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LA FOTOGRAFIA DI VALERIO

18 Ago

La fotografia di Valerio

 

Valerio l’aveva detto più volte agli amici: “Vedrete se non lo faccio, se perdo anche il lavoro mi chiudo in casa e non sentirete mai più parlare di me!”. E così fece.

Era già da alcuni anni che Valerio non viveva bene la propria condizione: rimasto da solo dopo la morte dei genitori, aveva iniziato una vita irregolare, anche se non per colpa sua.

Svolgeva lavori saltuari, i cosiddetti trimestrali e, pur se con dignità, si doveva perciò privare di quasi tutto il superfluo.

imagesSuperfluo sì, ma se alla vita togli questo, ciò che rimane non è un gran ché.

Da anni non andava ad un cinema, non faceva una vacanza, non si concedeva lo sfizio di sostituire gli elettrodomestici oramai vecchi e obsoleti, o di acquistare una delle ultime novità tecnologiche, che pure lo attiravano.

Con il dissolversi della sua serenità, si erano dissolti anche quasi tutti gli amici: ne erano rimasti solo quattro, ed anche questi, oramai si facevano vivi ben di rado.

Potevano passare anche quindici giorni prima che uno di loro gli telefonasse e, quasi sempre, quando lo faceva era perché aveva bisogno di qualche cosa, quasi mai solo per il piacere di parlargli o di chiedergli come stava.

Lui, nonostante le non floride condizioni economiche, oltre che non aver mai tardato il pagamento di una bolletta e senza mai chiedere un aiuto, mai si era scordato di un onomastico o di un compleanno.

A volte aveva portato i regali a domicilio, lasciandoli in portineria, per poi aspettare una telefonata che lo informasse, almeno, se il regalo era stato gradito, ma quasi mai questa arrivava.

Oramai la sua vita consisteva solo nel lavoro, quando questo c’era, che Valerio svolgeva con puntiglio anche se magari non gli piaceva, e nello sbrigare le faccende domestiche.

Così i suoi sabati e domeniche erano impegnati dal bucato, dallo stirare, dal lavare i pavimenti e i vetri (del resto non si poteva permettere una domestica, neppure a ore: anzi, se lo avessero assunto, sarebbe andato lui a fare pulizie, magari negli uffici la notte).

Naturalmente, dopo un po’ questa vita lo aveva frustrato, e così erano sempre più frequenti le sue crisi di nervi e images2le sue invettive contro gli amici, anche se lui a loro voleva un bene dell’anima: del resto erano rimasti loro quattro l’ultimo legame con una parvenza di vita degna di tale nome.

L’ultimo lavoro che aveva avuto gli piaceva, anche perché era a contatto con delle persone e non con dei pezzi di carta: faceva da assistente in un consultorio per ragazzi e lo faceva così bene che fu riconfermato tre volte, per ben nove mesi: mai aveva lavorato così a lungo consecutivamente.

Poi i soliti giochi di potere, clientelismi e quant’altro e lui era rimasto nuovamente senza lavoro. Da qui era nato il suo ultimo sfogo e la sua minaccia.

Si chiuse in casa, staccò il telefono e continuò la sua vita senza più vedere nessuno, dando fondo alle provviste che aveva in casa: surgelati, liofilizzati, scatolette. I cibi tipici di chi vive solo. Le bollette erano tutte domiciliate in banca, dove i suoi già magri risparmi stavano diventando oramai scheletrici.

Il suo isolamento aveva quasi prodotto un effetto anestetico: non aspettando più telefonate era più sereno.

L’unico legame che aveva mantenuto con la realtà esterna, era una fotografia.

Alcuni mesi prima, prima che anche il suo vecchio computer si rompesse, Valerio, che in queste cose era piuttosto bravo, aveva creato un collage, mettendo sullo sfondo di un rigoglioso giardino se stesso ed i suoi amici (che, peraltro, non si conoscevano fra loro).

files.phpEra l’ultima cosa che era riuscito a stampare prima che l’inchiostro della stampante si esaurisse. Aveva riposto la foto in una cornice di peltro trovata ancora inscatolata in un cassetto, ed ogni tanto la guardava per ricordarsi di avere anch’egli, un tempo, avuto dei rapporti umani.

Forse era per la solitudine che la sua menta vacillava, si disse, quando si accorse che dalla foto era scomparsa una delle figure, lasciando una chiazza vuota fra il fresco verdeggiare del giardino.

