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IL PIU’ BEL GOL DELLA MIA VITA

09 Ago

IL PIÙ BEL GOL DELLA MIA VITA

 

Dai, passa quella palla che sono piazzato!”.

“Eh, ma che c… devi sempre segnare tu?”.

I ragazzi giocano in spiaggia, il portiere sta in acqua fra due remi piantati a mo’ di pali, uno arancione ed uno bianco-azzurro: Raffaele li osserva sdraiato su un lettino da mare, un libro in una mano, un lettore Mp3 con cuffie alle orecchie.

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***

 

Dai, passa quella ca…volo di palla che sono piazzato!”.

“Ma porca tr…ota devi segnare solo tu?”.

“Sì, perché tu fai ca…scare le braccia”.

Erano così i suoi amici: il loro divertimento era fingere l’inizio di una parolaccia, perché a quel tempo non usavano, ma dire una parola simile, con lo stesso inizio, poi sghignazzavano; avevano dodici, tredici, quattordici anni gli amici del calcio in spiaggia di Raffaele.

Lui ne aveva venticinque; qualcuno lo guardava male perché giocava coi ragazzini, ma lui era così: a Natale, a Pasqua, andava al mare solo per quello: mattina e pomeriggio in spiaggia a giocare a pallone, altro che i professionisti di serie A che si stancano per due partite alla settimana.

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***

 

L’aiuto bagnino del bagno Gran Tirreno (anche se il mare è ancora Mar Ligure) fa partire una gran botta; il ragazzino in acqua fra i due remi si tuffa e devia: grida, esultanza, scoramento, neanche ci fosse in palio una coppa.

Parte anche una bestemmia, ma qui è uso un po’ di tutti, grandi e piccoli.

Raffaele ha smesso di ascoltare musica, anche perché le batterie dell’emmepitre si sono scaricate e ha messo un segnalibro al romanzo che stava leggendo: osserva, osserva e ricorda.

 

***

 

Sembra una pagina di “Amici miei”, raccontata da una voce fuori campo, nella sua testa: gli amici suoi erano quei ragazzini di Genova, di Milano, di Torino, di Modena o Parma; ce n’era anche uno tedesco, Robbi.

Erano amici solo lì in spiaggia, li univa la passione per il calcio giocato, poi, appena sul lungomare, lui era fuori dal loro mondo.

Qualcuno si sedeva sul muretto fra la passeggiata e la spiaggia e scambiava figurine, altri giornaletti di fumetti che lui non conosceva: ai suoi tempi c’erano Topolino, Nembo Kid ed anche Tex e Capitan Miki, che però Raffaele non aveva mai letto, ma poi ritornavano in spiaggia.

Ehi, c’è Michelino e sta arrivando anche Kunta col pallone e Paolo, quello sfigato sempre in camicia e golfino! Dai, che si fanno le squadre e si fa la partita”.

Michelino era quello più bravo, quello che al sorteggio chi sceglieva per primo voleva sempre nella propria squadra; poi, l’altro sceglieva Raffaele perché era grande, perché era bravo a difendere la palla, perché non era un gran che, ma come libero dava l’anima e poi perché era grande.

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Poi la scelta ricadeva su Gianluca che giocava bene in porta, poi Paolo e via, via fino all’ultimo, che era sempre il povero Kunta.

Il suo vero nome non lo ricordava nessuno, ma siccome era l’epoca di “Radici” in televisione e uno dei personaggi dello sceneggiato si chiamava Kunta Kinte, lui, che parlava con voce un po’ nasale (forse per via delle adenoidi), voce da nero americano e voleva sempre fintare anche se era scarso come nessuno, era stato soprannominato “Kunta finte” e per tutti tale era rimasto.

Paolo, come detto, aveva sempre camicina bianca impeccabile e golfino blu, oppure celeste a girocollo: si scandalizzava per i “cavolo” e le “trote” degli amici, perché lui era uno perbene, pulitino ed educato.

