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PACCHI POSTALI

01 Set

 

PACCHI POSTALI

Ho ricordi molto vaghi del tempo precedente ad ora: mi sembra di essere stato immerso per tanto in un liquido che mi riempiva gli occhi, impedendomi di vedere, la bocca e gli occhi, così non potevo né respirare, né mangiare, però non so come né perché ma c’era chi lo faceva per me.

Ricordo poco, capivo poco, ma una cosa la sapevo: stavo bene; non ho mai avuto queste maledette colichine, come le chiamano (pensano che io non capisca quello che dicono, ma io capisco tutto, solo li ascolto, li spio, feto01gma non voglio che loro lo sappiano): io ora ho sempre il pancino pieno d’aria, mi fa male e quando finalmente riesco a liberare un po’ di gas tutti ridono; ridono di me, sul mio malessere..

Ma che avete da ridere: vorrei vedere voi…

Prima non avevo nessun problema, forse mi annoiavo un poco, ma era così bello essere al calduccio e protetti e senza gas e colichine.

Ma no, mi hanno voluto fare venire via di là; io ho cercato di resistere, mi sono girato, ho puntato i piedi, ma mi hanno afferrato la testa con uno strano attrezzo che, se non mollavo la presa, mi avrebbe decapitato.

Ho sentito una serie di strilletti e squittii di gioia striduli e fastidiosi, poi mi hanno messo a testa in giù e mi hanno picchiato.

Beh, proprio picchiato, picchiato no, ma mi hanno dato uno sculaccione.

Tralascio tutte le altre cose orribili che mi hanno fatto: se lo sapevo non sarei venuto via di là, a costo di farmi strappare la testolina, ma temo che avrebbero trovato un altro metodo per costringermi e quindi eccomi qui.

Ho passato un anno, circa (adesso so cosa è il tempo) fingendo ancora di non capire nulla, di non sapere fare niente, tanto per essere lasciato in pace, ma poi ho dovuto cedere: tutto, purché la finissero di sbaciucchiarmi, di mostrarmi nudo a chicchessia, di fotografarmi anche in pose che non avrei voluto.

Allora ho cominciato a camminare a dire delle parole, ma poco per volta, storpiandole, tanto per fare loro bambino di gazadispetto, per vedere se quegli intelligentoni riuscivano a capirmi.

Ho tirato a campare per qualche anno ancora, elargendo le cose che sapevo fare poco alla volta: loro erano contenti, non pretendevano troppo e mi lasciavano in pace, tranne sbaciucchiarmi e riempirmi di saliva ad ogni cosa nuova che facevo.

A me non è mai piaciuto farmi baciare da chiunque, lo trovo fastidioso e imbarazzante.

Purtroppo ho capito che quel periodo di limbo al caldo non tornerà più, quindi ho dovuto rassegnarmi a crescere.

In fondo bisogna prendere la vita com’è: tutto sommato come surrogato di quel primo periodo non è neppure male, almeno non lo è rispetto a quella dei grandi.

Che piova o ci sia il sole, che faccia caldo da schiattare o freddo da tremare il mio papà deve uscire quasi tutti i giorni per andare a lavorare; ovviamente hanno pensato bene di dare la colpa a me: dicono che pappe e pannolini costano cari.

Il bello è che io potrei fare a meno dei pannolini, ma visto che tutti mi dicono (beh, non a me, ma sento che se lo dicono fra di loro) che la vita è una merda, che ci sguazzino un poco tutti quanti loro, così imparano ad avermi fatto il bel regalo di avermici precipitato da chissà quale luogo fossi prima: io non l’ho chiesto di  certo.

Però devo dire che l’amore di mamma e papà è una delle poche cose veramente positive: non lo images2sbaciucchiarmi, ma quando mi stringono sento il loro cuore che batte e un fluido invisibile che passa da loro a me: penso che  sia quello l’amore.

Non penso di essere una persona difficile, neppure diverso dai miei coetanei, quindi mi sono adattato al mio stato e per anni mia hanno lasciato in pace a giocare a farmi lunghe dormite, ma poi hanno cominciato a mandarmi prima all’asilo, poi a scuola.

