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IL MARATONETA

09 Giu

IL MARATONETA

 

Samuele e la sua grande passione: la corsa.

Aveva cominciato a correre da ragazzino perché era… sovrappeso? cicciottello? grasso, senza tanti giri di parole era grasso e il suo cuore ancora in fase di sviluppo non aveva posto per espandersi, allora il dottore gli aveva consigliato, anzi imposto, di dimagrire.

mara2Poteva farlo con una dieta ferrea, o facendo del moto oppure combinando le due cose.

Doveva necessariamente scegliere uno sport dove si faticasse aerobicamente e a lungo: nuoto, oppure ciclismo o corsa: lui optò per quest’ultima.

Erano tre figli, il padre era un operaio e di soldi che giravano in casa non ce n’erano molti: per correre basta un paio di scarpe e di calzoncini, non ci vuole una bicicletta da centinaia di euro, né il costo degli ingressi in piscina: la corsa, bella, salutare, gratuita.

Ma che fatica le prime volte!

Arrivava alla fine del percorso che si era prefisso di fare col cuore che sembrava impazzito, la milza trafitta da decine di immaginari coltelli, il fiato corto e le gambe rigide che gli avrebbero fatto male per giorni.

Ma poi, col passare del tempo, con l’entrare in forma e senza doversi più portare appresso tutti quei chili di troppo, la lunghezza del percorso cresceva e la fatica diminuiva.

E mano a mano che fatica e dolori scemavano, il loro posto veniva preso dal piacere di correre.

I medici dicono che sono le endorfine che il nostro corpo produce durante lo sforzo: rendono più allegri e anestetizzano i doloretti piccoli e grandi.

Inizialmente andava ai giardinetti vicino a casa, dove c’era una specie di pista che li circondava, circa trecento metri a giro, cosicché era facile aumentare, di volta in volta, il numero di questi e calcolare distanza, tempi e velocità.

Quando Samuele aveva perso già una decina di chili di quel grasso che lo opprimeva, quando aveva scoperto il piacere, e non solo la sofferenza, della corsa, gli venne anche il desiderio di confrontarsi correndo.

Scoprì che ogni domenica c’erano decine di corse cosiddette “non competitive”, che non lo erano solo nominalmente, visto che c’erano premi per i primi classificati e gli dissero che c’era un mensile col calendario di mara1queste, anche se poi ad ognuna di esse veniva riempito di volantini che pubblicizzavano quelle successive.

Comunque fosse, competitive o meno che fossero, bisognava confrontarsi con gli altri, gente di ogni età che, però, a volte era più che allenata: bastava, infatti, vivere in un paese e, dopo la scuola, dopo il lavoro o dopo le faccende domestiche per ragazzi, uomini e donne magari in pensione, bastava uscire di casa per essere in mezzo ai campi a correre con aria sicuramente migliore di quella che si respira in città.

Ed allora c’è il concorrente davanti, magari un ragazzino dodicenne praticamente senza peso, con lo scheletro ancora in formazione, oppure un settantenne con nelle gambe migliaia di chilometri di allenamento ed esperienza e ti scatta quella voglia di andarlo a prendere, magari di fare una volata della quale poi ci si vergognerà, perché non c’è gloria né a battere i più “deboli”, né ad essere battuti da essi anche se poi, magari, sono più deboli solo all’apparenza.

Concorrenti davanti o meno, c’è comunque la competizione con se stessi: un tempo da abbassare, una fitta al fianco da ignorare, denti da stringere.

Ed allora ogni settimana Samuele si faceva accompagnare da un assonnato e sbuffante padre alle corse domenicali, ma poi compì i diciott’anni e prese la patente, ebbe la sua prima auto usata ed allora cominciò ad andare da solo, magari in paesini dei quali non sospettava neppure l’esistenza, perdendosi, dovendo chiedere la strada, a volte arrivando all’ultimo momento.

C’erano corse dove il percorso era anche molto bello: stradine fra i campi, lungo i canali, tanto verde, aria buona, ma un podista non vede nulla, solo l’asfalto o lo sterrato su cui corre, le buche e i sassi da evitare e alza la testa unicamente per intravedere la linea del traguardo.

La corsa è così, come un buon film: non vedi l’ora che finisca, ma poi, quando è terminata, ti manca e vorresti ripartire, se solo ce la facessi ancora…

Oramai il peso di Samuele non era più un problema: faceva trenta, trentacinque corse all’anno, con un allenamento che migliorava le prestazioni di volta in volta, anche se c’erano sempre quelli che non riusciva a battere: bravi lo possono diventare tutti, ma campioni si nasce, forse è una questione di articolazioni, di rapporti matematici fra i muscoli e le ossa, di sfruttamento delle energie da parte dell’organismo, a volte, magari, anche di cervello.

Ma il vero avversario per Samuele, che amava oramai alla follia quell’attività fisica, era quell’ombra appena un metro davanti a lui: se stesso, da migliorare, da andare a prendere, da battere.

Poi, un giorno, l’ex bambino grasso scoprì che i dieci, i quindici, i venti chilometri non gli bastavano più: per confrontarsi con se stesso doveva puntare al massimo: la maratona.

E i quarantadue chilometri e centonovantacinque metri non sono mai non competitivi: ti iscrivono, a volte a caro prezzo, solo se fai parte di una società, se hai un certificato medico che dimostri che non ti verrà un accidente a metà gara, inguaiando gli organizzatori.