Loro, gli altri, dopo un po’ si toglievano il golf, la felpa, la giacca della tuta, tanto le madri ansiose non c’erano a vederli e restavano in maglietta a mezza manica o in canottiera anche ad aprile, anche a dicembre; qualcuno azzardava a togliere i pantaloni sotto cui aveva messo dei calzoncini corti, qualcun altro, Raffaele soprattutto, si toglieva scarpe e calze per non far male a nessuno e dopo un po’ le levavano tutti, anche Paolo ma non toglieva mai né lupetto, né camicia.

Robbi era lì a guardarli giocare e non capiva nulla di italiano, ma Raffaele, che era universalmente riconosciuto come capo da quella tribù di ragazzini, l’aveva invitato a unirsi a loro perché non sopportava di vedere un bambino guardare gli altri giocare con quello sguardo da cane randagio davanti a una macelleria.

E poi c’erano tutti gli altri, a volte troppi, per cui chi arrivava tardi si sentiva dire: “Tu non giochi, peggio per te, dovevi svegliarti prima”.

“No, dai – interveniva Raffaele – sta arrivando anche Antonio: entrano uno per parte”.

“Allora noi prendiamo Antonio, perché lui è uno sfigato a giocare e non ce lo voglio in squadra” diceva colui che si era proclamato capitano di una delle due formazioni.

E così si giocava in dodici contro dodici, o anche di più e se a volte si era dispari Raffaele si offriva di lasciare il suo posto all’ultimo arrivato e allora gli altri, pur di non fare uscire Raffaele lo accettavano, ma volevano essere loro uno di più; a questo punto uno diceva: “Col ca…volo, allora si rifanno le squadre!” e via discussioni a non finire.

Allora Raffaele chiamava in disparte Gianluca e Michelino e proponeva due “passaggi e tiri in porta” mentre gli altri non si decidevano, litigavano perfino se fare bim bum bam o la secca, si chi voleva pari e chi dispari.

Gli amici di allora, i suoi piccoli amici.

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***

 

Dio, che voglia avrebbe ora Raffaele di andare dal bagnino, dal ragazzino coi bermuda fin sotto il ginocchio e le mutande firmate che escono dalla cintura di questi, da quello alto coi capelli rossi e chiedere: “Posso giocare?”.

Ma certe cose alla sua età non si fanno più: e poi la schiena che gli duole sempre e poi non è dicembre, né aprile e fa caldo e la gente protesta e poi i venticinque anni sono volati via in un soffio cattivo.

 

***

 

Quando il campanile suonava mezzogiorno lo sentivano tutti, perché quel paese della Liguria era piccolo ed allora andavano a casa a mangiare, ma alle due, erano tutti lì, tranne i soliti ritardatari, quelli che la mamma non li lasciava uscire subito, cambiati, puliti, agguerriti, pronti alla nuova partita.

Raffaele indietro, libero, senza, però, rischiare mai interventi che potessero fare male: i genitori lo guardavano già storto così… e mai un gol su azione, anche se ogni tanto si spingeva in avanti, ma i gol li faceva Michelino e lui, magari, tirava le punizioni ad effetto che facevano impazzire Gianluca, ma alla fine le pacche sulle spalle erano per Michelino, il cannoniere, erano per lui i “Bravo, bella partita” ed anche per Paolo che strappava applausi con le sue entrate difensive e le sue corse velocissime, bastava non buttarlo a terra, perché non poteva sporcarsi di sabbia il lupetto pulito, appena messo.

Se capitava la giornata storta, però, Raffaele era un continuo brontolare: era fallo, non passi mai, alto e molle quel cross; poi si rendeva conto che non poteva mettersi sul piano di ragazzini che ce ne volevano due per fare la sua età e allora, magari, in silenzio si rimetteva calze e scarpe e se ne andava mogio e in silenzio fino al porto a sbollire i ca…voli suoi.

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***

Quanti decenni erano passati? Non voleva ricordarlo.

