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E’ FINITA! (contro tutte le guerre)

24 Lug

È FINITA! (contro tutte le guerre)

La grande guerra era finita da un quarto di secolo, oramai; grande guerra, ma cosa c’è mai di grande in poveracci che muoiono senza neppure sapere il perché, per la vanagloria dei potenti, degli speculatori, dei capitalisti?

Artiglieria italiana in AfricaPossiamo noi immaginare, noi cresciuti, tutto sommato nel benessere, coi computer, i cellulari, i televisori al plasma, il frigorifero sempre pieno dell’indispensabile e del superfluo, possiamo noi immaginare cosa significhi essere precipitati di nuovo in quell’assurdità, anzi in una ancora peggiore, pregna di atrocità e ingiustizie?

* * *

Giuseppe si era da poco laureato, aveva cominciato a lavorare già da un po’ di tempo, da quando era ancora uno studente, pure fra mille difficoltà, con l’obbligo di dover prendere la tessera di un partito e di un’ideologia che non gli appartenevano per potere continuare a farlo.

Ma lui non lo fece, avrebbe presto perso il suo lavoro, ma poi scoppiò la guerra; era nell’aria con quella follia, quell’ideologia che faceva sfilare bambini piccolissimi con una divisa e con un’arma, seppur giocattolo, in mano.

Tutto crollò per molti, per tutti, forse, per chi ne era consapevole e per chi non lo era ancora.

Piccole imprese, negozi, attività aperte a costo di sacrifici e con la speranza di un futuro per sé e per i propri figli, tutto dovette cessare, perché gli uomini validi dovevano andare al fronte, perché presto molto di tutto ciò sarebbe stato distrutto, raso al suolo, come intere città, come milioni di persone.

Giuseppe dovette partire: non andava bene per lavorare, ma per uccidere o farsi uccidere sì, per quello non c’era bisogno di alcuna tessera di partito.

Gli anni di studi, i sacrifici, tutto gli crollava intorno prima ancora che crollassero le mura delle città.

Che assurdità essere strappati alla propria vita, l’unica concessa, per un ideale, per di più sbagliato, per una parola astratta come “patria”.

Ma cos’è la patria? Terra? Polvere? Acqua? Pietre? O non è forse un insieme di persone, di attività, di gente che si aiuta, che cresce insieme?

La grandezza della patria! Belle parole per far presa sulla gente, ma che grandezza c’è in un immenso cimitero, in milioni di morti a cui della grandezza non può più interessare nulla.

Questo si chiedeva Giuseppe sdraiato, vestito di tutto punto, su una brandina scomoda in una tenda con un orecchio teso ad ascoltare se ci si dovesse allarmare e armare, se lui, tenente di artiglieria, dovesse ordinare di Cannoni_anticarro_in_avanpostopreparare i pezzi, di armarli, di prepararsi ad uccidere persone altrettanto strappate dalle loro case, dalle famiglie, colpevoli solo di avere un’altra divisa, un altro linguaggio, ma identici capi che tramavano di arricchirsi sulla loro pelle e sul loro sangue.

La carne da cannone è tanta, tutti insieme avrebbero potuto ribellarsi, ma è nella natura umana di farsi comandare da pochi, di non avere il coraggio di ragionare e decidere autonomamente.

Ecco, le sirene, i primi colpi di artiglieria nemica, il rombo di un aereo, ecco la fine del riposo e dei pensieri per lasciar posto all’azione, all’istinto di sopravvivere, seppure con probabilità sfavorevoli.

E gli amici, i compagni morivano intorno a lui, ogni giorno, ogni sirena ce n’era qualcuno di meno.

Francia, Albania, Grecia, gente della quale non conosci la lingua e la storia, ma sai che li devi uccidere perché te l’hanno ordinato e perché altrimenti loro uccideranno te.

Poi, in una città del nord, Giuseppe conobbe Luisa, se ne innamorò, ricambiato.

Cattiva idea innamorarsi in quel momento d’odio collettivo; peggio ancora l’idea di sposarsi in un periodo storico che non dovrebbe lasciare posto ai progetti per il futuro.

Ma siccome al peggio non c’è mai limite, vennero due figli in sedici mesi, con poco da mangiare, con un padre che rischiava ogni minuto della giornata di lasciarli orfani.

Almeno in quello, però, Giuseppe ebbe fortuna: si ammalò di una delle tante malattie che la guerra porta con sé, ma per il resto non fu mai neppure ferito.

