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CLANDESTINI COME NOI

16 Set

 

CLANDESTINI COME NOI

 

La trattoria era appena fuori dalla città, ma già ci si respirava aria di campagna.

Non era uno di quei locali finto – economici che vanno di moda, ma neppure la trattoria da camionisti: solo un posto dove cenare discretamente ad un prezzo equo e, tutto sommato, molto economico e, soprattutto dove stare tranquilli.

images2I tavoli erano pochi, c’era un solo cameriere e un solo cuoco, coadiuvati dalla proprietaria che faceva anche da cassiera.

Non si faceva pizza, quindi nessun pericolo di trovare orde di ragazzini quattordicenni che facevano le “rimpatriate” coi compagni di terza media, ricordando i bei tempi andati!

Fra l’altro il luogo era raggiungibile solo in macchina, isolato dal paese e situato in una palazzina a sé stante di due piani, con un paio di camere disponibili per i clienti, pur senza fare veramente da albergo o locanda che dir si voglia.

Anche per le due camere bastava la proprietaria, non c’era bisogno di personale al piano: lei preparava i letti, puliva, lavava le lenzuola, il tutto negli orari e nel giorno in cui la trattoria era chiusa.

Arricchirsi, nemmeno a parlarne: forse la donna avrebbe guadagnato di più andando a servizio, fissa o ad ore: stipendio garantito, contributi, sere libere e momenti in cui tirare il fiato.

Ma quella era la sua creatura e le proprie attività, quelle fatte da tempo immemorabile, magari con grandi sacrifici, son “Piezz’ e core”, come i figli del detto del sud.

La clientela si divideva in due: c’erano gli abitudinari, quelli che una volta o due alla settimana andavano lì soli o con amici o con la persona della loro vita in cerca di una serata silenziosa e tranquilla e poi c’erano gli occasionali, facce anonime che comparivano, mangiavano, non si sa con quanta soddisfazione, poi sparivano, rimpiazzati da altri volti la sera seguente.

Sì, la sera, perché in un posto così isolato non ci vanno gli impiegati o gli operai nella pausa pranzo, ma ci va una clientela mirata per la cena e di fatti a mezzogiorno il ristorante era chiuso: tutt’al più faceva servizio di bar: qualche caffé di passaggio, un bicchierino, magari un fugace panino da consumarsi a metà di un viaggio, con la padrona anche in veste di barista, oltre che di tutto il resto.

Quella sera c’erano ancora dei tavoli liberi, che probabilmente non si sarebbero riempiti né allora, né più tardi nella serata fredda e nebbiosa che faceva solo venire voglia di restare in casa con un libro, o la televisione e un trattoriaplaid sulle gambe.

Ma comunque almeno quei pochi clienti che c’erano avrebbero coperto le spese.

L’uomo, sulla via di mezzo fra la quarantina e il decennio seguente, era già stato lì alcune volte, sempre da solo; la proprietaria lo riconobbe, lo salutò, ma senza fare smancerie, né conversazione, perché non era quello che la sua clientela voleva.

Visto il locale semi – vuoto, scelse un tavolino un po’ discosto dagli altri clienti.

La tovaglia a quadri era pulita, ma c’erano delle ombre di vecchie macchi, sugo, vino, che la datavano come non nuovissima.

L’uomo ordinò tortellini in brodo, del resto non c’era un menù così ricco, perché occorreva andare al risparmio e non avere troppi avanzi da gettare, anche se sul retro dell’edificio c’era uno spiazzo con un po’ di galline e qualche conigliera che avrebbero festeggiato i surplus della cucina.

Poco dopo giunse la donna, anch’essa sola, anch’essa sull’indecisione fra la maturità e la mezza età.

Anche lei scelse un tavolino in fondo al locale, dove già c’era l’uomo, ma non proprio così vicini, anche perché la disposizione dei tavoli era a scacchiera e i due potevano essere a contatto visivo pur senza essere troppo vicini.