Poi, quel poco di razionale che ancora gli era rimasto, concluse che, probabilmente, tutto ciò era dovuto ad un difetto della stampante agonizzante che non aveva spruzzato abbastanza inchiostro, così che questo si era dissolto.

Strano che, però, a scomparire fosse una delle figure umane e non lo sfondo.

La stessa cosa pensò quando scomparve anche la seconda immagine.

Col passare del tempo le sue provviste si assottigliavano; Valerio era smagrito, improvvisamente invecchiato. Nessuno lo aveva più cercato.

E’ pur vero che aveva staccato il telefono, ma nessuno aveva più neppure bussato alla sua porta. Altro tempo era passato, alcuni dei suoi vicini di casa si erano trasferiti, altri avevano preso il loro posto, e dalla fotografia era scomparsa un’altra immagine.

Lui viveva all’ultimo piano, solo sul ballatoio, così nessuno notò la sua ormai lunga assenza. Si erano scordati di lui anche il fornaio e gli altri negozianti dai quali era solito servirsi.

Ancora cambiamenti nel condominio, ancora una macchia vuota sulla fotografia.

L’ultimo condomino che aveva preso alloggio nel caseggiato da ceto medio era una persona espansiva, anche troppo, tanto da essere spesso invadente e impiccione (ce n’è uno così in ogni condominio).

Dopo il suo insediamento aveva cominciato a fare il giro dei condomini, auto – invitandosi per un caffè.

Venne anche il turno della scala di Valerio: partì dal piano terreno, visto che non c’era ascensore, così che gli ci vollero alcuni giorni per arrivare all’ultimo piano.

Quando si decise a salire l’ultima rampa mai avrebbe immaginato ciò che gli si sarebbe presentato dinnanzi; sul pianerottolo, partendo da un vecchio zerbino in fibra di cocco, erano cresciuti dei rampicanti (annotò 11126726-dipinto-porta-di-legno-con-colori-rampicante-virginian-in-autunno--verticalementalmente che avrebbe fatto delle rimostranze all’amministratore su come svolgeva le sue mansioni l’addetto alle pulizie).

Il rampicante era cresciuto soprattutto sulla porta, insinuandosi in certe fessure ed allargandole.

La porta era così praticamente diroccata.

Al momento il signor Impiccione non si azzardò oltre. Contattò, invece, altri due condomini con i quali aveva subito legato, ed insieme decisero di andare ad esplorare cosa fosse quello schifo che toglieva decoro alla loro casa.

Il bello è che nessuno sapeva o ricordava chi avesse abitato lì (sul fatto che fosse un alloggio vuoto non c’erano dubbi).

Non c’era neppure nessuno al corrente che ci fosse mai stato un altro appartamento, né si era mai chiesto dove andasse la scala che saliva dal penultimo piano.

I tre esploratori condominiali, armati di torcia elettrica, salirono così l’ultima rampa. Lo sbigottimento dei due nuovi aggiunti fu pari a quello del loro informatore, nonostante fossero stati avvertiti di cosa li aspettava.

Alla prima spinta l’uscio cedette, abbattendosi in una nuvola di polvere e segatura.

Se la vista del pianerottolo li aveva stupiti, quella dell’appartamento li lasciò senza fiato e con un fondo di angoscia.

1364216012_sfondare_portaSembrava di entrare in un’astronave abbandonata da millenni, qualcosa di già visto, forse, in un episodio di Star Trek.

Su di ogni cosa, mobile od oggetto che fosse, era depositato uno strato di polvere grigiastra di uno spessore inatteso.

A parte ciò ogni cosa era in perfetto ordine: il letto rifatto, i piatti in fila nello scolapiatti sopra il lavello, la cesta della biancheria vuota e gli armadi con le lenzuola piegate e riposte, ordinatamente impilate. Non sembrava che la casa fosse mai stata abitata.

Avrebbe forse potuto essere il set di un film, utilizzato e poi abbandonato.

L’unica cosa a sembrare umana, nell’appartamento, era una cornice porta fotografie posta di fianco ad un vecchio computer sulla scrivania: la curiosità li spinse ad estrarre un fazzoletto e pulire il vetro per vedere chi ci fosse nella foto, ma anche questa era strana: rappresentava un giardino rigoglioso, ma non c’era neppure una figura umana, soltanto cinque bianche chiazze vuote.

 

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Pubblicato da su agosto 18, 2013 in Racconti

 

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