Dopo i venticinque erano venuti i trent’anni, ma lui non aveva mai mollato: Natale e Pasqua, sempre lì, in quel paese che amava a fare ciò che gli piaceva e poi vennero i trentacinque e poi…

Sua madre si ammalò, fu operata, ma ancora quell’anno a Pasqua fu lì, ma il tempo fu brutto, qualche amichetto oramai grande non veniva più, quelli nuovi, che erano andati a sostituire i ragazzini di allora, i Michelino, i Paolo, i Kunta, Antonio, Gianluca e tutti gli altri, se chiedeva di giocare lo guardavano male e magari si spostavano più lontano.

L’unico che aveva fermato il tempo, o che voleva farlo, era lui, ma per poco ancora.

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Dovette anticipare il rientro in città per l’aggravarsi della salute della madre.

Quell’estate non andò in vacanza in quel paese che amava soprattutto per i ricordi e non ci tornò mai più; la madre mancò a settembre, altre responsabilità, un dolore che fa crescere, maturare, invecchiare.

Poi cambiò località di villeggiatura, ma solo d’estate; a Natale e Pasqua restava a casa per…  per tanti motivi, perché tutto era cambiato, perché venticinque anni sia hanno solo una volta nella vita.

Su quella nuova spiaggia grande adesso era solo per tutta l’estate, non conosceva quasi nessuno, giusto buongiorno e buonasera coi vicini d’ombrellone che vedeva lì da anni, ma niente ragazzini con cui giocare a pallone.

Forse è giusto così: c’è la stagione delle rose e quella del grano e quella della vendemmia e poi quella in cui tutto tace e riposa.

Anche nella vita di una persona.

 

***

Ritornò un anno a Pasqua per tre soli giorni in quel paese che aveva amato, ma si accorse che aveva amato soprattutto la propria gioventù.

Passeggiò per tutto il tempo avanti indietro, fino al molo, fino alla spiaggia, ma non c’era più nessuno che conoscesse, nessuno che giocava a calcio in spiaggia.

Pensò a Michelino come a un signore probabilmente oramai stempiato con figli che, magari, non amavano il calcio.

Ripartì con un dolore difficile da dire e da provare: tornare lì aveva voluto dire farsi del male: ci sono onde di ricordi che possono fare annegare.

 

***

 

Dai, che aspetti, crossa!” gridava il ragazzo con la maglietta rossa con scritto “salvataggio” e il nuovo venuto, uno biondo, tatuato, fece il cross, come piaceva a Raffaele, alto e molle.

Lui lo vide subito da come era partito, perché l’occhio l’aveva ancora, allora si alzò di scatto dal lettino, fu dietro al ragazzino con le mutande firmate e ad un altro che non si accorsero di lui, il primo mancò la palla, come previsto, il secondo tentò una rovesciata senza colpire il pallone, ancora troppo alto, invece Raffaele si tuffò, torse il busto incurante dei messaggi della sua schiena, colpì di testa la sfera di plastica bianconera irrigidendo e poi facendo scattare i muscoli del collo: una gran botta che rese vano il tuffo del portiere verso il remo biancazzurro.

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Qualcuno applaudì quel gol, “il più bel gol della mia vita” pensò per un attimo,, ma lui non li sentì quegli applausi, perché si buttò in acqua per non fare vedere a nessuno le sue lacrime.

 

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2 commenti

Pubblicato da su agosto 9, 2013 in Racconti

 

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2 risposte a “IL PIU’ BEL GOL DELLA MIA VITA

  1. Dhost.Info

    novembre 17, 2014 at 8:21 pm

    Hі therе, I enjoy reading all of your article post.
    I like to write a lіttle comment tto support you.

     
  2. Nadia Rabaioli

    settembre 8, 2015 at 5:10 pm

    sarà una coincidenza, stavo scrivendo in chat con un ex compagno delle medie che poi mi ha firato una foto di..35 anni fa, circa..sapore nostalgico..in sintonia col pezzo…….scrivi bene….

     

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