Certo, per quella distanza, non bastavano più i giri da trecento metri l’uno dei giardinetti vicino a casa, occorreva fare almeno trenta chilometri al giorno e poi scordarsi tutte quelle gare all’anno, anche solo dieci erano troppe: un bravo maratoneta di competizioni agonistiche non può farne più di quattro o cinque all’anno, perché il consumo energetico è enorme e il recupero per l’organismo è lungo.

E Samuele faceva tutti gli allenamenti necessari e le sue cinque, a volte sei, maratone all’anno.

Quelli bravi, quelli da olimpiadi, ci mettono pochi minuti più delle due ore a terminare la gara; un buon amatore ce ne mette tre di ore: lui era sulle tre ore e mezza nel suo periodo migliore, sì, perché col passare degli anni i suoi tempi miglioravano, ma poi, dopo quando? dopo i  trentacinque, dopo i quarant’anni, i suoi tempi cominciarono inesorabilmente ad alzarsi.

È il declino, temuto da ogni atleta, soprattutto di chi ha chiesto così tanto al proprio fisico, ma a lui non importava: lui era sempre stato un mediocre, mai in prima fila né alla partenza, né all’arrivo, solo era un lottatore, con quella sua immagine vista da dietro che lo precedeva sempre un metro avanti.

cadutoPassarono anche i quaranta, cambiò decina, era vecchio, troppo per la maratona, ma lui non voleva smettere: era la sua passione, era la sua vita.

Una volta cadde e si fece male a un ginocchio: fu la prima gara che non riuscì a finire.

Poi il ginocchio guarì, ma furono altre le occasioni in cui si dovette fermare: colpa del trentesimo chilometro, quel maledetto muro che, o lo scavalchi, o ti ferma.

Venne il momento in cui, anche su consiglio del suo medico, dovette decidere di smettere, magari non del tutto, magari tornando ai cinque, dieci chilometri delle non competitive.

Ed allora decise per un’ultima maratona, quella in cui avrebbe dato tutto, quella da finire ad ogni costo, magari gli sarebbe piaciuto tornare anche  sotto le quattro ore di percorrenza.

Erano una settantina alla partenza: lui, con i suoi cinquantotto anni era il più anziano; poi ci fu lo sparo e subito lo staccarono tutti, ma lui voleva dosare le proprie forze, tanto sapeva che qualcuno dei più inesperti l’avrebbe trovato per strada con la lingua di fuori, dopo quella sparata iniziale.

Venne il cartello dei dieci chilometri, dei venti, dei venticinque; qualcuno, come previsto, si era ritirato, era fermo al lato della strada, magari piegato in due a vomitare l’anima.

Era gente più giovane di lui e lui, invece, era ancora lì, in gara.

Guardò l’orologio: i primi dovevano già essere arrivati e lui doveva ancora arrivare al “muro”,  al fatidico trentesimo chilometro.

Strinse ancora di più i denti, finse di ignorare la fitta al fianco, le gambe che parevano essere state improvvisamente ingessate, quell’unico momento in cui, per un attimo, vide tutto nero e li passò i trenta, giunse ai trentacinque, poi inciampò, cadde e picchiò di nuovo il ginocchio.

Qualcuno si avvicinò per aiutarlo, ma lui non voleva fare il Dorando Pietri della situazione: rifiutò l’aiuto, si rialzò a fatica, fece alcune decine di metri camminando, poi riprovò a correre col ginocchio che sanguinava.

Non erano più le sue gambe, i suoi piedi a farlo, neppure la sua testa che gli diceva, ragionevolmente: “Fermati, chi te lo fa fare” era il suo cuore a spingerlo, il suo amore, il ricordo di un avita vissuta guardando la strada, mai il cielo.

L’orologio diceva quattro ore e quarantacinque; lui non voleva più neppure guardare i cartelli con le indicazioni dei chilometri, quelli percorsi e quelli mancanti.

La luce scemava, sull’altro lato della strada, al di là del nastro colorato che proteggeva il percorso, vide gli spettatori andare via, esaltati dallo spettacolo dei vincitori, incuranti di lui ed all’improvviso fu solo, il ginocchio sanguinante, correva tutto storto, anche se correre è una parola grossa.

Era vicino alle sei ore, ma era l’ultima maratona e quel fantasma là davanti a lui l’aveva quasi preso, oramai.

Poi finalmente vide la linea del traguardo: lo striscione l’avevano già tolto, non c’era più il pubblico, ma gli altri DSCN1904concorrenti sì, erano tutti là, in doppia fila, ad incitarlo, ad applaudirlo, il primo come il ventesimo e il penultimo, quello che, comunque, era arrivato da un’ora e mezza.

Una maratona finisce solo quando l’ultimo concorrente taglia il traguardo e lui lo tagliò e tutti urlavano, applaudivano come se fosse stato lui a vincere.

Dopo che ebbe tagliato la linea del traguardo, dietro di lui comparve, nella sera, la sua ombra e Samuele capì di aver finalmente vinto la sua gara.

 

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1 Commento

Pubblicato da su giugno 9, 2013 in Racconti

 

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Una risposta a “IL MARATONETA

  1. ilaria

    luglio 3, 2013 at 5:13 am

    Sono molto felice di aver trovato questo sito. Voglio ringraziarvi per il tempo che spendete, una lettura meravigliosa! Io sicuramente mi sto godendo ogni post e ho gia’ salvato il sito tra i segnalibri per non perdermi nulla!

     

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