E va be’, mi sono adattato anche a questo: in fondo è il prezzo che pare si debba pagare perché si occupino di te, perché ti nutrano e ti vestano.

Ora sono in terza elementare: il periodo più bello è passato, adesso mi tocca uscire di casa, come fa papà, con qualsiasi tempo e temperatura, poi gioco di meno, perché ho il doposcuola e i compiti da fare e le lezioni da studiare.

Non sarò adulto, ma non sono neppure così piccolo da non capire che in casa qualcosa è cambiato: papà sta via spesso per lavoro, perché la mamma dice che i soldi non bastano mai e che lui non si dà abbastanza da fare.

Litigano.

Poi, quando lui è via, spesso la sera la mamma mi mette a letto, ma io sento che a volte arriva un giovanotto, e la mamma ride: con papà non lo fa più da tempo di ridere e questo mi dispiace e non so se posso perdonarglielo.

Così un giorno mi hanno preso da parte e mi hanno fatto dei discorsi che non so bene se ho capito del tutto: mi hanno detto che loro devono separarsi per un po’ di tempo, ma questo non vuole dire che non mi vogliono più bene e io continuerò a vederli entrambi: anzi, mi daranno tante cose, tanti regali, avrò due case e tanti giocattoli in entrambe.

Si, va bene, ma non è più bello come prima, quando si andava in pizzeria o al cinema o in vacanza tutti insieme.

Quando vedo i miei compagni con tutti e due i genitori accanto, mi viene un poco da piangere, ma cerco di resistere e non gliela do vinta.

Mi hanno spiegato altre cose che non ho capito, però adesso passo un sabato e domenica col papà e uno con la mamma, una vacanza con uno e una con l’altra: non so più bene più quale sia la casa che devo ritenere la mia.

Non vedo più i miei amici, perché quando potrei andare con loro all’oratorio, a giocare a pallone, invece devo preparare la mia borsa con quaderni e biancheria e andare nell’altra casa.

Una mattina ero a casa da scuola perché avevo la febbre, la mamma era a fare la spesa ed io ero solo: è venuto Posta-celereil postino a portare un pacco che veniva da lontano.

Io ero solo ed allora ho abbracciato quel pacco ed ho pianto: poverino, chissà se anche lui soffre ad essere sballottato da una parte all’altra…

Mi sa che era meglio se mi avessero lasciato dove ero prima, se non mi avessero mai voluto far venire al mondo.

Non so più chi sono veramente, non so più quale sia casa mia: sono solo una pacco postale anch’io da spedire da una parte all’altra a piacere.

* * *

Lo stanzone situato sotto la stazione ferroviaria era enorme: si estendeva per duecento metri di lunghezza, forse di più, a perdita d’occhio e la larghezza era poco di meno.

imageOrdinati in centinaia di file c’erano pacchi quasi tutti uguali di dimensione, per lo meno lo erano quelli della stessa fila, ognuno con due indirizzi scritti sopra con un grosso pennarello.

Ad un certo punto la parte superiore di uno di questi cominciò ad aprirsi dall’interno verso l’esterno, come un uovo di tartaruga, come qualsiasi uovo che contenga una creatura vivente e da questa apertura spuntò la testa di un bambino.

Come ad un segnale biologico, ad una ad una, molte altre scatole si aprirono: lo fecero quelle della fila dei tre anni, dei quattro, degli otto, dei dieci, dei dodici e tutte quelle teste bionde, more, castane, tutti quegli occhi azzurri e scuri si guardavano intorno smarriti, attoniti, spaesati, confusi: tutti attendevano che qualcuno li venisse a prendere, ma non sapevano mai se sarebbe stato un lui o lei, un padre o una madre o se si fossero, magari dimenticati entrambi di aver mai fatto insieme un figlio da amare.

Nel deposito pacchi ci sono anche gli inesitati.

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Pubblicato da su settembre 1, 2013 in Racconti

 

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