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IL PIU’ GRANDE MAGO DEL MONDO

08 Set

IL PIU’ GRANDE MAGO DEL MONDO

 

Signore e signori, benvenuti alla prima puntata de “Il grande mago”, primo concorso per aspiranti maghi, prestidigitatori e manipolatori.”

Iniziava così la trasmissione televisiva. Il presentatore, anche lui famoso mago della TV, esibiva un frac di Magia-1paillettes blu cielo. Una serie di personaggi eterogenei per sesso ed età si aggirava fra le quinte in attesa del proprio turno: si partiva dai diciott’anni (età minima per partecipare ai concorsi TV) fino ai sessanta. Certo che se a quell’età uno non ha ancora sfondato, forse non è molto bravo. Alcuni si esibivano nella cosiddetta “micromagia, o close-up”, vero banco di prova per la destrezza manuale, basata sulla manipolazione di monete, carte, palline da ping-pong con gli spettatori che, pur a un respiro dal prestidigitatore, non riescono ad individuare i trucchi.

I più si presentavano con costosissimi macchinari per i numeri delle donne tagliate a pezzi, scomposte, decapitate, nonché con bellissime e discintissime assistenti pronte al sacrificio.

Dietro le quinte si preparavano diverse coppie di gemelle per i classici numeri di telecinesi e teletrasporto di grazie femminili.

Ognuno conosceva i trucchi degli altri, dai più spettacolari ai più banali. Trucchi, sì, perché la magia è solo trucco, illusione: ma il pubblico, che i trucchi non li conosce o ne rifiuta l’evidenza, assisteva estasiato a trasporti, decapitazioni, sparizione di oggetti e persone e comparsa degli immancabili conigli e colombe.

Il primo ad esibirsi indossava una maschera da teatro giapponese e distraeva con la scenografia e le musiche orientali il pubblico dalla grossolanità di alcuni suoi trucchi non troppo ben eseguiti.

Seguirono giovanotti in frac, signori in calzamaglia con tanto di scheletro fluorescente dipinto sopra e una pletora di mantelli, maniche e giacche della giusta taglia per contenere i trucchi e le colombe.

Ed ecco a voi Starman, il mago delle stelle!”, urlò, ad un certo punto della trasmissione, nel microfono il presentatore.

Starman poteva essere sulla trentina, capelli corti, faccia seria, esibiva una tuta aderente color argento, simile a quella del capitano Kirk di Star Trek, bella, ma inadatta a nascondere qualsiasi cosa e qualsiasi trucco. Il suo imagesnumero era il più originale: creata una barriera di fumo, spariva e riappariva in fondo alla sala, su un palco del teatro, seduto in mezzo alla platea.

E non poteva certo avere un così alto numero di suoi gemelli! La sua esibizione, quegli scarni tre minuti, aveva incuriosito anche i suoi colleghi che mai avevano visto un simile gioco e non ne capivano il trucco.

Bravo, bel numero!”, gli disse qualcuno e qualcun altro ripeté la frase, ma a denti stretti. Un terzo gli diede una pacca sulla spalla argentea, i più si rodevano nella curiosità e qualcuno nell’invidia. Ma un mago non svela mai i propri trucchi.

Nonostante tutto non vinse la prima puntata del programma, ma si qualificò, comunque, al turno successivo.

Alla sua seconda partecipazione, i maghi, o aspiranti tali, si erano ridotti della metà. Starman la prima volta era giunto secondo dietro il concorrente più giovane, che aveva commosso mamme e nonne e conquistato le ragazzine col suo numero di teschi che ballavano dietro una mantilla nera al ritmo di disco-dance.

L’importante, però, almeno nelle qualificazioni, era passare il turno per poi dare il meglio di sé in finale.

Alla seconda esibizione il numero di Starman-Kirk non era cambiato di molto, solo che questa volta ad essere teletrasportato per la sala era un bell’esemplare di pastore tedesco, gentilmente prestato da un allevatore.

Questa volta vinse la puntata e, naturalmente, passò al turno successivo. I colleghi cercavano di sapere qualcosa di lui: quale scuola per maghi aveva frequentato? dove viveva? aveva famiglia? Lui, senza mai essere scortese, rispondeva in modo evasivo: “Vivo qua e là, dove mi porta il lavoro. Ho imparato all’estero. Ho famiglia, ma è lontana”.

credits-Riccardo-BonuccelliOramai il numero dei concorrenti si era ridotto di molto e, dalla puntata successiva, il tempo concesso ad ognuno era raddoppiato.

Dopo un affascinante e brizzolato sosia di Mandrake con tanto di Lana e Lotar e di un turbinio di bianche colombe, alcune delle quali non avrebbero visto la fine della trasmissione, toccò a lui, il mago delle stelle.

