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SOLO TRE BALORDI

30 Giu

SOLO TRE BALORDI

La noia.

Hai presente quella noia che ti prende certe sere, sere in cui sei insofferente a tutto: in televisione neanche un film decente, solo commedie sdolcinate che non vedresti neppure se costretto, finito l’ultimo libro non hai altro da leggere.

La noia.

Roberto era sempre stato rigoroso, soprattutto con se stesso: lui aveva delle cose che gli piacevano e altre che non gli piacevano; o bianco o nero, per lui il grigio non esisteva e piuttosto che vedere uno spettacolo di un genere che lui aveva deciso che non gli piaceva, sarebbe andato a letto alle nove, per poi svegliarsi alle due o alle tre di notte completamente lucido e con nulla da fare a quell’ora e quindi altra noia.

Noia su noia, oramai la sua vita era così, sempre in attesa di qualcosa.

Aspettava le vacanze per dedicarsi alla pesca, quella almeno non lo annoiava, anche nei giorni in cui non abboccava nulla, ma aspettava sempre qualcosa di futuro, la fine delle vacanze, il ritorno a casa sua, un nuovo lavoro che poi non vedeva l’ora che finisse…

Quando una vita prende una certa piega e quella piega siamo noi a dargliela, difficile cambiare, tornare indietro.

La noia.

televisione_plasmaNiente in televisione, ma neppure voglia di andare a letto, ed allora, anche se non lo aveva mai fatto, quella sera Roberto, detto Roby, decise per quattro passi senza allontanarsi troppo da casa.

Proprio quella sera non avrebbe dovuto cambiare abitudini, rinunciare alle sue scontate certezze per la novità.

Ma si sa che il destino quando si vuole divertire sa essere ottuso e crudele: proprio quella sera, proprio a lui, che non usciva mai dopo cena.

Senza un motivo preciso Roberto si mise in tasca una piccola torcia elettrica, di quelle moderne, a led, che fanno una luce spropositata per le loro dimensioni ed uscì.

Del resto nel suo quartiere si alternavano strade illuminate a giorno a viuzze quasi completamente buie.

Non aveva una meta precisa, ma seguì i propri passi, ovunque lo portassero, perché qualunque destinazione andava bene, visto che non aveva una destinazione, solo un paio d’ore da passare per vincere la noia.

Giunse nella zona che, quando era bambino, lui e i suoi compagni chiamavano “delle villette” ed in effetti lì c’erano una serie di villette a due livelli, discrete e silenziose; qualcuna aveva porte e finestre murate: forse in attesa di demolizione, forse di un compratore.

Murarne gli accessi era necessario per evitare che fossero occupate da senzatetto, stranieri o balordi, cosa che ne avrebbe fatto crollare il valore di mercato. È strano come casualmente possano tornare alla mente episodi morti e sepolti sotto le macerie del tempo.

* * *

Roberto faceva le scuole elementari e lui era uno dei pochi bambini di ceto medio – borghese, visto che suo padre era un impiegato; i suoi compagni erano quasi tutti figli di operai, erano bambini che vivevano buona parte della giornata per strada e per questo motivo erano più svegli e sgamati di lui.

Un giorno un gruppetto di loro lo avvicinò a scuola durante la ricreazione: erano i più vagabondi, sempre in giro per il quartiere, anche oltre i suoi confini, erano quelli che lui ammirava; c’era Federico, c’era Dario che lo aveva Portachiavi-che-Fanno-la-Caccaportato una volta a casa di sua nonna, vicino all’ex eliporto per mostrargli, in cantina, la sua cockerina che aveva avuto cinque o sei cuccioli e gliene aveva offerto uno in vendita.

Quanto aveva pianto per il no di sua mamma, che avrebbe poi capitolato solo un anno più tardi davanti a un barboncino nero.

Il terzo del gruppo era Achille, un po’ il boss di quel gruppetto; lo tirarono in disparte, in un angolo del cortile della scuola e gli mostrarono un paio di manciate di portachiavi, alcuni con elefantini, altri con porcellini, con mucche, pulcini o altri animali.

Erano di plastica bianca con il loro anellino di ferro già in via d’ossidazione.

Gli proposero di acquistarne un po’: il prezzo era veramente conveniente, poche lire al pezzo; in fondo erano pur sempre bambini che poco sapevano dei prezzi e del mercato e a loro bastava avere i soldi per comperare le rotelle di liquirizia all’oratorio.

Dove li avete presi?” domandò il piccolo Roby a bocca aperta e sempre più ammirato.

Per il gruppo rispose Federico, quello biondo, alto, con gli occhiali: “Oh, alle villette, in una abbandonata; ce n’erano degli interi scatoloni mezzi marci pieni: ne abbiamo presi un po’, poi magari torneremo, ma c’è da scavalcare una finestra rotta: comunque se vuoi venire con noi…”.