Come molte donne, soprattutto se non giovanissime, praticava anch’essa una parvenza di dieta fai da te, così rinunciò al primo e chiese un roast beef con fagiolini in insalata per contorno e acqua minerale non gassata.

L’uomo, invece, aveva optato per un quarto, non di più, di vino e, terminati i tortellini, discreti, niente di più, optò per asparagi con uova e parmigiano, pur sapendo che erano una verdura che metteva a dura prova l’immacolatezza delle camicie e la sua era pulita, cambiata prima di uscire di casa.

Già, era uscito di casa dicendo solo “Esco” alla moglie con cui portava avanti un rapporto oramai spento, tanto che la donna non emise altro che un mugolio di conferma, senza chiedergli dove andasse e perché.

Anche la donna che occupava il tavolo che lui si trovava davanti aveva lasciato un marito senza spiegazioni, tanto sarebbe uscito anche lui poco dopo ed anch’egli senza dover e voler dare spiegazioni a colei che, più che una moglie, era oramai solo una coinquilina, tanto che se dividevano lo stesso tetto, altrettanto non si può dire per il letto.

La sera avanzava a tastoni nel buio e fuori era iniziata anche una pioggerellina sottile e gelida come aghi da cucito.

Se l’uomo del tavolo in fondo aveva la donna di fronte a sé, lei invece era di profilo, ma ciò non le impediva, ogni tanto, di voltare la testa lanciando occhiate significative a lui.

Forse non avrebbero neppure avuto bisogno di tutti quei sotterfugi: il ristorante fuori porta e fuori mano, i tavoli img_ristorante1separati, ma entrambi la ritenevano un forma di rispetto verso coloro che erano stati e nominalmente erano ancora, i compagni che un tempo si erano scelti per il loro cammino.

Poi, una sera che lui tornava da un viaggio di lavoro e si era fermato casualmente lì a mangiare, visto che la moglie era via per alcuni giorni, alle terme con un’amica (ma fosse pure stato un amico non gli sarebbe importato più di tanto), anche lei era capitata lì, dopo un litigio col marito, il primo ed ultimo, perché non si litiga con chi ti è diventato oramai indifferente.

Quella sera la trattoria era piena, per cui, all’ingresso della donna, la proprietaria aveva chiesto a lui, che era l’unico cliente che cenava da solo, se poteva fare accomodare la nuova venuta al suo tavolo.

Acconsentì, si parlarono, sottovoce, perché lì si usava così, si raccontarono pene e delusioni della vita e la sera stessa chiesero alla proprietaria se il cartello “Affittasi camere – Zimmer frei” stesse a significare che c’erano stanze libere.

C’erano, tutte e due e loro le presero entrambe, poi, quando tutto tacque dopo la chiusura del locale, lei lo raggiunse in camera di lui.

La cosa si era ripetuta, non troppo spesso: non erano giovani innamorati, ma persone mature che cercavano una consolazione, un affetto, un ascolto e un po’ di calore nella novità di quel rapporto.

La proprietaria del posto guardava, capiva tutto e taceva, del resto due è meglio di uno, anche economicamente e poi non erano né i primi, né i solo.

Amanti, amanti clandestini: ne aveva visti tanti, di tutti i sessi e di tutte le età, ma il suo non era un albergo a locandaore, quindi meglio che optassero per camere separate e tavoli separati.

Lei non diceva nulla, non commentava, non ammiccava: assentiva, dava le chiavi, riscuoteva il prezzo della clandestinità.

Per loro era dura, a volte umiliante vedersi così, fingendo, indossando sempre la maschera del perbenismo, ma poi una notte d’amore compensava tutto, anche se non si amavano abbastanza da lasciare i rispettivi compagni per iniziare un nuovo percorso insieme.

Si capivano, si consolavano, stavano bene insieme, solo che loro sarebbero stati per sempre quelli dei tavoli separati.

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Pubblicato da su settembre 16, 2013 in Racconti

 

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