c’è la gente, questo mostro enorme e temuto, che critica, consiglia, accusa, quelli che hanno fatto i regali di nozze e un po’, diciamolo, gli gira aver speso soldi per nulla, per un rapporto finito così in fretta.

Già, la fretta, la fretta di sposarsi senza essersi conosciuti bene, il caso di Gustavo e Rica, la classica conoscenza casuale tramite amici comuni, l’attrazione fisica, più che sentimentale o intellettiva; venticinque anni, l’età giusta un paio di generazioni fa, ma troppo presto adesso che ci si sposa a trent’anni suonati e si fanno figli, anzi un solo figlio alle soglie dei quaranta.

La fretta maledetta di sposarsi dopo meno di un anno, perché non si è più dei ragazzini, senza essersi conosciuti bene, senza avere mai provato a vivere sotto lo stesso tetto, a dormire nel medesimo letto, cose che se non c’è dietro un grande amore, portano ad odiarsi.

Il viaggio di nozze, meraviglioso: turismo di giorno e sesso a non finire di notte, poi i primi sei mesi, ancora con INNAMORATIuna perfetta intesa fisica, ma dopo viene a mancare la novità, se non c’è altro di più profondo che tiene legate due persone.

Allora la frequenza dei rapporti fisici comincia a diminuire, avere nel letto qualcuno che scalcia, russa, parla, ti ruba le coperte, ti ruba l’aria, mescola il suo respiro al tuo, un respiro che la notte diventa pesante, comincia a minare il rapporto, a fare rimpiangere la libertà e l’indipendenza di solo poco tempo prima; c’era ancora una soluzione per tenere in piedi quel rapporto malfermo: un figlio, uno scopo comune, ma il figlio non venne.

Strano a dirsi, ma fra i due era Rica, donna emancipata, come si suole dire, ma non abbastanza da trovarsi un lavoro, quella che si mostrava sempre più insofferente alla loro unione, mal disposta a fare concessioni alle proprie idee ed abitudini.

Gustavo, forse per educazione famigliare, forse perché aveva amato un po’ anche la persona che c’era oltre il corpo di donna, avrebbe voluto tentare, trovare un modus vivendi, ma le cose non andavano bene: inutile negarlo.

Per la famiglia di Rica era lui il mostro, quello inadatto alla loro perla preziosa, mentre la famiglia di Gustavo lo pregava di tentare, di provare ancora, non fosse altro che per i conoscenti, per la gente…

Visto che lui non voleva sentire parlare di separazione, lei allora si riprese la sua vita: usciva con le amiche la sera, faceva vacanze con loro, se n’era perfino andata a dormire in un’altra stanza.

indexAnzi, a dire il vero lei si era tenuta la camera matrimoniale e aveva relegato lui in quella prima denominata “camera del bambino” e poi declassata a “stanza per gli ospiti”.

E lui la mattina doveva strisciare al buio in camera di lei a prendere la biancheria pulita, la cravatta, i pantaloni dall’armadio che era l’unica cosa che la coppia aveva ancora in comune.

Successe che lei partì per un week end con la sua amica del cuore, quella che Gustavo sospettava l’aizzasse contro di lui; solo in casa, intristito da quella piega negativa che aveva preso la sua vita, lui si aggirava per le stanze in cerca sempre di qualcosa che non trovava.

Stavolta era un paio di scarpe che non erano nell’armadietto apposito, non in ripostiglio, né in bagno o sul balcone, dove lei le esiliava dicendo che emanavano cattivo odore: cercò dappertutto e alla fine s’inginocchiò per guardare sotto il letto matrimoniale, quello di lei e le scarpe non c’erano, ma c’era qualcosa che non avrebbe dovuto esserci: un paio di slip da uomo di marca, quelli con la griffe da portare sopra i pantaloni e lui, invece, portava dei boxer anonimi comperati al mercato.

Quindi lei lo tradiva, riservava il letto che un tempo era stato suo ad un estraneo, il letto che lui aveva pagato, nella casa di cui lui pagava l’affitto.

Questa era la fine definitiva del loro rapporto, del loro cammino comune. Questo affronto, questo insulto ulteriore no, non lo poteva sopportare.

Chissà quante volte i due avevano riso alle sue spalle, alle spalle del marito tradito ed ignaro! Ah, ma stavolta donna-dormiregliele avrebbe cantate, l’avrebbe messa davanti alle proprie responsabilità.

Lei non voleva la separazione, perché ne avevano parlato, anzi ne aveva parlato lui, ma lei aveva sempre troncato il discorso: certo è comodo stare a casa a fare i propri comodi, senza lavorare perché tanto c’è chi ti mantiene.

Certo che lei non voleva che quella pacchia finisse: il marito che ti mantiene e l’amante che ti dà il resto…

Rica sarebbe ritornata la domenica sera: dopo la rabbia del sabato, Gustavo pianse buona parte del giorno seguente, ma anche se con dolore avrebbe messo la parola fine a tutto: ora che aveva le prove, lei non poteva più opporsi alla separazione.

Rica rientrò dopo cena, sprizzante soddisfazione: forse l’amica non era un’amica, ma il misterioso amante, forse week end e vacanze erano sempre stati con lui; entrò, lo salutò distratta, neppure un bacio.

Io sono stanca, vado a letto, tanto ho già cenato…”.

“Dobbiamo parlare”  le disse lui gelido.

Domani” lo liquidò lei.

No, ora” rispose perentorio e la seguì in camera, le disse tutto, degli slip sotto il letto, della necessità di chiudere la questione definitivamente e lei rideva, arrivò a insultarlo, colpendolo con le parole che più fanno male, dicendogli che era un mezzo uomo, poco dotato, che l’altro sì che sapeva cosa vuole una donna. Ci imagesfurono urla, pianti, andarono avanti per buona parte della notte, e i vicini battevano ai muri, picchiavano sul soffitto e sul pavimento, minacciavano di chiamare la polizia, fino a che tutto tacque.

Il mattino dopo c’era il sole e c’era silenzio in casa; lui si svegliò, andò in bagno, si vestì, prese la sua valigetta, telefonino, orologio, chiavi della macchina, poi andò in camera di lei, la baciò sulla fronte, le rimise a posto una ciocca di capelli che le era caduta sugli occhi, poi le tirò su il lenzuolo perché non si vedessero il sangue e il suo petto squarciato.

Quindi buttò il coltello sporco nella spazzatura ed uscì per sempre da quella casa che non avrebbe mai più voluto rivedere.

 

 

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1 Commento

Pubblicato da su ottobre 2, 2013 in Racconti

 

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Una risposta a “IL MATTINO DOPO

  1. Hermes Ermengarda

    dicembre 9, 2013 at 1:02 pm

    Hai narrato il finale con una delicatezza/indifferenza tale da farmi concepire in un secondo momento la tragicità dell’atto.
    Bravo!

     

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