No, Roberto non si sarebbe mai azzardato, aveva troppa paura e la mamma non l’avrebbe lasciato andare.

Con parte della sua paghetta comperò un po’ di portachiavi, senza sapere bene cosa farsene; ancora adesso, ogni tanto, ne saltava fuori qualcuno di quelli col maialino dal fondo del cassetto delle calze e delle mutande.

* * *

Roberto girò un po’ fra le villette, ispezionandole con la sua pila a led: una di quelle disabitate aveva un abruzzo03passaggio aperto sul retro e ne fu incuriosito.

Attento, si disse, potrebbero esserci persone poco raccomandabili dentro, se hanno creato un ingresso abusivo, ma l’istinto gli diceva che era vuota, allora si fece coraggio, per una volta nella vita, ed entrò.

Dentro c’erano diversi scatoloni abbandonati: “Vuoi vedere che sono quelli dei portachiavi?” si disse, poi gli venne da ridere: no, non dopo quarant’anni.

Incuriosito ne aprì uno con cautela: anche se non c’erano persone, potrebbero esserci stati dei topi ed un morso da una di quelle bestiacce non sarebbe stata la degna conclusione della serata.

Ma non c’erano topi, del resto non vi era traccia dei loro escrementi a terra.

Dentro c’era del materiale vario da pesca; lesse l’intestazione sugli scatoloni ammuffiti: la conosceva, era quella di una rivista di pesca oramai fallita da anni e quelli dovevano essere, oltre ai resi delle edicole, gli omaggi previsti per gli abbonati.

C’erano delle scatolette porta esche e porta ami, c’erano dei pesciolini artificiali con tanto di ancoretta arrugginita in modo pericoloso: meglio non rischiare di pungersi, sarebbe stato peggio del morso di un sorcio.

C’era anche una scatola con alcuni coltelli pieghevoli: incredibile, sembravano nuovi, le lame lucide, i manici intonsi, il cordino per appenderli al polso o alla cintura, intatto.

Ma più incredibile era l’oggetto in se stesso: avevano lame, giudicò, da almeno quindici centimetri di lunghezza per non più di un dito di larghezza: chissà cosa avrebbero dovuto farsene i pescatori: tagliare il filo? Con quindici balordi1centimetri di lama? Uccidere le prede? Ma oramai tutti i pescatori rilasciavano le prede vive e vegete con ogni cautela. Mistero.

Comunque gli piacquero, senza un motivo, solo come oggetti, come era stato per i portachiavi da bambino e allora ne prese uno, uno solo, se lo mise in tasca e lasciò la villetta: non era un furto, era merce abbandonata lì a marcire.

Cercò la strada per uscire da quel gruppo di abitazioni dalla parte opposta da dove vi era arrivato, tanto per fare due passi in più, ma poi si pentì: non era una buona idea.

Lì la zona era più buia, isolata, senza case, solo uffici e capannoni; comunque c’erano solo poche centinaia di metri per ritornare sulla strada verso casa.

Solo che, improvvisamente gli si pararono davanti in tre, tre balordi, tre giovinastri forse più annoiati di lui: “Guarda, guarda, che bel signorino; che ci fai qui a quest’ora? Lo sai che si possono fare brutti incontri? O forse è proprio per questo che sei qui: per me tu sei una checca in cerca di avventura”. Lui non era di quelle tendenze, ma come spiegarlo a quelli? Era chiaro che erano loro in cerca di un divertimento alternativo e quello sarebbe stato lui.  Gli vennero in mente i suoi amici delle elementari.

Quello che aveva parlato scese dalla bicicletta, gli altri due erano a piedi, sollevò il giubbotto e si sfilò una catena che teneva avvolta intorno alla vita.

teppisti2I suoi due compari, come per magia, estrassero dal retro dei pantaloni delle corte spranghe di ferro, corte ma robuste e gli si fecero incontro.

Roberto cominciò a tremare, gli veniva da piangere, ma farlo avrebbe peggiorato la situazione e il loro sospetto sulle sue tendenze sessuali.

Pensò di offrire loro dei soldi, ma era una stupidaggine: dopo averlo pestato, forse ucciso, se li sarebbero presi comunque i suoi soldi e anche l’orologio e il cellulare.

Mise la mano in tasca e trovò il coltello: se lo infilò intorno al polso e velocemente lo estrasse e lo aprì; non voleva usarlo, né fare del male, solo spaventarli e andarsene a casa sua, a letto, perché oramai era tardi, era l’ora di farlo: “Oh, oh, una checca armata: buum, che paura!” disse il capo dei tre, che in effetti di paura non sembrava averne proprio.

Indietro, non costringetemi ad usarlo!” gridò con voce rotta Roberto detto Roby; in fondo, pensò, sono solo tre balordi, mica dei rapinatori professionisti: perché dovrebbero rischiare?