Nei suoi sei minuti faceva apparire a ripetizione qualsiasi oggetto il pubblico in sala richiedesse, compreso un televisore che trasmetteva lui stesso (e meno male che la trasmissione era in diretta), come negli specchi dei barbieri, che ripetono all’infinito la stessa immagine.

Il televisore funzionava perfettamente, solo che la spina non era collegata! Starman arrivò comunque nuovamente secondo dietro una bionda vaporosa che inceneriva a ripetizione valletti palestrati, che diventavano cesti di fiori (e il cambio era vantaggioso).

Si giunse, così, alle semifinali: i dieci migliori maghi da ridurre a sei per la finale.

C’erano la bionda coi suoi palestrati, il diciottenne della disco music, il novello Mandrake col suo seguito, un misterioso uomo mascherato che faceva sparire animali, l’elegante signore in smocking che praticava micromagia, un misterioso indiano abile nella levitazione, un super tecnologico “Jack lo squartatore” con sega ghiglioelettrica, e poi il boia di Parigi che decapitava un bionda che meritava solo quella fine, un discreto Humphrey Bogart, con tanto di sigaretta all’angolo della bocca, che eseguiva giochi di carte al ritmo di “As time goes by” esclamando dopo ogni numero: “Suonala ancora, Sam”, e infine lui, Starman, il più atteso non solo dal pubblico, ma dai suoi stessi colleghi.

Ognuno diede il meglio di sé e “l’uomo delle stelle” si esibì per ottavo.

Aveva in mano un dizionario e chiese a una spettatrice un numero.

Aperta la pagina corrispondente, contò i lemmi e chiese a un altro spettatore un altro numero, da uno a ventotto.

Il lemma era: “Libro” (chissà se fosse uscito grattacielo o carro armato…).

Invitati due robusti spettatori, li bendò e consegnò loro un sacco da tenere rigorosamente staccato dal terreno.

Poi fece passare il dizionario fra il pubblico, affinché tutti potessero constatare che non si trattava di un dizionario contenente solo la parola voluta. “E ora…libri siano!” esclamò, e il sacco cominciò visibilmente a riempirsi e continuò fino a quando i due spettatori non riuscirono più a reggerne il peso.

Si qualificò per la finale, che vinse facendo apparire e sparire farfalle a migliaia e fu programmato “Il più gran mago del mondo”.

Il premio consisteva in un cospicuo assegno e nel contratto per partecipare a diverse puntate dello show del sabato sera, il più importante di tutto il palinsesto stagionale.

hqdefaultDa quel momento la sua carriera nel mondo dello spettacolo cambiò e fu tutta un’escalation: scritture e partecipazioni ai più importanti programmi televisivi, scritture presso famosi locali notturni, fino ad arrivare a Las Vegas!

Su di lui furono fatte intere trasmissioni con l’intervento dei suoi colleghi più famosi che cercavano di spiegarne i possibili trucchi, senza peraltro riuscirci.

Non cambiò, invece, la sua vita privata, misteriosa quanto i suoi giochi di prestigio: nessun giornaletto scandalistico riuscì mai ad individuarne né l’abitazione, né eventuali “affettuose amicizie”.

Sulla sua vita c’era una cortina di nebbia totale. Sembrava quasi che, dopo gli spettacoli, riuscisse a sparire veramente come nei suoi trucchi. In meno di un anno era veramente diventato il più grande mago del mondo: era famoso, ammirato ed anche ricco.

Ma non era felice.

E neppure era un mago: la tecnica del teletrasporto telecinetico era ormai consolidata da secoli per la sua razza.

Lui l’aveva imparata a sei anni, quasi un secolo e mezzo prima.

Lui non era un prestigiatore, ma un pilota di prima classe interstellare (purtroppo il teletrasporto poteva funzionare solo nell’atmosfera di un pianeta e non negli spazi siderali, per questo era bloccato sulla terra), fino a che la sua nave a visione schermata (invisibile, diremmo noi primitivi) precipitò su questo pianeta così simile al suo, ma così lontano da casa.

Già, casa, pensò nella sua capsula, anch’essa a visione schermata, su quella vetta, gelida anche per lui, se non avesse avuto la sua tuta a condizionamento termico.

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Pensò a casa e guardò là, oltre le stelle visibili, dove la sua compagna e i suoi bambini lo avrebbero aspettato invano per secoli.

Pensò ancora a casa e un cristallo azzurro gli nacque dall’occhio e rotolò lungo la sua guancia fino a perdersi in mezzo a milioni di altri sul pavimento della sua capsula, la sua prigione nella prigione – terra per i secoli a venire.

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Pubblicato da su settembre 8, 2013 in Racconti

 

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