La paura.

soldatiPrima era solo per sé, la paura delle bombe d’aereo, dei proiettili dei cannoni, degli obici, dei mortai, dei cecchini, delle baionette e delle sciabole nei corpo a corpo, quando le munizioni cominciano a scarseggiare, ora la paura era di non poter ottemperare al proprio dovere di padre e marito.

Patria non ha un significato, famiglia sì.

Certo, se un giorno tutto ciò fosse mai terminato, ne avrebbe avute di storie, di storie e di canzoni, da raccontare e cantare ai figli, prima, poi ai nipoti, forse anche ai pronipoti.

Ma è giusto raccontare a dei bambini dei morti e dei feriti, di qualunque parte fossero?

Non è forse meglio insegnare loro ad amare, invece che ad odiare ed uccidere?

Altri luoghi tutti uguali, senza nome e il freddo: faceva sempre freddo, possibile che in tutti quegli anni non ci fosse mai stata una primavera o un’estate.

Freddo, fame, malattie, morte: i quattro cavalieri dell’apocalisse.

Ogni tanto una fugace scappata a vedere i propri figli, a riassaporare il sapore di un bacio della propria donna.

Poi, via: altri luoghi tutti diversi e tutti uguali, neri di fumo e rossi di sangue.

E tende e brande in cui dormire vestiti, pronti a balzare in piedi al primo allarme.

Una stanchezza infinita, prima morale e poi fisica: può un uomo sopravvivere a tutto questo e a se stesso?

E un giorno, in trincea, qualcuno fa circolare quella voce… l’ha sentito da uno a cui l’ha detto il telegrafista.

È  finita!

Le lacrime trattenute per anni adesso sgorgano abbondanti, inarrestabili: lo ripeti, è finita, c’è silenzio, non più aerei e cannoni e cecchini, solo silenzio, il silenzio dei morti.

Piangono tutti, ufficiali e soldati, si abbracciano, cadono in ginocchio, qualcuno prega.British soldiers from B Company, 2 Mercian board a Chinook helicopter on an operation Malgir, Helmand province

Non ci sono più mezzi, allora si torna a casa a piedi: sarà lunga, ma sembrerà corta, sarà faticoso, ma sembrerà una passeggiata.

È finita e non dovrai più vedere l’amico, il fratello, ma neppure il nemico morirti intorno.

È finita ed hai una moglie da abbracciare, dei figli da crescere, un lavoro e un discorso lasciati interrotti da riprendere, da ricostruire come molti dovranno ricostruire le case, le botteghe, le officine.

Cosa dirà Giuseppe, cosa disse, allora ai suoi figli?

Insegnare, adesso, era il suo lavoro più importante, insegnare a non odiare, a non subire i prepotenti, a rispettare chi è diverso per razza, pelle, lingua.

Ci saranno mille difficoltà a riprendere, ma adesso è finita: ci si può pensare.

Quello che sarà difficile sarà dimenticare.

* * *

Quell’uomo, Giuseppe, era mio padre

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5 commenti

Pubblicato da su luglio 24, 2013 in Racconti

 

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5 risposte a “E’ FINITA! (contro tutte le guerre)

  1. enricomscano

    luglio 24, 2013 at 6:11 pm

    Bellissimo e commovente. E scritto benissimo. Grande uomo tuo padre, insegnamenti davvero preziosi.

     
    • profmarcoernst

      luglio 24, 2013 at 6:20 pm

      ti ringrazio per tutto, le belle parole e le gratificazioni per mio padre e per me

       
  2. enricomscano

    luglio 26, 2013 at 8:59 am

    L’ha ribloggato su Enrico M. Scano – il Bloge ha commentato:
    Un bellissimo racconto autobiografico, sulla guerra, di Marco Ernst. Assolutamente da leggere. Coinvolgente e commovente.
    Ribloggo volentieri.

     
    • profmarcoernst

      luglio 26, 2013 at 4:16 pm

      se mi permetti, ti invito sa leggere anche “in memoriam” e “il bambino di Rio”

       
  3. Enrico M. Scano

    luglio 27, 2013 at 10:37 am

    Ho letto “Il bambino di Rio” e non mi ha coinvolto particolarmente. Trovo invece questo sulla Guerra perfettamente riuscito. Si evince un alto grado di emozione in ogni singola riga, il coinvolgimento è davvero forte. Non ho letto invece “In memoriam”, ma rimedierò presto! EMS

     

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