Uno dei tre, basso e tarchiato, anche un po’ tendente al grasso, si avvicinò per nulla spaventato da lui e dalla sua arma: lui fece un gesto di minaccia nella sua direzione col coltello, solo per spaventarlo, ma aveva la mano sudata e questo gli sfuggì e si piantò dritto, dritto nella gola del teppista.

Terrorizzato Roberto ritirò il braccio di colpo e con questo l’arma che vi era legata dalla cordicella: un getto di sangue schizzò dalla giugulare del giovane senza colpire, miracolosamente, Roberto: il ragazzo morì in pochi istanti.

Il secondo balordo, furibondo per la sorte del compagno, gli saltò addosso brandendo la spranga, lui protese la mano per tenerlo lontano, solo quello, fu l’altro a infilzarsi sulla lama che, con la sua lunghezza, gli spaccò il tepp3cuore.

Era già morto prima ancora di cadere a terra.

Rimaneva il terzo, il ciclista, il capo e, come tale, il più vigliacco, uno che mandava avanti gli altri, come fanno i generali in guerra: “Ma, ma tu sei pazzo, noi scherzavamo, hai ucciso i miei amici – piangeva – Aiuto, aiutatemi” si mise a gridare e fuggì verso la zona più civile del quartiere di gran carriera, ritto sui pedali e sollevato dalla sella della sua bicicletta.

Roberto vedeva crollare tutto il suo mondo annoiato e tranquillo: aveva ucciso due ragazzi, l’avrebbero messo in galera, gli avrebbero fatto del male, portato via tutto; si mise a inseguire il terzo balordo, doveva impedirgli di parlare, di chiedere aiuto, denunciarlo, testimoniare, costi quel che costi.

Quello davanti in bici, lui dietro di corsa, entrambi con le loro paure.

Nonostante la diversità del mezzo, il ciclista sembrava non riuscire a guadagnare terreno sull’inseguitore; adesso le parti si erano invertite.

Il ragazzo in bicicletta sbucò dalla strada buia come un missile, saltò giù dal marciapiede e sbandò in mezzo alla strada: il pullman delle linee urbane che stava sopraggiungendo in quel momento lo prese in pieno.

Stridore di freni urla dei pochi passeggeri, del conducente; scesero dal mezzo, uno lo guardò: “È morto, morto sul colpo” sentenziò.

Roberto era ancora lontano: si nascose nell’ombra, poi ritornò sui suoi passi, ripercorse la strada buia, attraversò la zona delle villette.

1290759996_autobus_albaneseGiunto davanti a quella dove aveva preso l’arma, si guardò intorno: nessuno.

Prese il fazzoletto (lui era di quelli che non usano quelli di carta, ma di tessuto), pulì accuratamente manico e lama dalle proprie impronte e gettò il maledetto coltello nello scatolone dove l’aveva trovato.

Uscì e raggiunse senza problemi e senza essere visto il piazzale illuminato.

A un centinaio di metri c’era il caos dell’incidente: gente sbucata dai palazzi, vigili urbani, ambulanze; nessuno badò a lui; si avviò verso casa sua, il suo rifugio.

Vi entrò col cuore che batteva a mille, però era salvo: non sarebbero mai risaliti a lui: nessun rapporto coi tre balordi, nessun testimone, nessuno che avrebbe potuto minimamente pensare a lui, perché lui non usciva mai la sera.

Bevve un bicchiere d’acqua per calmarsi, poi si accasciò su una sedia.

Cosa sentiva? Niente, non paura, non più, almeno, non stanchezza, perché tutta quell’adrenalina l’avrebbe tenuto sveglio per l’intera notte.

Pensò che forse il giorno dopo avrebbe dovuto andare a parlare col parroco, anche se lui non frequentava la chiesa e la sua comunità.

Però sapeva come sarebbe andata a finire: il prete l’avrebbe convinto, o almeno ci avrebbe provato, ad andarsi a costituire, in fondo era stata legittima difesa e bla,bla e bla, bla.

No, niente preti.

Vero che c’era il segreto confessionale, ma lui non si sarebbe sentito comunque al sicuro per tutta la sua vita, per quel che ne restava, almeno.

Era vivo, era illeso, questo era l’importante.

Aveva vissuto una brutta avventura per la prima volta in vita sua e ne era uscito alla grande… abbastanza, almeno.

Cosa provava? Nulla.

Aveva sentito dire che perfino i poliziotti che sparano a un malvivente, poi ne sentono il peso: lui no, non sentiva nulla di tutto ciò.

Erano stati quelli a incominciare, non lui, lui voleva solo andarsene a casa col suo coltello nuovo in tasca, lui voleva vivere una serata tranquilla.

Perché mai avrebbe dovuto sentire qualcosa, provare rimorso?

Lui era ancora vivo, quelli no, erano morti in tre a causa sua.

A causa sua? No, solo a causa loro.

In fondo la società non aveva perso nulla: erano solo tre balordi.

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Pubblicato da su giugno 30, 2013 in Racconti

 

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