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LA STAZIONE

15 Giu

LA STAZIONE

La stazione era abbastanza assurda: un lungo capannone in legno dipinto di rosso sbiadito e scrostato.

Intorno il nulla.

Più che una stazione sembrava un vecchio fienile degli anni della grande depressione in America.

stazNon c’era un bar, non una biglietteria, non una sala controllo, solo quella lunga costruzione fatiscente con un enorme portone e sopra di questo la scritta “stazione”, stazione e basta, senza un nome né altre indicazioni.

Sul fondo dell’edificio, se così si può chiamare, una porta più piccola dava accesso a un solo binario (ma le rotaie erano, ovviamente, due) lungo il quale crescevano erbacce macchiate di ruggine.

Solamente le due rotaie che si perdevano all’infinito alla vista erano lucide: parevano nuove.

Sul paesaggio vigilava un sole malato, immobile in un cielo immobile senza alternanza né di giorno e notte, né di stagioni.

Dentro il capannone di legno c’era già un gruppo di persone, in piedi, visto che non c’erano sale d’aspetto.

Ben presto cominciarono ad arrivare altri gruppi di uomini, donne, bambini: arrivavano dagli ospedali, dall’autostrada, perfino dall’aeroporto dove un aereo era precipitato mentre era in fase di atterraggio.

Erano tutti morti, per lo più per cause improvvise, tanto da averli lasciati attoniti a scoprire la propria dipartita.

Erano morti e lo sapevano; un istinto li aveva guidati fino a lì da dove avrebbero dovuto prendere un treno per una qualche destinazione finale.

In fondo, a parte la noia, non erano neppure troppo dispiaciuti di essere morti: non era come temevano, non era il nulla assoluto, il sonno senza sogni, l’annichilimento della propria mente e personalità.

Forse non avevano più un corpo materiale, ma la parte più importante di loro era rimasta: il pensiero, i ricordi, imagesl’anima insomma, se così la si vuole chiamare, ovvero ciò che sopravvive alla prova di vivere.

Erano anche soddisfatti dell’essere in quell’assurda stazione, perché ciò significava che qualcosa, alla fine, c’era, che c’era un treno da prendere, quindi un posto dove andare, che c’era un’altra vita ad attenderli.

Molti stavano in piedi immobili, tenendo per mano i propri cari, se non erano morti da soli, ad esempio le quasi trecento persone dell’incidente aereo, la maggior parte dei quali aveva un amico, una compagna o un compagno, dei figli con sé; si tenevano per mano per non perdersi di vista, dato che la gente continuava ad arrivare e stavano veramente diventando tanti.

Qualcuno, però, era più curioso: si mise ad ispezionare la stazione dentro e fuori, in cerca di qualcosa, di un indizio, magari di un orario.

Nulla, non c’era nulla.

C’era un treno, che loro non avevano ancora visto, lungo centinaia, migliaia di chilometri, perchè  passava da tante altre stazioni come quella e doveva raccogliere tante persone e c’erano ancora in altri luoghi altre stazioni ed altri treni.

Non si sa da dove venisse il treno, né dove andasse: qualcuno chiama la sua destinazione inferno – purgatorio – limbo – paradiso, altri lo chiamano Nirvana, altri ancora Grandi praterie, ma in realtà tutti lo immaginavano, ma nessuno lo conosceva il luogo d’arrivo finale.

600337_604668016246160_1525140905_nPensando in termini umani, degli umani viventi, l’attesa era lunga: alcune centinaia di anni, ma là non era né così lunga, né così pesante, perché il tempo, il suo concetto, erano superati, anzi non esistevano proprio.

Se il tempo è una frazione di eternità, esso non è né calcolabile, né concepibile da una mente umana, quindi irrilevante.

Chissà chi era il capostazione? E il capotreno? E il macchinista?

Probabilmente se la stazione si andava riempiendo, voleva dire che prima era vuota e che quindi un treno non era passato da molto.

Sulla terra si è in tanti e quindi si muore in tanti e mica ci può essere un treno per ognuno.

Magari ci potevano essere altri modi di passaggio fra le due dimensioni, fra le due fasi dell’esistenza, ma qualcuno aveva deciso che doveva essere cos’0, con un treno, non con pullman o navi o aerei o un corteo di persone svolazzanti come uno stormo di oche in migrazione.

Per ingannare il tempo i gruppi vicini, ma anche i singoli individui, si raccontavano storie, le loro storie, di come erano giunti lì, proprio come fanno le persone vive nelle vere stazioni, attendendo un treno reale che li porti a destinazione, magari in vacanza.

Nessuno dava segni d’insofferenza, nessuno aveva fame, o sete, oppure freddo o caldo.

I bambini avevano ben presto fatto comunella e giocavano a rincorrersi, non troppo distante da uno o entrambi i genitori, sempre allo scopo di non perdersi di vista.

Quasi tutti accettavano la cosa come naturale, come se l’avessero sempre saputo che sarebbe stato così: probabilmente era un impianto subliminale di cui erano stato dotati al concepimento affinché, venuto il momento, non provassero uno shock.

In fondo c’era una certa delicatezza in questo meccanismo inevitabile di conclusione della vita, quindi il erbaccecapostazione che, forse, avrebbero conosciuto al termine del viaggio, li amava, aveva rispetto per tutti quegli uomini e donne.

Alcuni lo immaginavano proprio come un capostazione, con divisa e berretto rosso, altri come un uomo magro, con la barba, vestito di un lungo camicione di lino, altri ancora se lo aspettavano grasso e ridente o alto e con un turbante.

Forse, alla fine, avrebbero saputo, forse era un essere di puro spirito che ognuno avrebbe visto come gli pareva, come lo aveva sempre idealizzato.

Qualcosa del carattere di ognuno era rimasto, anche se non c’era più cattiveria in nessuno, anche in coloro che in vita buoni, buoni non erano stati.

La morte perdona, la morte cancella.

C’era però chi era più curioso, dinamico, impaziente.

Un gruppetto di uomini di varie provenienze, chi dall’aereo, chi dal tamponamento in autostrada, chi da un’agonia ospedaliera per fortuna oramai dimenticata, cominciarono ad agitare un poco le acque, a convincere tutti gli altri che era meglio non aspettare, ma avviarsi a piedi: il tempo l’avevano e sarebbe stato meglio che non rimanere lì pigiati a fare nulla .

Parte della moltitudine si disse d’accordo e si misero in marcia lungo le rotaie, come bambini che allungano il passo di traversina in traversina.

binariSi allontanarono e ad un certo punto non videro più la stazione e non vedevano nulla davanti a loro, se non quelle due lame d’acciaio lucente che si perdevano all’infinito.

Camminarono senza riposo, perché non c’era stanchezza, per tempi lunghissimi, ma che non percepirono né calcolarono fino a che alle loro spalle il treno finalmente arrivò, li travolse silenzioso e indolore.

Questi si scomposero in milioni di frammenti, svolazzarono un po’ in aria e poi, passato il treno, si ricomposero sui binari e continuarono a camminare.

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Pubblicato da su giugno 15, 2013 in Racconti

 

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